domenica 22 febbraio 2026

TRE DONNE. UNO SPAZIO. UNA STORIA CHE TI RIGUARDA. Dal video al tuo diario di bordo · Katherine Johnson · Dorothy Vaughan · Mary Jackson



Okay. Nel video hai conosciuto tre donne che negli anni Cinquanta e Sessanta lavoravano alla NASA — l'agenzia spaziale americana — facendo calcoli matematici così precisi da decidere se un astronauta tornava a casa vivo oppure no. E lo facevano in un'America in cui erano costrette a usare bagni separati, mense separate, porte separate. Perché erano donne. E perché erano nere.

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson. Tre nomi che per decenni non ha saputo quasi nessuno. Oggi sono nell'enciclopedia, in un film candidato all'Oscar, e uno degli edifici della NASA porta il nome di Mary. Ma la domanda che vale la pena farti non è solo "perché ci hanno messo tanto?". È: cosa possiamo imparare da questa storia, adesso?


CHI ERANO — IN TRE RIGHE CIASCUNA

Katherine Johnson (1918–2020) Matematica. Calcolò le traiettorie per le missioni Mercury e Apollo 11. L'astronauta John Glenn si rifiutò di volare senza la sua verifica personale sui dati del computer — preferiva fidarsi di lei piuttosto che della macchina. Nel 2015 Barack Obama le ha consegnato la Medaglia Presidenziale della Libertà.

Dorothy Vaughan (1910–2008) Prima manager afroamericana della NASA. Quando capì che i computer elettronici avrebbero presto sostituito le calcolatrici umane, non aspettò che qualcuno la formasse: imparò il linguaggio di programmazione FORTRAN da sola, leggendo un manuale in biblioteca. Poi formò il suo intero team. Ha trasformato una minaccia in un vantaggio.

Mary Jackson (1921–2005) Prima ingegnera afroamericana della NASA. Per frequentare i corsi di specializzazione dovette chiedere un'autorizzazione al tribunale, perché la scuola era riservata ai soli bianchi. La ottenne. Dedicò gli ultimi anni della sua carriera non alla propria avanzata, ma ad aprire porte per le donne e le persone di colore che venivano dopo di lei. Nel 2020 la NASA ha intitolato il suo quartier generale a Washington proprio a lei.


IL MONDO IN CUI VIVEVANO

Per capire davvero questa storia, devi capire il contesto. Non erano i "bei tempi andati" — erano tempi in cui le leggi dello stato imponevano per legge la separazione tra persone bianche e nere in scuole, autobus, ristoranti, bagni pubblici. Si chiamavano Leggi Jim Crow e sono rimaste in vigore negli Stati Uniti dal 1877 al 1965. Non è storia antica: i genitori di molti adulti di oggi erano già nati. I miei nonni e i miei zii hanno vissuto lì e in quegli anni.

Contemporaneamente, gli USA e l'URSS erano in piena Guerra Fredda: una competizione tecnologica e politica in cui mandare un uomo nello spazio era una questione di prestigio nazionale, quasi di sopravvivenza. Nel 1957 i sovietici lanciano lo Sputnik — il primo satellite artificiale. L'America è in panico. E ha bisogno dei migliori cervelli disponibili. Incluse quelle tre donne — che lo Stato considerava cittadine di serie B, ma di cui aveva disperatamente bisogno.

Questa contraddizione è il cuore della storia.


📌 UNA DATA DA TENERE A MENTE

1953 → Katherine entra al NACA (poi NASA) 

1957 → L'URSS lancia lo Sputnik: inizia la corsa allo spazio 

1962 → John Glenn orbita attorno alla Terra. Chiede a Katherine di verificare i calcoli del computer prima di partire 

1969 → Apollo 11: l'uomo sulla Luna. Anche i calcoli di Katherine Johnson sono dentro quel momento

2016 → Esce il film Hidden Figures. Il mondo scopre questa storia. 63 anni dopo. 

2020 → La NASA intitola il suo quartier generale a Mary Jackson


"Devi essere la prima. Devi essere migliore. Devi essere più coraggiosa." 

Mary Jackson


COSA C'ENTRA TUTTO QUESTO CON TE

Potresti pensare: "bella storia, ma è roba del passato". 

