Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole (Goethe). E' questo lo scopo del blog, divagare. Divagare, quindi volare, solo tra le cose belle, siano esse le parole ben messe, i pensieri, la musica o qualsiasi altra forma di arte. Qui si ama e si coltiva la bellezza che non muore.
venerdì 20 febbraio 2026
domenica 16 novembre 2025
Potere e Libertà: da Cicerone alla Costituzione
DIALOGA CON CICERONE
Un'idea di 2000 anni fa che domina il dibattito politico di oggi
Nel fervente dibattito italiano sulle riforme costituzionali, emerge con forza un desiderio condiviso: trovare una formula per la stabilità e l'efficacia del governo. Si discute di premierato, di poteri e contrappesi, cercando di progettare un'architettura istituzionale che possa resistere alle turbolenze politiche. Eppure, le domande fondamentali al centro di questa discussione — come dividere il potere per proteggere la libertà, come bilanciare le diverse anime di una nazione per evitare la tirannia — non sono affatto nuove. Al contrario, furono esplorate con una lucidità magistrale oltre duemila anni fa da Marco Tullio Cicerone.
Nella sua opera monumentale De re publica, scritta in un periodo di profonda crisi per la Repubblica Romana, Cicerone ha analizzato la natura dello Stato ideale. Questo articolo esplorerà cinque lezioni sorprendenti e di grande impatto tratte dal suo pensiero, capaci di illuminare le nostre sfide attuali e offrire una prospettiva inedita sui dilemmi che affrontiamo oggi.
1. La "divisione dei poteri" non è quella che pensi: la differenza cruciale tra Cicerone e noi
Quando oggi parliamo di "divisione dei poteri", pensiamo quasi istintivamente al modello che abbiamo ereditato da Montesquieu, basato sulle funzioni dello Stato. Per Cicerone, invece, l'equilibrio era completamente diverso. La sua "costituzione mista" ideale, incarnata dalla Repubblica Romana, si basava su una divisione verticale tra le classi sociali, non su una separazione orizzontale tra le funzioni.
Il modello di Cicerone integrava tre elementi sociali, ognuno con una funzione precisa:
- Elemento Monarchico: I due Consoli, che detenevano il potere esecutivo e il comando militare con lo scopo di "garantire efficacia e rapidità" nelle decisioni.
- Elemento Aristocratico: Il Senato, composto da ex magistrati con carica a vita, la cui funzione era "garantire saggezza, esperienza, continuità" attraverso la sua autorità morale (auctoritas).
- Elemento Democratico: Le Assemblee Popolari, che esprimevano la volontà del popolo eleggendo i magistrati e votando le leggi.
Il nostro modello moderno, invece, è strutturato per funzioni statali:
- Legislativo: Il potere di fare le leggi (Parlamento).
- Esecutivo: Il potere di governare (Governo).
- Giudiziario: Il potere di amministrare la giustizia (Magistratura).
Questa distinzione è fondamentale. Cicerone cercava un equilibrio tra ceti per prevenire la guerra civile, il più grande terrore del mondo antico. Montesquieu, secoli dopo, adattò brillantemente quel principio per prevenire l'assolutismo monarchico, concentrandosi sulle funzioni del potere. La stessa idea — dividere il potere per limitarlo — fu riadattata per una realtà politica completamente nuova.
2. Concordia o Conflitto? Il dilemma che Machiavelli pose a Cicerone (e a tutti noi)
Per Cicerone, lo scopo ultimo della costituzione mista era la concordia ordinum, un'armonia tra le diverse componenti sociali. L'equilibrio tra consoli, senato e popolo doveva produrre stabilità e neutralizzare i conflitti interni, considerati il seme della rovina di ogni Stato. La moderazione e la collaborazione erano le virtù supreme.
Secoli dopo, Niccolò Machiavelli, un altro grande ammiratore della Repubblica Romana, rovesciò questa prospettiva con un'intuizione radicale. Nei suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli sostenne che la grandezza e la libertà di Roma non nacquero dall'armonia, ma proprio dal conflitto istituzionalizzato tra il Senato (i "grandi") e la plebe (rappresentata dai Tribuni).
"In ogni repubblica sono due umori diversi, quello del popolo e quello de' grandi; e tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascono dalla disunione loro."
Questa è una delle domande più profonde della filosofia politica. Una democrazia sana prospera grazie al consenso, come credeva Cicerone, oppure il vero motore della libertà è un conflitto gestito e produttivo tra interessi contrapposti, come sosteneva Machiavelli? La vera sfida, forse, non è scegliere tra concordia e conflitto, ma capire come un sistema democratico possa bilanciare la necessità di una cornice di concordia ciceroniana con l'indispensabile presenza di canali istituzionali per il conflitto machiavelliano.
