Visualizzazione post con etichetta Classe III. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Classe III. Mostra tutti i post

domenica 16 novembre 2025

Potere e Libertà: da Cicerone alla Costituzione


DIALOGA CON CICERONE


Un'idea di 2000 anni fa che domina il dibattito politico di oggi



Nel fervente dibattito italiano sulle riforme costituzionali, emerge con forza un desiderio condiviso: trovare una formula per la stabilità e l'efficacia del governo. Si discute di premierato, di poteri e contrappesi, cercando di progettare un'architettura istituzionale che possa resistere alle turbolenze politiche. Eppure, le domande fondamentali al centro di questa discussione — come dividere il potere per proteggere la libertà, come bilanciare le diverse anime di una nazione per evitare la tirannia — non sono affatto nuove. Al contrario, furono esplorate con una lucidità magistrale oltre duemila anni fa da Marco Tullio Cicerone.



Nella sua opera monumentale De re publica, scritta in un periodo di profonda crisi per la Repubblica Romana, Cicerone ha analizzato la natura dello Stato ideale. Questo articolo esplorerà cinque lezioni sorprendenti e di grande impatto tratte dal suo pensiero, capaci di illuminare le nostre sfide attuali e offrire una prospettiva inedita sui dilemmi che affrontiamo oggi.


1. La "divisione dei poteri" non è quella che pensi: la differenza cruciale tra Cicerone e noi


Quando oggi parliamo di "divisione dei poteri", pensiamo quasi istintivamente al modello che abbiamo ereditato da Montesquieu, basato sulle funzioni dello Stato. Per Cicerone, invece, l'equilibrio era completamente diverso. La sua "costituzione mista" ideale, incarnata dalla Repubblica Romana, si basava su una divisione verticale tra le classi sociali, non su una separazione orizzontale tra le funzioni.

Il modello di Cicerone integrava tre elementi sociali, ognuno con una funzione precisa:

  • Elemento Monarchico: I due Consoli, che detenevano il potere esecutivo e il comando militare con lo scopo di "garantire efficacia e rapidità" nelle decisioni.
  • Elemento Aristocratico: Il Senato, composto da ex magistrati con carica a vita, la cui funzione era "garantire saggezza, esperienza, continuità" attraverso la sua autorità morale (auctoritas).
  • Elemento Democratico: Le Assemblee Popolari, che esprimevano la volontà del popolo eleggendo i magistrati e votando le leggi.

Il nostro modello moderno, invece, è strutturato per funzioni statali:

  • Legislativo: Il potere di fare le leggi (Parlamento).
  • Esecutivo: Il potere di governare (Governo).
  • Giudiziario: Il potere di amministrare la giustizia (Magistratura).

Questa distinzione è fondamentale. Cicerone cercava un equilibrio tra ceti per prevenire la guerra civile, il più grande terrore del mondo antico. Montesquieu, secoli dopo, adattò brillantemente quel principio per prevenire l'assolutismo monarchico, concentrandosi sulle funzioni del potere. La stessa idea — dividere il potere per limitarlo — fu riadattata per una realtà politica completamente nuova.


2. Concordia o Conflitto? Il dilemma che Machiavelli pose a Cicerone (e a tutti noi)


Per Cicerone, lo scopo ultimo della costituzione mista era la concordia ordinum, un'armonia tra le diverse componenti sociali. L'equilibrio tra consoli, senato e popolo doveva produrre stabilità e neutralizzare i conflitti interni, considerati il seme della rovina di ogni Stato. La moderazione e la collaborazione erano le virtù supreme.

Secoli dopo, Niccolò Machiavelli, un altro grande ammiratore della Repubblica Romana, rovesciò questa prospettiva con un'intuizione radicale. Nei suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli sostenne che la grandezza e la libertà di Roma non nacquero dall'armonia, ma proprio dal conflitto istituzionalizzato tra il Senato (i "grandi") e la plebe (rappresentata dai Tribuni).