Aspetta un secondo. Nel 2023, solo il 26% degli occupati nel settore tecnologico nei paesi europei era donna. In Italia, meno del 20% degli studenti universitari in ingegneria informatica è di genere femminile. La rappresentazione conta: se non vedi qualcuno come te fare una certa cosa, tendi a non immaginare di poterla fare tu.

E poi c'è la questione Dorothy. Lei ha capito una cosa che vale ancora oggi, anzi vale ancora di più: quando l'automazione arriva e minaccia il tuo lavoro — o le tue competenze — puoi subirla o anticiparla. Lei ha imparato il FORTRAN quando nessuno ancora lo faceva, e ha trascinato il suo team con sé. Noi siamo esattamente nella stessa situazione con l'intelligenza artificiale. La domanda non è "l'AI mi sostituirà?" ma "cosa faccio adesso per essere utile in un mondo che cambia?"


🔭 PISTE DI RICERCA — ESPLORA TU

Non fermarti al video. Le risorse qui sotto sono tutte gratuite e autorevoli. Scegli almeno una pista e vai a fondo — non per fare un compito, ma perché questa storia merita più di due minuti.


PISTA 1 · La sezione NASA dedicata a Hidden Figures

La NASA ha una sezione storica con fotografie originali degli anni '60, documenti d'archivio e biografie. Vai qui: nasa.gov/centers-and-facilities/langley/hidden-figures

Cerca una foto delle sale di calcolo del "West Area Computers" — le stanze dove lavoravano le calcolatrici umane. Poi guarda dove stai seduto adesso e pensa alla differenza.

Per le fotografie d'archivio originali vai sul sito della NASA e cerca "Katherine Johnson" o "West Area Computers".

🎯 Sfida: trova una fotografia originale degli anni '60 che ritrae le tre scienziate o il loro gruppo. Descrivi quello che vedi in tre righe.


PISTA 2 · Women @ NASA: chi sono le scienziate di oggi

La NASA ha una sezione dedicata alle donne che lavorano nell'agenzia oggi. Scopri chi sono, cosa studiano, da dove vengono. Vai su: women.nasa.gov

La situazione è cambiata rispetto agli anni '60? In che misura? Per le risorse didattiche vai anche su: nasa.gov/stem

🎯 Sfida: trova il nome di una scienziata o astronauta NASA che non conoscevi. Cosa fa? Cosa l'ha ispirata?


PISTA 3 · Le Leggi Jim Crow: com'erano davvero

Il National Museum of African American History & Culture (Smithsonian) ha una sezione dettagliata sulle leggi Jim Crow, con documenti originali. Non è lettura facile — ma è esattamente il tipo di cose che è utile sapere prima di parlarne con qualcuno che non le conosce.

Per i documenti d'archivio originali del movimento per i diritti civili: loc.gov/collections/civil-rights-history-project

🎯 Sfida: trova un esempio concreto di legge Jim Crow che ti ha stupito. Spiega in due o tre righe perché.


PISTA 4 · I calcoli che portarono l'uomo sulla Luna

Katherine Johnson calcolava traiettorie orbitali a mano. Questo significa: circonferenza dell'orbita, velocità, angolo di rientro nell'atmosfera — con un margine di errore ammissibile di pochi centimetri su centinaia di chilometri. Il sito NASA STEM ha risorse per capire com'è fatta un'orbita e perché i calcoli erano così critici.

Vai su: nasa.gov/stem — cerca "orbital mechanics" o "how does an orbit work".

🎯 Sfida: la formula della circonferenza è C = 2πr. Il raggio dell'orbita di Friendship 7 era 6.371 + 262 km. Calcola la distanza percorsa in 3 orbite. Confrontala con la distanza Terra-Luna (384.000 km). Cosa noti?


PISTA 5 · Dorothy e il FORTRAN: la prima era dei computer

Dorothy Vaughan imparò il FORTRAN — uno dei primissimi linguaggi di programmazione della storia, inventato nel 1957 — da sola, leggendo un manuale in biblioteca. Oggi puoi trovare la storia di quel linguaggio online e persino provarlo.

Per vedere com'è fatto il FORTRAN ancora oggi: fortran-lang.org

🎯 Sfida: cerca un esempio di codice FORTRAN. Riesci a capire qualcosa? Confrontalo con Python o con qualunque linguaggio tu conosca. Cosa è cambiato in 70 anni di programmazione?