3. Il più grande difetto delle democrazie moderne? I Romani lo avevano già evitato
Uno dei problemi strutturali più critici di molti sistemi parlamentari moderni, incluso quello italiano, è la cosiddetta "confusione legislativo-esecutivo". Il meccanismo è tanto semplice quanto fatale, e si sviluppa in quattro passaggi: 1) Le elezioni creano una maggioranza in Parlamento; 2) Questa stessa maggioranza esprime e sostiene il Governo; 3) Di conseguenza, il Governo e la maggioranza parlamentare sono lo stesso gruppo di persone; 4) Il risultato è che il controllo che il Parlamento dovrebbe esercitare sul Governo diventa fittizio: la maggioranza, di fatto, controlla se stessa.
Il modello della Repubblica Romana evitava intrinsecamente questa debolezza. La separazione era netta, come dimostra un confronto diretto:
- Consoli romani: eletti direttamente dalle assemblee, indipendenti dal Senato.
- Presidente del Consiglio italiano: dipende dalla maggioranza parlamentare.
I Consoli potevano essere consigliati, ostacolati o persino messi sotto accusa dal Senato, ma la loro legittimità non derivava da un suo voto di fiducia. Questo creava un autentico meccanismo di controllo reciproco. L'idea di poteri distinti che si frenano a vicenda è il cuore del pensiero liberale, come sintetizzato magistralmente da Montesquieu, che si ispirò proprio al modello romano:
"Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere freni il potere."
L'antica architettura romana, pur con tutte le sue differenze, aveva incorporato un principio di separazione che oggi, in molti sistemi parlamentari, appare indebolito, a discapito dell'equilibrio dei poteri.
4. Un capolavoro della politica fu quasi cancellato per sempre dalla storia
La storia del De re publica è tanto affascinante quanto il suo contenuto, e ci ricorda la fragilità del sapere. Scritta da Cicerone tra il 55 e il 51 a.C., durante gli spasmi della Repubblica, l'opera fu considerata un testo fondamentale per secoli, ma con la caduta dell'Impero e l'avvento del Medioevo andò quasi completamente perduta.
Per oltre mille anni, tutto ciò che rimaneva erano frammenti e il celebre finale, il Somnium Scipionis. Fu solo nel 1819 che il filologo Cardinale Angelo Mai fece una scoperta incredibile nella biblioteca dell'Abbazia di Bobbio. Trovò un manoscritto palinsesto bobbiese contenente un commento di Sant'Agostino ai Salmi. Sotto quel testo, notò delle lettere sbiadite: era un palinsesto. Un monaco, per risparmiare la costosa pergamena, aveva dilavato il testo originale di Cicerone per ricopiarci sopra il commento sacro.
Con un lavoro meticoloso, Mai riuscì a recuperare circa un quarto dell'opera originale (circa 300 pagine su una stima di 1280). Questa incredibile storia di perdita e riscoperta dimostra quanto siamo stati vicini a perdere per sempre uno dei testi fondanti del pensiero politico occidentale.
5. La vera ricompensa del politico non è il potere, ma un posto tra le stelle
Il De re publica non è solo un trattato di ingegneria costituzionale; è anche una profonda riflessione morale sul fine ultimo della politica. L'opera si conclude con uno degli episodi più celebri e suggestivi della letteratura latina: il Somnium Scipionis ("Il Sogno di Scipione"). In questo, Cicerone non inventa dal nulla, ma si inserisce in un dialogo secolare, riecheggiando e romanizzando il celebre Mito di Er, con cui Platone aveva concluso la sua Repubblica.
Nel sogno, Scipione Emiliano viene trasportato nei cieli dal suo avo, Scipione l'Africano. Da quella prospettiva cosmica, la Terra appare come un punto insignificante e le lotte umane per la gloria e il potere sembrano futili. L'Africano gli rivela allora quale sia la vera ricompensa per chi si dedica con giustizia e amore al bene della patria: non la fama terrena, ma un posto eterno e beato nel cosmo.
"a tutti coloro che hanno salvato, aiutato, accresciuto la patria, è assegnata in cielo una sede ben determinata, dove nella beatitudine possano godere di una vita eterna"
In un'epoca in cui la politica è spesso percepita come una mera lotta per il potere, la visione di Cicerone offre un potente richiamo etico. Il servizio pubblico è presentato come un dovere quasi sacro, con uno scopo trascendente che va ben oltre il successo immediato. È un monito senza tempo su quale dovrebbe essere il vero orizzonte di chi governa.
