venerdì 12 giugno 2026

La macchina che pensa al posto tuo. E perché non è un affare.


Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo, vi dico, alto poco più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più grande di lui. – Ho qui delle macchine da vendere – disse. – Fate vedere – disse il babbo. – Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia: la macchina fa tutto da sola in un minuto. – Compramela, babbo! – dissi io. – Va bene, quanto volete? – Non voglio denari – disse l’omino. – Ma non lavorerete mica per pigliar caldo! – No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino. – Ma siete matto! – esclamò il babbo. – State a sentire, signore – disse l’omino, sorridendo. – Se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello? – Comprami la macchina, babbo! – implorai. – Che cosa ne faccio del cervello? Il babbo mi guardò un poco e poi disse: – Va bene, prendete il suo cervello. L’omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Com’ero leggero, senza cervello! Tanto leggero che mi misi a volare per la stanza, e se il babbo non mi avesse afferrato in tempo sarei volato giù dalla finestra. – Bisognerà tenerlo in gabbia – disse l’ometto. – Ma perché? – domandò il babbo. – Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino, e in pochi giorni morirà di fame! Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che… alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno! Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti. — Gianni Rodari--

Rodari scrisse questo racconto negli anni Sessanta. Probabilmente pensava alla televisione, o a qualche fantascientifica macchina del futuro. Non immaginava che il futuro sarebbe arrivato sotto forma di una casella di testo bianca.

Quando è uscito ChatGPT, e poi tutti gli altri, in molte classi è successa una cosa prevedibile: i compiti sono migliorati di colpo. Temi senza errori, ricerche ben strutturate, riassunti impeccabili. Poi qualcuno ha cominciato a fare domande sul contenuto di quello che era stato consegnato. E lì le cose si sono complicate.

Non è una questione morale. Non si tratta di copiare o non copiare. Si tratta di qualcosa di più concreto: se la parte difficile — quella in cui cerchi le parole, ti blocchi, ricominci, capisci dove hai sbagliato — la salta qualcun altro, quella parte non la fai tu. E quella parte è esattamente dove avviene l'apprendimento.

I ricercatori chiamano questo fenomeno deskilling: l'atrofizzazione progressiva di una competenza per mancanza d'uso. È quello che è successo con il calcolo mentale quando sono arrivate le calcolatrici. Con il senso dell'orientamento quando è arrivato il GPS. Alcune di quelle competenze erano sacrificabili. Scrivere, ragionare, costruire un argomento — probabilmente no.

Detto questo, c'è un'altra cosa che vale la pena sapere, e che molti stanno scoprendo sulla propria pelle: l'AI sbaglia. Spesso. Inventa date, confonde personaggi storici, cita libri che non esistono. Produce testi che sembrano coerenti ma girano in tondo senza dire niente di preciso. Chi ha provato a usarla per una ricerca seria ha spesso passato più tempo a controllare quello che aveva scritto che non a fare la ricerca da zero.

Non è un argomento contro l'AI in sé. È un argomento contro l'idea che l'AI sia una scorciatoia neutrale e senza costo. Il costo c'è, ed è doppio: non impari quello che avresti imparato facendo il lavoro, e poi devi comunque fare il lavoro di verificare quello che lo strumento ha prodotto.

L'AI funziona bene quando serve a fare cose che già sai fare — migliorare una bozza che hai scritto tu, trovare un'informazione di partenza da approfondire, spiegare un concetto difficile in modo diverso. Funziona male quando diventa un modo per saltare il passaggio in cui la cosa entra davvero in testa.

Il bambino di Rodari si sveglia dal sogno spaventato e si mette subito a fare i compiti. Non per paura della punizione. Perché ha capito, attraverso il sogno, che il cervello è l'unica cosa che non conviene cedere.

domenica 24 maggio 2026

L’Architettura dell’Infinito: Dal Pensiero Teorico alla Struttura Formale

 

L’idillio L’infinito non può essere ridotto a una mera e suggestiva lirica d’occasione; esso rappresenta, in realtà, la cristallizzazione poetica di un denso sistema filosofico che trova nello Zibaldone la propria impalcatura metafisica. Per penetrare l’opera è necessario inquadrarla come un "processo conoscitivo" unitario, in cui la speculazione leopardiana sulla Teoria del Piacere si traduce in ritmo e immagine. Al cuore di tale riflessione risiede il concetto di un desiderio di felicità per natura illimitato, che si scontra fatalmente con la finitezza degli oggetti reali. Come esemplificato magistralmente dal filosofo attraverso la figura del "cavallo", il piacere derivante dal possesso di un oggetto particolare è destinato a rivelarsi strutturalmente insoddisfacente: l’animo, aspirando all’astratta infinità del piacere, percepisce immediatamente lo scarto incolmabile tra l’estensione del desiderio e la limitatezza del reale.