💬 DOMANDE PER CUI NON ESISTE RISPOSTA GIUSTA

Queste domande non hanno una risposta da manuale. Richiedono che tu ci pensi davvero — da solo, con un amico, o magari scrivendoci sopra. Non devi rispondere a tutte: scegli quelle che ti "agitano" di più. Di solito quelle sono le più utili.


Su di te

C'è qualcosa che non hai mai provato a fare perché "non era per te" — per come sei, da dove vieni, come sei fatto?

Katherine Johnson, da bambina, era così brava in matematica che la scuola della sua città non era abbastanza avanzata per lei. Suo padre ogni giorno la portava in un'altra città. Qualcuno ha mai fatto qualcosa di simile per te? Tu lo faresti per qualcun altro?


Sulla storia

Se la storia di queste tre donne fosse rimasta nascosta per sempre, cosa sarebbe cambiato? Perché le storie contano?

Il libro di Margot Lee Shetterly è uscito nel 2016 — 63 anni dopo che Katherine Johnson aveva iniziato a lavorare alla NASA. Nel frattempo, quante altre storie simili non abbiamo ancora scoperto?


Sul mondo oggi

La discriminazione nel mondo scientifico e lavorativo esiste ancora? Come si manifesta — in modo diverso rispetto agli anni '60, ma forse ugualmente reale?

Non rispondere di istinto. Prima cerca un dato reale: percentuale di donne nelle materie STEM nel tuo paese, differenze di stipendio tra uomini e donne nello stesso ruolo, rappresentazione nei ruoli di leadership nelle aziende tecnologiche. Poi torna alla domanda.


Su scienza e futuro

Dorothy Vaughan ha anticipato l'arrivo dei computer e si è formata da sola, trascinando il suo team. Tu cosa faresti se l'intelligenza artificiale sostituisse qualcosa che sai fare?

Non è una domanda astratta: sta già succedendo in molti settori. Quali competenze pensi che nessuna AI possa sostituire davvero? Perché?


Sul coraggio

Queste tre donne non si sono arrese, ma non hanno nemmeno fatto la rivoluzione in modo rumoroso. Hanno risposto con l'eccellenza, la precisione, la professionalità. È sempre la strategia giusta?

C'è chi dice che "fare bene il proprio lavoro" non basta per cambiare sistemi ingiusti — che serve anche protestare, ribellarsi, fare rumore. Cosa ne pensi? Le due cose si escludono a vicenda?


Sul film e sulla rappresentazione

Hidden Figures è uscito nel 2016. Perché ci hanno messo così tanto a raccontare questa storia? E chi decide, di solito, quali storie diventano film?

Nel 2016 l'industria cinematografica era ancora guidata prevalentemente da uomini bianchi. Coincidenza? Pensa a quali storie conosci e a quali probabilmente non conosci ancora. Chi ne è l'autore, di solito?


Sull'aprire porte

Mary Jackson ha dedicato gli ultimi anni della sua carriera ad aprire porte per gli altri, rinunciando spesso alla propria avanzata personale. Tu hai mai "aperto una porta" per qualcuno? O qualcuno l'ha fatto per te?

Può essere una cosa piccola: difendere qualcuno, presentare due persone, dare un consiglio al momento giusto. La solidarietà non deve essere epica per essere reale.


SE VUOI ANDARE ANCORA OLTRE

Il libro originale da cui è tratto il film si chiama Hidden Figures di Margot Lee Shetterly (2016) — è più ricco e dettagliato del film, e racconta molti più personaggi. Se non riesci a trovarlo in biblioteca, esiste anche in inglese come ebook.

In alternativa, cerca su YouTube le interviste a Katherine Johnson rilasciate prima della sua scomparsa nel 2020: parlano da sole, senza filtri, senza effetti speciali.


Queste tre donne non hanno aspettato che il mondo diventasse più giusto per fare cose straordinarie. Hanno lavorato dentro un sistema difficile, lo hanno cambiato dall'interno, e hanno aperto porte per chi veniva dopo di loro. La domanda è semplice: tu cosa farai con la tua parte di storia?



sabato 21 febbraio 2026

Gli Etruschi

Slide Etruschi di claudia de crescenzo

Etruschi, Greci e Cartaginesi: navigatori in un mare conteso

Signori del Mediterraneo

Etruschi, Greci e Cartaginesi: navigatori in un mare conteso

Storia antica  ·  Scuola secondaria

Immagina un mare senza Google Maps, senza motori, senza radio. Eppure percorso in ogni direzione, in ogni stagione, da migliaia di navi cariche di merci, idee, soldati. Questo era il Mediterraneo del primo millennio prima di Cristo: non un confine, ma un'autostrada. E su quest'autostrada tre popoli — Etruschi, Greci e Cartaginesi — si contesero ricchezza, rotte e potere per secoli, prima di cedere tutti e tre al medesimo vincitore: Roma.