Il dibattito iniziato a Roma non è ancora finito
Le idee di Cicerone non sono reperti archeologici da conservare in un museo. Sono strumenti vivi, capaci di interrogare il nostro presente e di fornirci un lessico per comprendere le nostre stesse difficoltà. La ricerca di un equilibrio tra efficacia e controllo, tra stabilità e libertà, è un'impresa che ci accomuna ai Romani di duemila anni fa.
Il dilemma fondamentale torna oggi di grande attualità nel dibattito sul "premierato". La spinta verso un esecutivo più forte rappresenta una ricerca della concordia e della stabilità sognate da Cicerone, rischiando però di indebolire i canali di quel conflitto istituzionalizzato che Machiavelli considerava il vero motore della libertà? Le domande essenziali sul potere, la libertà e il dovere rimangono le stesse. Il dibattito iniziato nel foro di Roma non è ancora finito.
martedì 3 marzo 2015
Un'opinione illustre sull'illustre Machiavelli
da Illuminationschool
Niccolò Machiavelli

“La istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi, e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri”.
N. MACHIAVELLI, Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, 1503

Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli; perché, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d’altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore.
N. Machiavelli, De principatibus, VI
Quella dei centenari è una religione laica, ha scritto una volta Carlo Dionisotti. Come tutte le religioni, deve attualizzare il passato, risvegliare devozioni dormienti o dimenticate. Quella che va sotto il nome di Machiavelli è la devozione o meglio la dedizione allo studio di una cosa che sarebbe bene indicare con le parole stesse di Machiavelli: «L’arte dello Stato». Un’arte, cioè un mestiere che si imparava. Prima di scrivere il Principe lui l’aveva studiata per almeno quindici anni.
Sulla definizione artigianale fiorentina prevalse il nome aristotelico di Politica: eppure oggi sarebbe bene restaurare il nome creato da Machiavelli, specialmente in Italia dove quella che si chiama “politica” è tutto fuorché un’arte e gli “ordini” o ordinamenti fondamentali dello Stato che stavano tanto a cuore a Machiavelli ballano un pauroso trescone. Ma proprio perché davanti alla politica corrente si volta la faccia disgustati, incombe il rischio di rivolgersi a Machiavelli come a un maestro non di un immorale “machiavellismo”, ma di buoni e financo religiosi pensieri e di savie benché inascoltate massime. È meglio allora che si provi almeno a conoscerlo come uomo, per la vita che ebbe, per i sentimenti che provò, per il contesto che fu il suo.
«Diteci, per favore chi era Robespierre », chiedeva Marc Bloch a chi polemizzava pro o contro il grande giacobino. Chi era l’uomo Machiavelli? Alla domanda ha risposto con fresca e piacevole narrazione Lucio Villari nel libro che ci viene ora riproposto negli Oscar Mondadori: Machiavelli, un italiano del Rinascimento. Dalle sue pagine quello che balza fuori è il profilo di un uomo di straordinaria intelligenza, di vivacissima passionalità e umanità, un amante della poesia e dell’amore: un uomo nato povero che dovette imparare presto a stentare, sperimentò il carcere, la tortura e l’esilio, ma di sé e dei suoi guai, desideri, amori, avventure, parlò con l’autoironia e la straordinaria eleganza di testimonianze epistolari indimenticabili, scolpite nella lingua più bella di una grande stagione letteraria. Lucio Villari ha evitato d’istinto il machiavellismo e si è dedicato al profilo dell’uomo cercando di capirne la cifra umana. La figura simbolica che presiede alla sua narrazione è quella dell’occasione: la si rappresentava come una donna dalla capigliatura mozza sulla nuca e un ciuffo sporgente sulla fronte, a suggerire che bisognava coglierla frontalmente non quando era passata. Assomigliava alla Fortuna e come lei si muoveva su ruote, incostante e velocissima. Sono le occasioni che ritmano questa vita di un uomo nato di piccola fortuna e della fortuna diffidente, ma pronto a cogliere gli appigli che la vita gli offre: le donne e l’amore in modo speciale. Ma anche la poesia, il teatro. Di poeta fu la prima e una delle pochissime opere pubblicate in vita, i Decennali (1504). Machiavelli è l’uomo che nella lettera all’Alamanni del 1517 si lamenta perché l’Ariosto in un poema «bello tutto et in molti luoghi mirabile», non gli ha trovato nemmeno un cantuccio tra i tanti poeti che nomina e lo ha «lasciato indietro come un cazo». Padre affettuoso, marito non proprio esemplare ma tenero e grato alla sua Marietta, Niccolò non rifiutava anzi cercava altre donne: fedele al proverbio di Boccaccio, che è «meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi», fu capace di innamorarsi fino all’ultimo, e non per questo si pentì: ma proprio in ultimo, prima di confessarsi, raccontò quel sogno che ha fatto penare il biografo piagnone in un’Italia che non ha mai rinunciato da allora in poi a speculare su quel che accade ai morenti refrattari ai conforti della religione e a fare pettegolezzi su chi alla vita volta le spalle.