Questa condizione esistenziale è esasperata dal "pessimismo storico", ovvero dalla convinzione che la razionalità moderna e il progresso abbiano eradicato le "solide illusioni" proprie degli antichi. L’esempio di Cristoforo Colombo è, in tal senso, dirimente: la sua impresa, culminata nella redazione di una mappa geografica, ha sancito la morte dell’immaginario. Laddove la mente poteva un tempo spaziare nel mito e nel meraviglioso potere dell'ignoto, il "vero" razionale ha imposto un mondo rimpicciolito e mappato. In questo scenario di "arida verità", la poesia leopardiana non si limita alla lamentazione, ma si prefigge l'obiettivo strategico di ricreare artificialmente le illusioni attraverso specifici espedienti tecnici capaci di sospendere la dittatura del finito.



L’architettura epistemologica del componimento è dunque predicata su un rapporto dialettico con il limite fisico. Il colle e la siepe non sono meri dettagli topografici di Recanati, ma catalizzatori indispensabili per l’attività fantastica: l'ostacolo, "escludendo il guardo", agisce da innesco per la facoltà del "fingere". È opportuno sottolineare come l'uso del verbo "mi fingo" (v. 7) costituisca un voluto e quasi stentato latinismo (fingere: plasmare, creare, inventare), che sottolinea l'atto attivo e quasi demiurgico della mente che si sostituisce alla visione oculare. Tuttavia, questa prima fase del processo, dominata dalla Teoria della Visione, conduce a una crisi conoscitiva: il cuore "per poco non si spaura". È il momento dello scacco razionale in cui l'immaginazione visiva, nel tentativo di gestire l'assoluto degli "interminati spazi", vacilla di fronte a una mancanza di collegamento con l'eterno, generando una vertigine che confina con l'orrore del nulla.

Il superamento di tale blocco conoscitivo avviene attraverso la transizione alla Teoria del Suono, che permette di approdare dove la vista, il senso più "illuministico" e limitante, aveva fallito. La struttura formale della lirica asseconda questa dinamica attraverso una presenza ossessiva di enjambement, i quali dilatano il ritmo e mimano il flusso ininterrotto di un pensiero che non accetta i confini del verso. La frammentazione metrica riflette paradossalmente l'unità del processo cognitivo. Tale unità è tecnicamente suggellata al verso 8, dove un punto fermo segna una cesura netta tra l'infinito spaziale e quello temporale; tuttavia, la filologia ci insegna che tale divisione è superata da una sinalefe sonora tra la vocale finale di "quiete" e l'iniziale di "Io". Questo legame vocale conferma che il percorso non si interrompe, ma evolve: è lo stimolo uditivo del vento che "stormisce" a riattivare l'immaginazione, evocando i concetti poeticissimi di "lontano" e "antico" che lo Zibaldone identifica come pilastri dell'estetica del vago.

La mappa di questo viaggio psichico è tracciata con precisione attraverso la semantica dei deittici, che fungono da bussole del sentimento. Nella fase iniziale, l’uso di "questo" (questo ermo colle, questa siepe) àncora il poeta a una realtà fisica posseduta ma limitante. Nel passaggio alla fase di transizione uditiva, l’infinito è ancora percepito come "quello" (quello infinito silenzio), un concetto estraneo e non ancora dominato. Solo nell'approdo finale si compie la conquista soggettiva: l'infinito diventa "questa immensità" e "questo mare". L'esperienza dell'assoluto è stata internalizzata; il lontano è diventato vicino.