Come fu possibile? Erano civiltà avanzate, ricche, capaci. Eppure nessuna riuscì a resistere. La storia ha molto da insegnarci — anche su noi stessi.

◆ ◆ ◆
⏰ Cronologia essenziale
IX–VIII sec. a.C. Nascita delle prime città etrusche in Toscana; fondazione di Cartagine (814 a.C. secondo la tradizione); inizio della colonizzazione greca in Italia e Sicilia.
~540–535 a.C. Battaglia di Alalia: flotta etrusco-cartaginese sconfigge i Greci focesi davanti alla Corsica. Il Tirreno rimane "lago privato" etrusco.
490–479 a.C. Guerre Persiane: Maratona, Termopili, Salamina. I Greci vincono uniti — ma l'unità è già destinata a non durare.
431–404 a.C. Guerra del Peloponneso: Atene contro Sparta. La Grecia si distrugge dall'interno.
396 a.C. Roma conquista Veio dopo dieci anni di assedio. Le altre città etrusche non intervengono. Inizia il tramonto etrusco.
338 a.C. Filippo II di Macedonia sconfigge Atene e Tebe a Cheronea. Fine dell'indipendenza delle poleis greche.
264–146 a.C. Tre Guerre Puniche. Cartagine viene distrutta nel 146 a.C. Nello stesso anno Roma distrugge anche Corinto: la Grecia è provincia romana.
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Gli Etruschi: ricchi, brillanti, divisi

Chi erano gli Etruschi? Un popolo che ancora oggi ci affascina e ci sfugge. La loro lingua non assomiglia a nessun'altra in Europa, e per questo i testi etruschi — pur leggibili — restano in parte incomprensibili. Abitavano quella che oggi chiamiamo Toscana, una terra straordinariamente ricca: ferro, rame, stagno uscivano dalle loro miniere e finivano sui mercati di mezzo Mediterraneo.

Sul mare erano temibili. Il Tirreno portava il loro nome — Tyrrhenoi in greco — e lo controllavano davvero: dalle città costiere come Cerveteri, Tarquinia e Populonia salpavano navi mercantili e da guerra verso la Sardegna, la Corsica, la Gallia. I Greci li chiamavano "pirati", ma era essenzialmente invidia commerciale.

 Lo sapevi che…

Quasi tutto ciò che associamo alla Roma antica arrivò dagli Etruschi: i fasci littori (simbolo del potere), la toga a strisce dei magistrati, il rito del trionfo militare, l'arte di leggere il futuro nelle viscere degli animali, la tecnica dell'arco e della volta. Roma imparò dai suoi vicini — e poi li conquistò.

Il problema degli Etruschi era politico. Non erano uno Stato, ma dodici città-Stato indipendenti, orgogliose della propria autonomia. Avevano sì una Lega — la Dodecapoli — che si riuniva periodicamente in un santuario vicino all'odierna Orvieto. Ma quella lega era religiosa, non militare. Quando Roma attaccò Veio e la assediò per dieci anni, le altre undici città etrusche non mandarono eserciti in suo soccorso. Ognuna pensava ai propri affari. Quando capirono il pericolo, era troppo tardi.

"Dodici città ricche e potenti che non riuscirono mai a diventare un solo Stato. La loro debolezza non fu la mancanza di forza, ma la mancanza di unità."
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I Greci: il genio della polis e il suo limite

Se gli Etruschi dominarono il Tirreno, i Greci colonizzarono il Mediterraneo intero. Dalla Spagna all'attuale Ucraina, dalla Libia all'Italia meridionale — quella che chiamarono Magna Grecia, "Grande Grecia" — le loro città spuntavano ovunque ci fosse una costa e un porto. Siracusa, Taranto, Napoli (che i Greci chiamavano Neapolis, "città nuova"), Marsiglia: erano metropoli greche a tutti gli effetti, con templi, teatri, scuole di filosofia.