"In ogni repubblica sono due umori diversi, quello del popolo e quello de' grandi; e tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascono dalla disunione loro."

Questa è una delle domande più profonde della filosofia politica. Una democrazia sana prospera grazie al consenso, come credeva Cicerone, oppure il vero motore della libertà è un conflitto gestito e produttivo tra interessi contrapposti, come sosteneva Machiavelli? La vera sfida, forse, non è scegliere tra concordia e conflitto, ma capire come un sistema democratico possa bilanciare la necessità di una cornice di concordia ciceroniana con l'indispensabile presenza di canali istituzionali per il conflitto machiavelliano.


3. Il più grande difetto delle democrazie moderne? I Romani lo avevano già evitato


Uno dei problemi strutturali più critici di molti sistemi parlamentari moderni, incluso quello italiano, è la cosiddetta "confusione legislativo-esecutivo". Il meccanismo è tanto semplice quanto fatale, e si sviluppa in quattro passaggi: 1) Le elezioni creano una maggioranza in Parlamento; 2) Questa stessa maggioranza esprime e sostiene il Governo; 3) Di conseguenza, il Governo e la maggioranza parlamentare sono lo stesso gruppo di persone; 4) Il risultato è che il controllo che il Parlamento dovrebbe esercitare sul Governo diventa fittizio: la maggioranza, di fatto, controlla se stessa.

Il modello della Repubblica Romana evitava intrinsecamente questa debolezza. La separazione era netta, come dimostra un confronto diretto:

  • Consoli romani: eletti direttamente dalle assemblee, indipendenti dal Senato.
  • Presidente del Consiglio italiano: dipende dalla maggioranza parlamentare.

I Consoli potevano essere consigliati, ostacolati o persino messi sotto accusa dal Senato, ma la loro legittimità non derivava da un suo voto di fiducia. Questo creava un autentico meccanismo di controllo reciproco. L'idea di poteri distinti che si frenano a vicenda è il cuore del pensiero liberale, come sintetizzato magistralmente da Montesquieu, che si ispirò proprio al modello romano:

"Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere freni il potere."

L'antica architettura romana, pur con tutte le sue differenze, aveva incorporato un principio di separazione che oggi, in molti sistemi parlamentari, appare indebolito, a discapito dell'equilibrio dei poteri.


4. Un capolavoro della politica fu quasi cancellato per sempre dalla storia


La storia del De re publica è tanto affascinante quanto il suo contenuto, e ci ricorda la fragilità del sapere. Scritta da Cicerone tra il 55 e il 51 a.C., durante gli spasmi della Repubblica, l'opera fu considerata un testo fondamentale per secoli, ma con la caduta dell'Impero e l'avvento del Medioevo andò quasi completamente perduta.

Per oltre mille anni, tutto ciò che rimaneva erano frammenti e il celebre finale, il Somnium Scipionis. Fu solo nel 1819 che il filologo Cardinale Angelo Mai fece una scoperta incredibile nella biblioteca dell'Abbazia di Bobbio. Trovò un manoscritto palinsesto bobbiese contenente un commento di Sant'Agostino ai Salmi. Sotto quel testo, notò delle lettere sbiadite: era un palinsesto. Un monaco, per risparmiare la costosa pergamena, aveva dilavato il testo originale di Cicerone per ricopiarci sopra il commento sacro.

Con un lavoro meticoloso, Mai riuscì a recuperare circa un quarto dell'opera originale (circa 300 pagine su una stima di 1280). Questa incredibile storia di perdita e riscoperta dimostra quanto siamo stati vicini a perdere per sempre uno dei testi fondanti del pensiero politico occidentale.


