Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

sabato 19 ottobre 2013

L'ira di Achille


Nella mitologia e nella letteratura Greca vi sono innumerevoli esempi di uomini colpevoli di ubriV e dunque puniti dagli Dèi.
Nell'Iliade la parola ubriV compare nel verso 204 del libro I; il contesto è un’ assemblea dei soldati Achei per decidere il da farsi riguardo alla restituzione di Criseide, figlia del sacerdote di Apollo Crise.
Durante l’ assemblea Agamennone,  padrone di Criseide e comandante degli Achei, si dichiara disposto a restituire la schiava solo se gli verrà consegnata un’ altra donna, Briseide, di proprietà di Achille. 
Quest’ ultimo, irato per l’ offesa di Agamennone al suo onore, è incerto se punire la sua arroganza (la ubriV, appunto) con le armi o se lasciar perdere. 
Ma a questo punto interviene la dea della saggezza, Atena, che trattiene Achille per non fargli attaccare Agamennone.
Infatti Agamennone, oltre ad aver oltraggiato e malmenato il sacerdote di Apollo Crise (causando così l’ ira del dio), insulta Achille e lo costringe a donargli il suo stesso bottino di guerra, Briseide, oltraggiando così la sua tìme (il suo onore).


Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or né poscia più ti colga io mai;
ché forse nulla ti varrà lo scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.



O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte città tutte divise
ne fur le spoglie, né diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei sì vile
che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada
in agguati convegna o in ria battaglia?
Per odio de' Troiani io qua non venni
a portar l'armi, io no; ché meco ei sono
d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre
né destrier mi rapiro; essi le biade
della feconda popolosa Ftia
non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi
ne son frapposti e il pelago sonoro.
Ma sol per tuo profitto, o svergognato,
e per l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia
ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,
e a me medesmo di rapir minacci
de' miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico premio che l'Acheo mi diede.
Né pari al tuo d'averlo io già mi spero
quel dì che i Greci l'opulenta Troia
conquisteran; ché mio dell'aspra guerra
certo è il carco maggior; ma quando in mezzo
si dividon le spoglie, è tua la prima,
ed ultima la mia, di cui m'è forza
tornar contento alla mia nave, e stanco
di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,
a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio
al paterno terren volger la prora,
che vilipeso adunator qui starmi
di ricchezze e d'onori a chi m'offende.
Fuggi dunque, riprese Agamennóne,
fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego
di rimanerti. Al fianco mio si stanno
ben altri eroi, che a mia regal persona
onor daranno, e il giusto Giove in prima.
Di quanti ei nudre regnatori abborro
te più ch'altri; sì, te che le contese
sempre agogni e le zuffe e le battaglie.
Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,
fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,
ai Mirmìdoni impera; io non ti curo,
e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
Poiché Apollo Crisëide mi toglie,
parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi
io la rimando accompagnata, e cedo.
Ma nel tuo padiglione ad involarti
verrò la figlia di Brisèo, la bella
tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga
quant'io t'avanzo di possanza, e quindi
altri meco uguagliarsi e cozzar tema.
(Iliade, I, 121-187)



Di furore infiammâr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli fêro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via s'aprisse tra la calca, e in seno
l'immergesse all'Atride; o se domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la venìa; quando veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudrìa nel petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscìan due fiamme di terribil luce,
e la chiamò per nome, e in ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
io tel protesto, e avran miei detti effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,
e la morte si avrà. - Frena lo sdegno,
la Dea rispose dalle luci azzurre:
io qui dal ciel discesi ad acchetarti,
se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
Giuno ch'entrambi vi difende ed ama.
Or via, ti calma, né trar brando, e solo
di parole contendi. Io tel predìco,
e andrà pieno il mio detto: verrà tempo
che tre volte maggior, per doni eletti,
avrai riparo dell'ingiusta offesa.
Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva,
benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio.
Questo fia lo miglior. Ai numi è caro
chi de' numi al voler piega la fronte
(Iliade, I, 188-214)



(Achille perde Briseide, trascinata fuori dalla tenda da un guerriero mandato dal re Agamennone)








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