Il loro grande lascito politico fu la polis, la città-Stato. In alcune di esse — Atene su tutte — nacque qualcosa di rivoluzionario: la democrazia, il governo in cui i cittadini decidono insieme. Un'invenzione che, tremila anni dopo, è ancora il modello a cui aspiriamo.

Ma la polis aveva un tallone d'Achille: era incapace di pensarsi come parte di qualcosa di più grande. Il Greco si identificava con la sua città prima di tutto. Era ateniese o spartano o corinzio. "Greco" era un'identità culturale — la lingua, gli dèi, i Giochi Olimpici — che non diventò mai un'identità politica.

 Lo sapevi che…

Nella seconda guerra persiana (480 a.C.), il re spartano Leonida guidò trecento guerrieri — insieme a poche migliaia di altri alleati greci — nello stretto passaggio montano delle Termopili, tenendo a bada per tre giorni l'immensa armata di Serse. Sapendo di andare incontro alla morte certa, gli Spartani non indietreggiarono: il loro sacrificio rallentò l'avanzata persiana e permise alle altre città greche di riorganizzarsi. Leonida e i suoi trecento morirono fino all'ultimo uomo. Sul luogo della battaglia fu eretta una stele con un'iscrizione rimasta celebre: "Straniero, va' a dire a Sparta che qui siamo caduti obbedendo alle sue leggi."

La guerra del Peloponneso (431–404 a.C.) fu il punto di non ritorno. Atene contro Sparta, quasi trent'anni di guerra civile su scala greca. Lo storico Tucidide, che la visse in prima persona, la considerò "la più grande guerra che fosse mai avvenuta". Alla fine vinse Sparta — ma vinse su una Grecia esausta, dissanguata, incapace di riprendersi. Seguì un breve periodo di egemonia tebana: Tebe, guidata dal genio militare di Epaminonda, sconfisse Sparta a Leuttra nel 371 a.C. e si impose per qualche decennio sulle altre città. Ma anche quella supremazia fu effimera, e alla morte di Epaminonda (362 a.C.) la Grecia era di nuovo nel caos.

Fu allora che si aprì la strada a un potere esterno. Filippo II di Macedonia — un regno che i Greci consideravano semibarbaro, ai margini settentrionali del loro mondo — approfittò della frammentazione delle poleis per costruire un esercito professionale e modernissimo. Nel 338 a.C., a Cheronea, Filippo sconfisse la coalizione di Atene e Tebe e pose fine all'indipendenza delle città greche. Suo figlio Alessandro Magno completò l'opera: inglobò la Grecia nel suo impero sterminato, che si estendeva fino all'India. Per la prima volta i Greci erano uniti — ma per forza di conquista, non per scelta propria. Quando arrivò Roma, trovò un mondo ricchissimo di cultura e irrimediabilmente frammentato nei rivoli dell'eredità alessandrina. La conquista fu quasi inevitabile.

"I Romani non conquistarono 'la Grecia'. Conquistarono gli Achei, i Macedoni, i re d'Oriente — uno alla volta. L'unità che mancò ai Greci fu la forza di Roma."
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Cartagine: la grande potenza che quasi fermò Roma

Cartagine nacque come colonia fenicia — Qart-Hadašt, "città nuova", fondata da coloni della città di Tiro, nell'attuale Libano, verso il 814 a.C. Posta al centro del Mediterraneo, sulla costa tunisina, era destinata a diventare la più grande potenza commerciale del mare nostrum. Controllava le coste nord-africane, la Sardegna, la Sicilia occidentale, il sud della Spagna. Un vero e proprio impero, tenuto in piedi da una flotta potentissima e da eserciti mercenari professionali.

Con gli Etruschi, Cartagine trovò un'alleanza naturale contro il comune rivale greco. La battaglia di Alalia (intorno al 540–535 a.C.), combattuta nelle acque della Corsica, ne è l'esempio più eloquente: la flotta congiunta etrusco-cartaginese sconfisse i Greci focesi e chiuse loro le porte del Tirreno.

Ma il destino di Cartagine si giocò contro Roma. Le tre Guerre Puniche (264–146 a.C.) furono il conflitto più devastante del mondo antico. La seconda fu quella di Annibale: il geniale generale cartaginese attraversò le Alpi con gli elefanti da guerra e inflisse a Roma sconfitte catastrofiche — Trebbia, Trasimeno, Canne. Roma perse in una sola giornata, a Canne, più uomini di quanti ne siano morti nella battaglia di Waterloo. Eppure resistette.