5. La vera ricompensa del politico non è il potere, ma un posto tra le stelle


Il De re publica non è solo un trattato di ingegneria costituzionale; è anche una profonda riflessione morale sul fine ultimo della politica. L'opera si conclude con uno degli episodi più celebri e suggestivi della letteratura latina: il Somnium Scipionis ("Il Sogno di Scipione"). In questo, Cicerone non inventa dal nulla, ma si inserisce in un dialogo secolare, riecheggiando e romanizzando il celebre Mito di Er, con cui Platone aveva concluso la sua Repubblica.

Nel sogno, Scipione Emiliano viene trasportato nei cieli dal suo avo, Scipione l'Africano. Da quella prospettiva cosmica, la Terra appare come un punto insignificante e le lotte umane per la gloria e il potere sembrano futili. L'Africano gli rivela allora quale sia la vera ricompensa per chi si dedica con giustizia e amore al bene della patria: non la fama terrena, ma un posto eterno e beato nel cosmo.

"a tutti coloro che hanno salvato, aiutato, accresciuto la patria, è assegnata in cielo una sede ben determinata, dove nella beatitudine possano godere di una vita eterna"

In un'epoca in cui la politica è spesso percepita come una mera lotta per il potere, la visione di Cicerone offre un potente richiamo etico. Il servizio pubblico è presentato come un dovere quasi sacro, con uno scopo trascendente che va ben oltre il successo immediato. È un monito senza tempo su quale dovrebbe essere il vero orizzonte di chi governa.


Il dibattito iniziato a Roma non è ancora finito


Le idee di Cicerone non sono reperti archeologici da conservare in un museo. Sono strumenti vivi, capaci di interrogare il nostro presente e di fornirci un lessico per comprendere le nostre stesse difficoltà. La ricerca di un equilibrio tra efficacia e controllo, tra stabilità e libertà, è un'impresa che ci accomuna ai Romani di duemila anni fa.

Il dilemma fondamentale torna oggi di grande attualità nel dibattito sul "premierato". La spinta verso un esecutivo più forte rappresenta una ricerca della concordia e della stabilità sognate da Cicerone, rischiando però di indebolire i canali di quel conflitto istituzionalizzato che Machiavelli considerava il vero motore della libertà? Le domande essenziali sul potere, la libertà e il dovere rimangono le stesse. Il dibattito iniziato nel foro di Roma non è ancora finito.


Markmap

martedì 3 marzo 2015

Un'opinione illustre sull'illustre Machiavelli


De Sanctis, Mussolini, Gramsci: a ciascuno il suo «Principe»