Il riso e la serietà del riso sono parte essenziale di questo ritratto dell’uomo che si definiva nel 1525 «istorico, comico e tragico» e che, con intarsio elegante e leggero ma fortemente suggestivo, Lucio Villari mostra essere davvero un intreccio fra l’apparire e l’essere: apparire «huomini gravi, tutti volti a cose grandi» ed essere invece «leggieri, inconstanti, lascivi, volti a cose vane». E quel lascivo significava allora (e forse ancora) in Toscana non dedito ai piaceri della carne, ma cedevole agli impulsi della realtà della vita, che è fatta di occasioni. Come scrive Lucio Villari l’occasionalità era anche, per Machiavelli, disposizione ad accogliere l’ispirazione, la fantasia, a leggere la storia e la cronaca attraverso il filtro della satira, dell’umorismo: attraverso, insomma, la percezione dell’accaduto come momento di vita reale, non di ricomposizione di ombre in un teatro di fantasia o in un trattato di filosofia politica.

Si può parlare dell’“attualità” del Principe di Machiavelli, in occasione dei cinquecento anni dalla sua redazione, ma con molte cautele. Questo piccolo scritto, un “opusculo”, straordinario per i concetti e per la lingua, tra i più letti al mondo, rientra certamente nel novero dei “classici”. Ora le opere classiche, mentre hanno la straordinaria capacità di parlare a tutti, nella lunga durata, sono sempre anche figlie del loro tempo, ne recano tracce ineliminabili, e a volte la loro bellezza nasce proprio dalla commistione di tempo ed “eternità”.
Così, non c’è attualità che non si costituisca entro la consapevolezza della distanza, niente dei classici è trasferibile immediatamente nella realtà di oggi. Il filo di connessione è piuttosto costituito da quella che direi “lezione”, ossia la possibilità di ricavare liberamente dai classici temi e motivi che, in parte, vanno oltre il tempo e possono, più spesso in forma indiretta, farci da guida. LEGGI TUTTO…
La prova più chiara che Il Principe è un’orazione è l’Esortazione a liberare l’Italia dai barbari che conclude l’opuscolo. Le regole della retorica classica prescrivono infatti che l’orazione politica, per essere persuasiva, deve chiudersi, dopo un breve riassunto delle tesi proposte, con unaperoratio o exhortatio in cui l’oratore tocca le passioni degli ascoltatori, o dei lettori, affinché deliberino o operino secondo i suoi consigli. A tal fine l’oratore deve usare soprattutto l’indignatio, per muovere allo sdegno, e laconquestio, per suscitare compassione. Nel primo caso deve sottolineare che il fatto è tetro, crudele, nefario, e tirannico; nel secondo deve insistere soprattutto sull’innocenza della vittima ed enfatizzare la sua debolezza.
Da buon oratore qual è, Machiavelli mette diligentemente in pratica gli insegnamenti dei maestri classici. il capitolo conclusivo dell’opera è un’esortazione costruita secondo la tecnica dell’indignatio e dellaconquestio. Per muovere allo sdegno un possibile redentore sottolinea le «crudeltà et insolenzie barbare»; per suscitare compassione descrive l’Italia «più stiava che li ebrei, più serva ch’e’ persi, più dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa» che ha sopportato «d’ogni sorte ruina».
Diversamente dai molti cultori contemporanei della scienza politica, che aborrono la retorica e prediligono le formule matematiche, ritengo che una delle lezioni più valide del Principe sia proprio la grande abilità che Machiavelli ha dimostrato di saper contemperare analisi rigorosa e scrittura coinvolgente: ragione ed eloquenza, come appunto insegnavano i maestri della retorica classica. Con le sue opere ci ha insegnato che non è affatto necessario che gli scritti sulla politica siano aridi o noiosi, o oscuri. Se facessimo tesoro del suo esempio, avremmo non solo migliori scritti politici, ma anche un’azione politica più nobile e degna di ammirazione.M. VIROLI, L’attualità del Principe, in Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 – 2013, Treccani, 1013
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