 Lo sapevi che…

Quando Roma si trovò a combattere i Cartaginesi per mare — e non aveva nessuna tradizione navale — copiò una nave cartaginese naufragata sulle coste della Sicilia, ne costruì trecento in novanta giorni, e vinse la battaglia di Milazzo (260 a.C.). La capacità di imparare in fretta dai nemici fu uno dei segreti del successo romano.

Cartagine cadde anche per ragioni interne: il Senato cartaginese, dominato da famiglie di mercanti che temevano i costi della guerra, non supportò mai Annibale con le risorse di cui aveva bisogno. Anche Cartagine, nel momento della crisi, si rivelò divisa.

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Il nodo cruciale: perché l'unità mancò?

Guardando insieme i destini di questi tre popoli, emerge una domanda che vale la pena porsi: perché civiltà così avanzate non riuscirono a fare fronte comune contro Roma?

Per i Greci, il problema era quasi filosofico. Avevano inventato la libertà come valore politico — e la libertà della propria città, la sua indipendenza, era quasi sacra. Accettare di dipendere da un'altra città greca sembrava quasi peggio che essere sottomessi da uno straniero. Questa sensibilità acutissima all'autonomia, che aveva generato la resistenza contro i Persiani, rendeva impossibile l'unione volontaria.

Per gli Etruschi, le divisioni erano più pratiche: le città erano in concorrenza per le stesse rotte, le stesse miniere, gli stessi mercati. La lega religiosa che le univa non aveva nessun potere di imporre decisioni militari vincolanti. Quando Roma attaccava una città, le altre calcolavano i propri interessi — e spesso decidevano che non valeva la pena rischiare.

Roma invece aveva trovato una soluzione diversa: non si limitava a conquistare, ma integrava. Gli alleati italici combattevano negli eserciti romani, condividevano il bottino, potevano aspirare alla cittadinanza. Quando Annibale attraversò l'Italia sperando che si ribellassero, quasi tutti rimasero fedeli a Roma. Era un sistema che creava fedeltà là dove il modello greco e quello etrusco creavano gelosie.

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 Glossario
Polis (pl. poleis)
La città-Stato greca: una comunità politica autonoma con proprie leggi, istituzioni e culti. Il modello politico dominante nel mondo greco antico.
Democrazia
Letteralmente "governo del popolo" (dal greco demos, popolo, e kratos, potere). Ad Atene, i cittadini maschi liberi partecipavano direttamente alle decisioni collettive nell'assemblea.
Dodecapoli
La lega delle dodici principali città etrusche, a carattere prevalentemente religioso, non militare. Si riuniva periodicamente presso il santuario di Voltumna, vicino all'odierna Orvieto.
Magna Grecia
Il nome con cui gli antichi indicavano l'insieme delle colonie greche nell'Italia meridionale e in Sicilia: Siracusa, Taranto, Crotone, Napoli e molte altre.
Punico
Aggettivo che indica tutto ciò che è cartaginese. Deriva dal latino Punicus, a sua volta dal greco Phoinix (Fenicio), a ricordare le origini fenicie di Cartagine.
Mercenari
Soldati professionisti assoldati a pagamento, non legati alla città per cui combattono da vincoli di cittadinanza. Cartagine faceva largo uso di eserciti mercenari.
樂 Per riflettere e discutere
  1. Etruschi e Greci erano entrambi divisi in città-Stato indipendenti. Quali differenze vedi tra la loro frammentazione? Cosa le accomunava?
  2. I Greci consideravano la libertà della propria città un valore quasi sacro. Può una libertà troppo assoluta diventare un punto di debolezza? Fai esempi anche dal mondo contemporaneo.
  3. Roma riuscì a costruire fedeltà includendo i vinti nel suo sistema politico. Conosci esempi storici — antichi o moderni — in cui un'unione si è rivelata più forte della somma delle sue parti?
  4. Cartagine fu letteralmente cancellata dalla storia nel 146 a.C.: la città distrutta, gli abitanti uccisi o schiavizzati. Cosa significa per una civiltà "scomparire"? Può la cultura sopravvivere alla sconfitta politica?
Per approfondimenti: LINK

domenica 8 febbraio 2026

Non è solo un viaggio: Cinque verità che scuotono il cuore dalla storia di Enaiatollah Akbari