Luciano Canfora

"Corriere della Sera", 11 dicembre 2014

Un dotto francese di fede protestante, prudentemente trapiantatosi a Londra proprio a ridosso della Rivoluzione, Louis Dutens (1730-1812), scrisse un ponderoso trattato apparso per la prima volta nel 1766, poi più volte ristampato, per dimostrare che Le scoperte attribuite ai moderni, anche nel campo delle scienze matematiche e fisiche, erano già state pensate dagli antichi. Reagì polemicamente D’Alembert. Ma Dutens sfoderava, nel suo trattato, anche talune dichiarazioni dei grandi moderni pronti a dirsi debitori verso gli antichi. Fu quasi un secondo tempo della Querelle. In particolare colpivano le parole attribuite a Leibniz e riportate da Dutens (che di Leibniz fu benemerito editore): «Signore — avrebbe detto Leibniz ad un devoto visitatore —, Lei mi ha usato spesso la gentilezza di dirmi che io so qualcosa; ebbene io voglio mostrarvi le fonti da cui ho attinto tutto quello che so»; e, prendendo per mano il dotto amico, lo portò nel suo studio e gli mostrò le edizioni, che aveva sempre sottomano, di Platone, Aristotele, Plutarco, Sesto Empirico, Euclide, Archimede, Plinio il Vecchio, Seneca e Cicerone. 
L’impostazione di Dutens era ingenua, ma poneva un problema vero: l’uso creativo degli antichi da parte dei moderni. Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, l’uno a cavallo tra Quattro e Cinquecento, l’altro in pieno Seicento, e già maturo pensatore mentre Leibniz nasceva, offrono la migliore materia per cimentarsi con la questione. Non è certo casuale che, nell’Introduzione alla recentissima Enciclopedia Machiavelliana prodotta — nel cinquecentesimo anniversario del Principe — dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana (direttori dell’opera Gennaro Sasso e Giorgio Inglese), Sasso dedichi un denso paragrafo al tema L’imitazione dell’antico (vol. III, pp. XLVIII-XLIX). Sasso si concentra, ovviamente, sui Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dove l’operazione è resa trasparente dal fatto stesso di porre il racconto liviano della storia romana alla base della riflessione. Sasso mette in luce l’aporia intrinseca in quel modo di procedere: se «gli uomini» — osserva — erano, naturalisticamente intesi, «gli stessi», come mai si erano fatti in realtà tanto diversi da far sorgere il problema dell’estrema difficoltà di tornare ad essere come quegli antichi? 
Nel proemio al primo libro dei Discorsi Machiavelli addirittura sembra quasi anticipare quell’assunto cui Dutens — per parte sua convinto che Machiavelli fosse solo un ripetitore degli antichi — dedicherà tante energie: che cioè le conquiste scientifiche (in particolare la medicina) erano già state attuate dagli antichi. E deplora che proprio nella politica il modello antico venga ignorato e disatteso. Hobbes, invece, nelle pagine introduttive al De Cive, dirà con tutta l’asprezza necessaria, che Aristotele si è sbagliato nell’assunto fondamentale della Politica (la naturale «socievolezza» degli uomini): «Questo assioma — dirà —, sebbene accolto da molti, è falso». 
L’apparente dilemma si risolve in realtà constatando che proprio quei fondatori della modernità — Machiavelli, Hobbes, Leibniz — hanno pensato il nuovo dialogando con gli antichi. È questo che Leibniz intendeva quando additava al suo visitatore i libri che avevano sustanziato il suo pensiero. 
Se Machiavelli, Hobbes, Leibniz non poterono non dialogare con gli antichi, noi non possiamo non dialogare con Machiavelli, Hobbes e con tutti coloro che, lottando per dischiudere la modernità, incominciarono proprio da quel remoto, e pur sempre fresco, punto di partenza. Questo genere di dialogo si risolve, per lo più, in una feconda forzatura: si fa dire, ai libri fondativi che ci precedettero, ciò che noi vi leggiamo o vogliamo leggervi proprio perché, con l’aiuto di una tale «pietra focaia», pensiamo, o cerchiamo di pensare, i nostri pensieri: quelli del presente e del tempo che sentiamo imminente. Lo facciamo con i classici antichi e con i classici moderni: per esempio proprio con Machiavelli. E l’Enciclopedia che qui segnaliamo assolve egregiamente a tale compito, a tale funzione chiarificatrice. Essa ci mostra, voce dopo voce, articolo dopo articolo, non solo quale originalissimo «Ierone siracusano» sia il tiranno visto da Machiavelli, ma anche quale originalissimo Machiavelli sia il Machiavelli di Ugo Foscolo o di Francesco De Sanctis o, ai limiti del totale stravolgimento dell’originale, il Machiavelli di Antonio Gramsci. E ancora: quello demonizzato dalla Controriforma — il «cattivo maestro» — che ritorna curiosamente nello scontro tra fazioni bolsceviche in pieno XX secolo (si veda la voce «Russia» in questa Enciclopedia); e poi il Machiavelli arruolato senza tanti complimenti dal pessimismo antropologico del «tacitismo»: fino alla sua manifestazione postrema nelPreludio al Machiavelli di Mussolini, ispirato — in ciò Gramsci vide giusto — all’insopportabile e oligarchico pessimismo di Giuseppe Rensi. 