In questa prospettiva, l’ossimoro finale "naufragar m'è dolce" non descrive una sconfitta annichilente, bensì il successo dell'immaginazione sulla "arida verità". Il naufragio è un "annegare positivo" nell'immensità dell'essere, dove il pensiero trova la propria catarsi gnoseologica. Leopardi, lungi dall’essere un profeta di sterile negatività, si rivela — per citare la riflessione sulla "arte di essere fragili" — un "salvatore" della capacità umana di dare senso all'esistenza. Attraverso l'estetica del vago e dell'indefinito, egli trasforma la propria fragilità in una ricerca di significato superiore, offrendo alla domanda di senso dell'uomo moderno una risposta che non nega il dolore, ma lo trascende nell'eternità della forma. La poesia si configura così come l'unico porto possibile in cui la dolcezza del naufragio può ancora riscattare l'uomo dalla desolazione del vero razionale.


Per la teoria del piacere di Leopardi, guarda anche QUI

L’intelligenza artificiale a scuola: ti aiuta davvero?


 

Probabilmente ti è già successo: hai tanti compiti, poco tempo e pensi che l’intelligenza artificiale possa risolverti tutto in pochi minuti. In fondo basta scrivere una domanda e arrivano subito riassunti, temi, traduzioni ed esercizi svolti. Comodo, vero?

L’immagine qui sopra parla proprio di te, delle tue domande e del modo in cui molti studenti stanno usando l’AI oggi. Ma il suo messaggio è più profondo di quanto sembri: l’intelligenza artificiale può aiutarti tantissimo, ma non può imparare al posto tuo.

“Chi siamo?”

La prima domanda dell’immagine è semplice: chi siamo?
La risposta è chiara: studenti.

E questo significa una cosa importante: il tuo obiettivo non dovrebbe essere solo “finire i compiti”, ma capire, crescere e costruire competenze che ti serviranno davvero nel futuro.

Sì, studiare a volte è faticoso. Ma ogni volta che capisci qualcosa da solo, stai allenando il tuo cervello.

“Cosa vogliamo?”

La risposta del fumetto fa sorridere: “Finire i compiti in cinque minuti.”

Ammettilo: almeno una volta l’hai pensato anche tu.
Quando hai interrogazioni, verifiche, allenamenti, amici e mille impegni, cercare una scorciatoia sembra la soluzione perfetta.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

“Come?”

“Con l’intelligenza artificiale.”

Oggi puoi usare l’AI per:

  • riassumere capitoli;

  • farti spiegare argomenti difficili;

  • creare mappe concettuali;

  • correggere testi;

  • aiutarti nelle lingue straniere;

  • fare esercizi guidati.

E sai una cosa? Usata bene, è davvero uno strumento utilissimo.

Il problema nasce quando smetti di usarla per capire e inizi a usarla solo per consegnare qualcosa velocemente.

“Funziona?”

L’immagine risponde in modo diretto: “Per copiare, sì.”

Ed è qui che dovresti fermarti a riflettere.
Se copi una risposta senza comprenderla, forse riuscirai a consegnare il compito, ma... cosa succederà quando dovrai parlare all’interrogazione? O durante una verifica senza aiuti?

La verità è che l’AI può scrivere un testo, ma

  • non può pensare al posto tuo;

  • non può costruire la tua sicurezza;

  • non può sostituire quello che hai davvero imparato.

“Basta?”

La risposta è un deciso “No.”

Perché la scuola non serve soltanto a riempire pagine o completare esercizi. 

Serve a sviluppare:

  • autonomia;

  • spirito critico;

  • capacità di ragionare;

  • sicurezza nelle tue idee.

Sono cose che nessuna tecnologia può regalarti automaticamente.

“Perché?”

L’immagine lo dice chiaramente:
“All’interrogazione l’AI non può rispondere al posto nostro.”

Ed è vero. Alla fine, ciò che conta davvero è quello che sai spiegare tu.

Quando riesci a:

  • raccontare un argomento con parole tue;

  • collegare idee diverse;

  • risolvere un problema senza copiare;

  • fare domande intelligenti;

significa che stai imparando davvero.

“E allora?”

Qui arriva il messaggio più importante dell’intera immagine:
“Meglio usarla per imparare.”

Ecco il punto: l’intelligenza artificiale non deve sostituirti. Deve aiutarti a migliorare.

Puoi usarla per:

  • farti spiegare un argomento in modo più semplice;

  • creare quiz per ripassare;

  • allenarti prima di un’interrogazione;

  • trovare esempi pratici;

  • organizzare meglio il tuo studio.

In questo modo l’AI diventa un supporto, non una scorciatoia.

“Quando cominciamo?”