 

Vi siete mai chiesti perché un libro che racconta l’odissea di un bambino in fuga si intitoli Nel mare ci sono i coccodrilli? La risposta non risiede in un trattato di zoologia, ma nel terrore primordiale di chi, non sapendo nuotare, guarda l'abisso e vi proietta i propri mostri. La storia vera di Enaiatollah Akbari, raccolta dalla penna sensibile di Fabio Geda, non è però solo la cronaca di una migrazione; è un saggio vivente sulla resilienza umana che inizia con un paradosso d’amore: una madre che abbandona il proprio figlio di dieci anni in terra straniera per garantirgli il diritto di esistere.

Nelle pagine del libro, il dialogo tra l’autore e il protagonista ci restituisce non solo i fatti, ma il respiro di un’anima che cresce tra i confini. Ecco cinque verità fondamentali che emergono dal viaggio di Enaiatollah e che ci obbligano a riconsiderare il significato di dignità e identità.

L'etica non va in vacanza, nemmeno all'inferno

Il viaggio di Enaiat inizia a Quetta, in Pakistan, all'interno di un samavat. Non chiamatelo hotel: come spiega Enaiat a Fabio Geda, il samavat Qgazi era un "magazzino di corpi e anime", un deposito di esseri umani in attesa di essere impacchettati e spediti verso un altrove incerto. È qui che, prima di scomparire nel nulla per tornare dagli altri figli, la madre gli impone tre promesse. In un mondo dove la sopravvivenza sembrerebbe giustificare ogni bassezza, queste regole diventano la sua unica, infrangibile bussola morale.

"Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiat jan, per nessun motivo. La prima è usare le droghe... La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti... promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra e neppure intorno a un mestolo di legno per il qhorma palaw, se quel mestolo di legno serve a ferire un uomo. La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no."

L'inserimento del "mestolo di legno" eleva l'etica di Enaiat dalla semplice legalità a una profonda filosofia della non-violenza: non si offende l'altro nemmeno con l'utensile più quotidiano e domestico.

La "carota" dell'asino ovvero la forza del desiderio

La madre di Enaiat gli consegna un segreto psicologico potente: un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, proprio come un asino segue una carota. Ma c'è un dettaglio tecnico fondamentale: questo desiderio va tenuto "a una spanna dalla fronte".

Non si tratta di sogni astratti, ma di una tensione costante verso il futuro. Se il desiderio è troppo lontano, ci si arrende; se è troppo vicino, si smette di camminare. Tenerlo a quella precisa distanza è ciò che permette a Enaiat di rialzarsi dopo i lavori massacranti nelle fabbriche di pietre a Qom o nei cantieri di Esfahan. In questa prospettiva, il desiderio supera la mera necessità di sopravvivenza e diventa un atto di affermazione della propria dignità: non si scappa solo da qualcosa, si corre verso qualcuno che vogliamo diventare.

Afghan ≠ Taleban: la distinzione che dimentichiamo

Uno dei contributi più preziosi del racconto di Enaiat è la decostruzione del pregiudizio che sovrappone il popolo afghano (e la minoranza Hazara in particolare) ai suoi persecutori. Enaiat ricorda con precisione chirurgica il giorno in cui i talebani chiusero la sua scuola a Nava, uccidendo il maestro davanti agli alunni con un secco: "La scuola non è fatta per gli Hazara".

L'identità talebana descritta da Enaiat è un'entità transnazionale fondata sul vuoto culturale:

  • La molteplicità di nazionalità: I talebani incontrati durante le razzie provenivano da Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Spesso non parlavano nemmeno la stessa lingua.
  • L'arma dell'ignoranza: Il divieto di studiare non è un precetto religioso, ma una strategia politica. I talebani temono lo studio perché sanno che una mente istruita capirebbe che le loro azioni non sono fatte in nome di Dio, ma per meschini interessi di potere.