Ovviamente il compito degli storici e dei filologi non è solo quello di rimirare la creativa fecondità di un pensiero (e la sua possibile vitalità ben oltre gli intendimenti dell’autore), ma anche, e non meno, di recuperare l’esatta nozione di ciò che quel determinato autore disse, scrisse e pensò: di scrostare dunque, di sull’originale, le rigogliose e «necessarie» incrostazioni dei posteri. L’Enciclopedia Machiavelliana rende molto bene anche questo prezioso servigio, e dobbiamo perciò essere grati alla squadra che l’ha saputa realizzare.

da Illuminationschool

Niccolò Machiavelli


“La istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi, e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri”.
N. MACHIAVELLI, Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, 1503


Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli; perché, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d’altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore. 
N.  Machiavelli, De principatibus, VI
GALLERIA DI IMMAGINI: CLICCA QUI.
Sull'attualità di Machiavelli CLICCA QUI

Italia_1494.svg

Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 – 2013. IL VIDEO: Treccani Channel

Adriano Prosperi, Machiavelli senza il machiavellismo, “La Repubblica”, 14 ottobre 2013
Quella dei centenari è una religione laica, ha scritto una volta Carlo Dionisotti. Come tutte le religioni, deve attualizzare il passato, risvegliare devozioni dormienti o dimenticate. Quella che va sotto il nome di Machiavelli è la devozione o meglio la dedizione allo studio di una cosa che sarebbe bene indicare con le parole stesse di Machiavelli: «L’arte dello Stato». Un’arte, cioè un mestiere che si imparava. Prima di scrivere il Principe lui l’aveva studiata per almeno quindici anni.
Sulla definizione artigianale fiorentina prevalse il nome aristotelico di Politica: eppure oggi sarebbe bene restaurare il nome creato da Machiavelli, specialmente in Italia dove quella che si chiama “politica” è tutto fuorché un’arte e gli “ordini” o ordinamenti fondamentali dello Stato che stavano tanto a cuore a Machiavelli ballano un pauroso trescone. Ma proprio perché davanti alla politica corrente si volta la faccia disgustati, incombe il rischio di rivolgersi a Machiavelli come a un maestro non di un immorale “machiavellismo”, ma di buoni e financo religiosi pensieri e di savie benché inascoltate massime. È meglio allora che si provi almeno a conoscerlo come uomo, per la vita che ebbe, per i sentimenti che provò, per il contesto che fu il suo.
«Diteci, per favore chi era Robespierre », chiedeva Marc Bloch a chi polemizzava pro o contro il grande giacobino. Chi era l’uomo Machiavelli? Alla domanda ha risposto con fresca e piacevole narrazione Lucio Villari nel libro che ci viene ora riproposto negli Oscar Mondadori: Machiavelli, un italiano del Rinascimento. Dalle sue pagine quello che balza fuori è il profilo di un uomo di straordinaria intelligenza, di vivacissima passionalità e umanità, un amante della poesia e dell’amore: un uomo nato povero che dovette imparare presto a stentare, sperimentò il carcere, la tortura e l’esilio, ma di sé e dei suoi guai, desideri, amori, avventure, parlò con l’autoironia e la straordinaria eleganza di testimonianze epistolari indimenticabili, scolpite nella lingua più bella di una grande stagione letteraria. Lucio Villari ha evitato d’istinto il machiavellismo e si è dedicato al profilo dell’uomo cercando di capirne la cifra umana. La figura simbolica che presiede alla sua narrazione è quella dell’occasione: la si rappresentava come una donna dalla capigliatura mozza sulla nuca e un ciuffo sporgente sulla fronte, a suggerire che bisognava coglierla frontalmente non quando era passata. Assomigliava alla Fortuna e come lei si muoveva su ruote, incostante e velocissima. Sono le occasioni che ritmano questa vita di un uomo nato di piccola fortuna e della fortuna diffidente, ma pronto a cogliere gli appigli che la vita gli offre: le donne e l’amore in modo speciale. Ma anche la poesia, il teatro. Di poeta fu la prima e una delle pochissime opere pubblicate in vita, i Decennali (1504). Machiavelli è l’uomo che nella lettera all’Alamanni del 1517 si lamenta perché l’Ariosto in un poema «bello tutto et in molti luoghi mirabile», non gli ha trovato nemmeno un cantuccio tra i tanti poeti che nomina e lo ha «lasciato indietro come un cazo».  Padre affettuoso, marito non proprio esemplare ma tenero e grato alla sua Marietta, Niccolò non rifiutava anzi cercava altre donne: fedele al proverbio di Boccaccio, che è «meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi», fu capace di innamorarsi fino all’ultimo, e non per questo si pentì: ma proprio in ultimo, prima di confessarsi, raccontò quel sogno che ha fatto penare il biografo piagnone in un’Italia che non ha mai rinunciato da allora in poi a speculare su quel che accade ai morenti refrattari ai conforti della religione e a fare pettegolezzi su chi alla vita volta le spalle.
Il riso e la serietà del riso sono parte essenziale di questo ritratto dell’uomo che si definiva nel 1525 «istorico, comico e tragico» e che, con intarsio elegante e leggero ma fortemente suggestivo, Lucio Villari mostra essere davvero un intreccio fra l’apparire e l’essere: apparire «huomini gravi, tutti volti a cose grandi» ed essere invece «leggieri, inconstanti, lascivi, volti a cose vane». E quel lascivo significava allora (e forse ancora) in Toscana non dedito ai piaceri della carne, ma cedevole agli impulsi della realtà della vita, che è fatta di occasioni. Come scrive Lucio Villari l’occasionalità era anche, per Machiavelli, disposizione ad accogliere l’ispirazione, la fantasia, a leggere la storia e la cronaca attraverso il filtro della satira, dell’umorismo: attraverso, insomma, la percezione dell’accaduto come momento di vita reale, non di ricomposizione di ombre in un teatro di fantasia o in un trattato di filosofia politica.