L’ultima risposta è entusiasta: “Subito.”

Perché imparare a usare bene questi strumenti è importante già da ora. L’intelligenza artificiale farà parte del tuo futuro, nello studio e nel lavoro. Ma la differenza la farà sempre il modo in cui deciderai di usarla.

Puoi scegliere se:

  • usarla per evitare di pensare;
    oppure

  • usarla per diventare più bravo, più curioso e più preparato.

L’immagine vuole lasciarti una domanda semplice ma importante: vuoi usare l’intelligenza artificiale per fare meno fatica… o per imparare meglio?

La tecnologia può aiutarti tantissimo. Ma il vero protagonista del tuo percorso resti sempre tu.


domenica 17 maggio 2026

La visione della storia di Roma in Tito Livio

 

L'Uomo e l'Opera "Ab Urbe Condita"

Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) non è stato un politico né un uomo d'armi, ma un cittadino privato che ha dedicato l'intera esistenza alla costruzione di un monumento letterario senza precedenti. Originario di Padova, portò con sé una cifra stilistica e morale che Asinio Pollione definì patavinitas: un termine che evoca un certo moralismo provinciale, ma che in Livio si traduce in una narrazione fluida e rigogliosa, definita da Quintiliano come lactea ubertas ("un’abbondanza dolce come il latte").

Dati Biografici e Strutturali:

  • Origini: Famiglia agiata di Padova; non ricoprì cariche pubbliche, dedicandosi interamente alla scrittura.
  • Rapporto con Augusto: Legato al Princeps da stima reciproca. Augusto lo chiamava scherzosamente "pompeiano" per le sue simpatie repubblicane, ma ne tollerava il pensiero poiché l'esaltazione dei valori antichi operata da Livio coincideva perfettamente con il programma di risanamento morale del regime.
  • L'Opera: 142 libri (di cui restano i libri 1-10 e 21-45) che narrano la storia di Roma dalla fondazione (753 a.C.) fino al 9 a.C.
  • Metodologia: Non lavorò su documenti d'archivio "nudi", ma rielaborò fonti letterarie precedenti (come Polibio e gli Annalisti), trasformando la cronaca in una sorta di epopea in prosa.

Per Livio, la storia è un atto di rifugio. Egli scrive per distogliere lo sguardo dai mali dell'epoca presente, dichiarando che, mentre rievoca le vicende dei padri, il suo stesso animo si fa antico (antiquus fit animus).

Dopo aver inquadrato l'autore, esploriamo le forze invisibili che, secondo Livio, muovono i fili della storia romana.





--------------------------------------------------------------------------------

Le Forze del Destino: Fatum e Necessitas

Nella visione liviana, l'ascesa di Roma non è un caso della fortuna, ma un processo governato da una legge metafisica superiore che domina gli stessi dèi: il Fatum (o Necessitas).

Livio interpreta la crescita di Roma come un disegno fatale e inarrestabile. Tuttavia, questo determinismo divino non rende l'uomo un semplice spettatore. La grandezza di Roma è il risultato di una sinergia: il Fatum traccia la rotta, ma è la collaborazione attiva dei Romani — attraverso la loro rettitudine e il valore — a permettere al disegno divino di compiersi. Come scrive Livio (I 9, 4), l'Impero è cresciuto perché a Roma non è mai venuta meno la Virtus.

Se il Destino traccia la rotta, è la "Romanità" degli individui a permettere alla nave di Roma di percorrerla.

--------------------------------------------------------------------------------

Il Nucleo della Romanità: Un Glossario Etico

Il successo di Roma non poggia su strategie ciniche, ma sulla forza dei valori del Mos Maiorum. Questi non sono concetti astratti, ma prendono vita in figure storiche esemplari.

Concetto Latino

Definizione Accessibile

Esempio di Valore per la Comunità

Virtus

Valore militare e capacità di sopportazione fisica e morale.

Muzio Scevola, che punisce la propria mano per l'errore commesso ("Et facere et pati fortia Romanum est").

Fides

Lealtà assoluta alla parola data, base del diritto delle genti.

Garantisce la sacralità dei patti: la sua violazione contro i Galli portò alla disfatta del fiume Allia.

Pietas

Devozione e rispetto verso gli dèi, la patria e i genitori.

Coriolano, che pur vincitore cede davanti alle rampogne della madre, anteponendo il rispetto filiale alla vendetta.

Concordia

Armonia tra le classi sociali (Patrizi e Plebei).

Menenio Agrippa, che con l'apologo delle membra e dello stomaco ricompose la secessione della plebe.

Disciplina

Obbedienza rigorosa che garantisce l'ordine dello Stato.

Giunio Bruto, che condannò a morte i propri figli per aver congiurato contro la neonata Repubblica.

Frugalitas

Moderazione e rifiuto del lusso in favore di una vita austera.

Cincinnato, che torna al suo piccolo podere dopo la dittatura; o Menenio Agrippa, sepolto a spese pubbliche perché poverissimo.

Pudicitia

Senso dell'onore e castità, pilastro della moralità domestica.

Lucrezia e Virginia, che preferirono la morte al disonore per preservare l'integrità della famiglia.

Gravitas

Dignità e autorevolezza nel portamento e nel giudizio.

Gli anziani senatori che, seduti davanti alle loro case, incussero timore ai Galli invasori per il loro aspetto venerabile.

Clementia

Benevolenza e mitezza verso il nemico sottomesso.

Camillo, che applicò la clemenza agli abitanti di Tusculum, trasformando potenziali nemici in alleati.

Questi valori non restano teorie astratte, ma prendono vita attraverso le figure eroiche del passato.

--------------------------------------------------------------------------------

La Storia come Modello: Historia Magistra Vitae e gli Exempla

Livio concepisce la storiografia con un intento programmaticamente etico-didascalico. Il suo metodo si basa sugli exempla: episodi o figure che diventano monumenti morali da contemplare.

  1. L'osservazione del monumento: La storia è un illustre monumentum dove ogni esempio è esposto alla vista.
  2. L'imitazione politica: Il cittadino trae dal passato ciò che è utile per sé e per la res publica.
  3. Il rifiuto del vizio: Si identificano le azioni "brutte nell'inizio e nell'esito" (foedum inceptu foedum exitu) per evitarle.

A differenza di Sallustio, che descrive la corruzione con un "sinistro e quasi morboso compiacimento" (umor nero), Livio cerca la iucunditas. Egli non vuole disgustare il lettore, ma consolarlo e ispirarlo attraverso l'idealizzazione di un passato glorioso.

La citazione chiave (dalla Praefatio):

"Hoc illud est praecipue in cognitione rerum salubre ac frugiferum, omnis te exempli documenta in illustri posita monumento intueri; inde tibi tuaeque rei publicae quod imitere capias, inde foedum inceptu foedum exitu quod vites."

Traduzione: "Questo è l'aspetto particolarmente salutare e fecondo della conoscenza dei fatti: che tu possa contemplare insegnamenti di ogni genere di esempio posti su un monumento illustre; da lì puoi trarre ciò che devi imitare per te e per il tuo Stato, da lì ciò che è brutto nell'inizio e brutto nell'esito, che tu debba evitare."

Questa idealizzazione del passato serve a Livio come specchio per denunciare le ombre del suo tempo.

--------------------------------------------------------------------------------

Il Contrasto Drammatico: Splendore Antico vs. Decadenza Moderna

Livio costruisce una narrazione a tinte forti, contrapponendo l'integrità dei primi secoli alla degenerazione della tarda Repubblica.

  • Il punto di svolta (146 a.C.): Seguendo lo schema sallustiano, Livio identifica nella distruzione di Cartagine l'inizio del declino. Venuta meno la paura del nemico esterno (metus hostilis), i Romani si abbandonarono all'ozio e ai vizi.
  • Integrità vs. Corruzione: La storia di Roma è per Livio una parabola. Dalla povertà virtuosa si è giunti a un presente dove le ricchezze hanno introdotto l'Avaritia (brama di denaro) e la Luxuria (amore per il lusso), definita come il desiderio di perdersi e perdere tutto (per luxum atque lubidinem pereundi perdendique omnia).

Livio sintetizza questa crisi con una formula allitterante e amara:

"nec vitia nostra nec remedia pati possumus" (Non possiamo tollerare né i nostri vizi, né i loro rimedi).

Quando descrive la decadenza moderna, lo stile di Livio si fa più cupo e serrato, adottando quasi il ritmo di Sallustio per sottolineare la tragicità del presente rispetto alla "luminosa chiarezza" del passato.