Mario Reale, Sull’attualità politica del Principe. IL VIDEO.
Si può parlare dell’“attualità” del Principe di Machiavelli, in occasione dei cinquecento anni dalla sua redazione, ma con molte cautele. Questo piccolo scritto, un “opusculo”, straordinario per i concetti e per la lingua, tra i più letti al mondo, rientra certamente nel novero dei “classici”. Ora le opere classiche, mentre hanno la straordinaria capacità di parlare a tutti, nella lunga durata, sono sempre anche figlie del loro tempo, ne recano tracce ineliminabili, e a volte la loro bellezza nasce proprio dalla commistione di tempo ed “eternità”.
Così, non c’è attualità che non si costituisca entro la consapevolezza della distanza, niente dei classici è trasferibile immediatamente nella realtà di oggi. Il filo di connessione è piuttosto costituito da quella che direi “lezione”, ossia la  possibilità di ricavare liberamente dai classici temi e motivi che, in parte, vanno oltre il tempo e possono, più spesso in forma indiretta, farci da guida. LEGGI TUTTO…
 
 Who’s afraid of Machiavelli? DOCUMENTARIO BBC dedicato al 500mo anniversario del Principe.  Famous for lines like ‘It is better to be feared than loved’, The Prince has been a manual for tyrants from Napoleon to Stalin. But how relevant is The Prince today, and who are the 21st century Machiavellians? Alan Yentob talks to contributors including Colonel Tim Collins, who kept a copy of The Prince with him in Iraq; plus Hilary Devey, Alastair Campbell and Game of Thrones writer George RR Martin.


Il video propone un ampio estratto della lezione su “Machiavelli e Il Principe” tenuta il 20 febbraio 2014 presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Gian Mario Anselmi insegna Letteratura italiana nell’Università di Bologna, ha collaborato alla Letteratura italiana Einaudi e coordinato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Machiavelli, presso la casa editrice Salerno, i volumi dedicati alle Istorie Fiorentine e agli scritti storici di Machiavelli, di cui ha curato anche, con Carlo Varotti, Le grandi opere politiche (Bollati Boringhieri, 1992-93).  La lezione è imperniata su due celebri capitoli de Il Principe: il XVIII (In che modo i principi abbiano a mantenere la fede) e il XXV (Quanto possa la fortuna nelle cose umane, e in che modo se gli abbia a resistere). La chiave di lettura di Gian Mario Anselmi propone un Machiavelli che continua a parlare alla nostra modernità, inquieta e lacerata, perché ha intuito per primo, con una lucidità sconcertante, la radice anche ferina dell’uomo, l’atavica pulsione animale che ne guida azioni e comportamenti. Ma ha altresì compreso che tale pulsione può essere una risorsa di cui vanno sfruttati tutti gli aspetti positivi nella costruzione di uno spazio privilegiatamente politico, dove forza, intuito e istintiva capacità decisionale sono gli elementi in grado di determinare la sopravvivenza di uno Stato. Percorrere l’opera di Machiavelli, a partire dai testi fondativi della moderna arte politica come il Principe o i Discorsi, fino alla caustica corrosività della Mandragola o dell’Asino, significa fare i conti con una materia magmatica e incandescente, capace di restituire alla parola una dimensione di fisica evidenza, se non addirittura quella tensione agonistica e conflittuale entro cui si sono andate progressivamente consolidando (e non paia un paradosso per l’autore del Principe) le basi delle moderne democrazie occidentali.
La prova più chiara che Il Principe è un’orazione è l’Esortazione a liberare l’Italia dai barbari che conclude l’opuscolo. Le regole della retorica classica prescrivono infatti che l’orazione politica, per essere persuasiva, deve chiudersi, dopo un breve riassunto delle tesi proposte, con unaperoratio o exhortatio in cui l’oratore tocca le passioni degli ascoltatori, o dei lettori, affinché deliberino o operino secondo i suoi consigli. A tal fine l’oratore deve usare soprattutto l’indignatio, per muovere allo sdegno, e laconquestio, per suscitare compassione. Nel primo caso deve sottolineare che il fatto è tetro, crudele, nefario, e tirannico; nel secondo deve insistere soprattutto sull’innocenza della vittima ed enfatizzare la sua debolezza.
Da buon oratore qual è, Machiavelli mette diligentemente in pratica gli insegnamenti dei maestri classici. il capitolo conclusivo dell’opera è un’esortazione costruita secondo la tecnica dell’indignatio e dellaconquestio. Per muovere allo sdegno un possibile redentore sottolinea le «crudeltà et insolenzie barbare»; per suscitare compassione descrive l’Italia «più stiava che li ebrei, più serva ch’e’ persi, più dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa» che ha sopportato «d’ogni sorte ruina».
Diversamente dai molti cultori contemporanei della scienza politica, che aborrono la retorica e prediligono le formule matematiche, ritengo che una delle lezioni più valide del Principe sia proprio la grande abilità che Machiavelli ha dimostrato di saper contemperare analisi rigorosa e scrittura coinvolgente: ragione ed eloquenza, come appunto insegnavano i maestri della retorica classica. Con le sue opere ci ha insegnato che non è affatto necessario che gli scritti sulla politica siano aridi o noiosi, o oscuri. Se facessimo tesoro del suo esempio, avremmo non solo migliori scritti politici, ma anche un’azione politica più nobile e degna di ammirazione.
M. VIROLI, L’attualità del Principe, in Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 – 2013, Treccani, 1013

da Illuminationschool 

Consilia salutaria

Ti hanno detto che il latino è difficile? Prova così. 📜 Piccole vignette illustrate, frasi semplicissime e consigli sempre attuali... tutti...