In conclusione, l'opera di Livio si rivela non solo come cronaca, ma come un appello morale alla rinascita.





--------------------------------------------------------------------------------

L'Eredità della Visione Liviana

La visione di Tito Livio è stata la pietra angolare per la creazione del mito di "Roma Eterna". Egli ha trasformato la storia in un patrimonio etico condiviso, capace di unificare culturalmente l'Impero. Il suo merito non sta nell'attendibilità scientifica, ma nella capacità di aver dato forma e dignità artistica all'identità romana, influenzando per secoli l'educazione della classe dirigente occidentale.

Mini-Guida alla Lettura

  1. Cerca il Pathos: Non soffermarti solo sulle date; Livio eccelle nella "storiografia tragica". Osserva come descrive le emozioni di personaggi come Lucrezia o Scipione.
  2. Identifica gli Exempla: Ogni volta che incontri un grande personaggio (Cincinnato, Camillo, Scevola), chiediti: "Quale virtù del Mos Maiorum sta incarnando per educare il lettore?"
  3. Rileggi la Praefatio: È il cuore filosofico dell'opera. Lì Livio spiega che l'unico modo per sopportare il presente è immergersi totalmente nello studio dei "tempi antichi".

sabato 16 maggio 2026

Racconti d'estate: spunti diversi per lettori diversi

 

Eccovi la raccolta di racconti che vi accompagnerà in questo agosto.



Trovate la raccolta cliccando QUI

So già cosa state pensando: "Compiti delle vacanze." No. O meglio: sì, tecnicamente lo sono — ma vi chiedo di provare a dimenticarla, questa parola, almeno per il tempo di un racconto.

Quello che ho messo insieme non è un manuale, non è un'antologia scolastica, non è una lista di cose da studiare. È una raccolta di storie scelte per voi, per quello che siete adesso: lettori che stanno diventando grandi, con gusti diversi, ritmi diversi, e — spero — una curiosità che ogni tanto si accende senza che nessuno ve lo chieda.

Cosa troverete

Troverete Buzzati, che con quattro racconti apre la raccolta come si apre una porta su un corridoio un po' inquietante: i suoi personaggi scivolano verso il basso — piano dopo piano, scelta dopo scelta — senza quasi accorgersene. È il maestro italiano del perturbante quotidiano, e una volta che lo leggete non lo dimenticate più.

Troverete Calvino, che invece vi porta a spasso per una città grigia insieme a Marcovaldo, un uomo che vede il mondo con occhi così diversi dai nostri da sembrare a volte un alieno, a volte il più saggio di tutti. I suoi racconti fanno ridere. E poi fanno pensare. Nell'ordine giusto.

Troverete Pirandello — tre racconti, tre modi di guardare all'identità, alla follia, alla dignità. Ciaula scopre la luna da sola vale tutta l'estate.

E poi Karen Blixen, con la sua storia densa e misteriosa ambientata in un porto nebbioso. Agatha Christie, che vi tende una trappola elegante e vi sfida ad accorgervene prima di Poirot. Virginia Woolf, che in poche pagine vi porta dentro la testa di una donna a una festa, e non è un posto comodo — ma è un posto vero.

Infine Goffredo Parise, forse il meno noto della raccolta, e forse quello che vi sorprenderà di più: due racconti brevissimi, due lampi, su temi che conoscete bene — gli altri, l'amore — scritti con una semplicità che nasconde tutto.

Come leggerla

Non c'è un ordine obbligato. Potete seguire la raccolta dall'inizio, oppure scegliere in base all'umore: avete voglia di qualcosa di inquietante? Buzzati. Di ironico? Calvino. Di intenso e rapido? Parise.

L'unica cosa che vi chiedo è di non leggere con la penna in mano, almeno la prima volta. Lasciate che la storia faccia il suo lavoro. Poi, se volete, rileggete, sottolineate, annotatevi qualcosa — ma prima lasciatevi prendere.

I racconti sono il formato perfetto per l'estate: si leggono in una mezz'ora, in spiaggia, in treno, sul divano, sul terrazzo alle undici di sera. Non richiedono concentrazione da maratona. Richiedono solo che siate disposti a stare, per un po', dentro una storia che non è la vostra.

Buona lettura — e buona estate.

Prof.ssa Claudia de Crescenzo

La macchina che pensa al posto tuo. E perché non è un affare.

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo, vi dico, alto poco più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più ...