L'assurdità del "tempo relativo" nei confini

Per chi vive in clandestinità, il tempo non si misura in ore, ma in sofferenza fisica e incertezza. I trafficanti vendono "viaggi di tre giorni" che si trasformano in odissee di mesi. La percezione del tempo si distorce violentemente:

  • Il trauma fisico: Durante il passaggio verso la Turchia, Enaiat trascorre tre giorni e tre notti nel doppio fondo di un camion, in uno spazio di 50 centimetri, schiacciato tra pietre e ghiaia. La brutalità del viaggio è riassunta in un'immagine viscerale: Enaiat racconta di essere uscito da quel loculo "pisciando sangue" per settimane, a causa delle vibrazioni e della compressione interna.
  • Il valore del primo orologio: Enaiat compra il suo primo orologio a Qom, con i risparmi di mesi di fatica. È un oggetto di gomma e metallo che purifica sfregandolo contro le mura di un santuario. Quell'orologio non serve a guardare l'ora, ma a "possedere" finalmente il proprio tempo dopo anni in cui esso era appartenuto ai padroni o ai trafficanti. Quando un poliziotto corrotto glielo ruberà a un posto di blocco, colpendolo con uno schiaffo, Enaiat non piangerà l'oggetto, ma il simbolo della sua dignità appena ritrovata.

Il paradosso della sopravvivenza: mentire per sperare

Nonostante le promesse materne sull'onestà, la realtà del confine impone a Enaiat quello che possiamo definire un "bluff vitale". Per ottenere un posto sul gommone verso la Grecia, Enaiat dichiara ai compagni di viaggio di conoscere l'inglese, sostenendo di poter fungere da interprete con le autorità.

In realtà, l'unica parola che conosce davvero è "House" (casa). Questa piccola bugia non è un tradimento dell'etica, ma la manifestazione suprema dell'ingegno e della resilienza. Enaiat trasforma una fragilità in una risorsa, usando la parola "casa" non solo come vocabolario, ma come destinazione dell'anima. È la capacità di creare un'opportunità dal nulla, unendo il destino di cinque ragazzi attorno a una parola che è, al tempo stesso, una menzogna tecnica e una verità esistenziale.

Una domanda per il lettore

La storia di Enaiatollah Akbari ci invita a guardare le rotte migratorie non come flussi statistici, ma come la somma di singoli battiti cardiaci. Come ricorda la riflessione finale del libro, "l'emigrazione nasce dal bisogno di respirare". È un atto vitale, necessario come l'ossigeno, che spinge una madre a consegnare il figlio al destino pur di sottrarlo alla cenere di una vita senza scuola e senza libertà.

Oggi Enaiat ha trovato il suo respiro in Italia, trasformando la sua fuga in cittadinanza. Resta a noi una domanda che scuote il privilegio della nostra stabilità: in un mondo dove l'identità è spesso un dato burocratico garantito, qual è la nostra "carota"? Qual è quel desiderio che teniamo a una spanna dalla fronte e che ci dà la forza, ogni mattina, di rialzarci e restare umani?


Nel mare ci sono i coccodrilli

di Fabio Geda





PARLA CON ENAIATOLLAH




Wrapped up in a woven shawl,
Watchin' the horizon call,
See the mountains kissed with light,
Pushin' back the endless night,
"Oh, this is the way to be free",
Sailing on an endless sea,
Past the shores we used to roam,
This is how we're finding home,
"OH, THIS IS THE WAY TO BE FREE",
(This is the way to be free)


Vittorio Alfieri

Uom, di sensi, e di cor, libero nato, […] conscio a sé di se stesso, uom tal non degna l’ira esalar che pura in cor gli ferve; ma il sol suo aspetto a non servire insegna.
V. Alfieri, Rime [1795]
Alfieri legato alla sedia
Vittorio Alfieri legato alla sedia dal fedele servitore Elia (FONTE:http://www.parcoletterario.it/)
Sublime specchio di veraci detti, Mostrami in corpo e in anima qual sono: Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti; Lunga statura, e capo a terra prono;
Sottil persona in su due stinchi schietti; Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; Giusto naso, bel labro, e denti eletti; Pallido in volto, piú che un re sul trono:
Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite; Irato sempre, e non maligno mai; La mente e il cor meco in perpetua lite:
Per lo piú mesto, e talor lieto assai, Or stimandomi Achille, ed or Tersite: Uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.
9 Giugno [1786]
V. Alfieri, Rime, LVI
Vittorio Alfieri, foglio fiorentino
TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque  governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo “infrangi-legge” sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi, le può egli stesso eseguire. E qui è necessario osservare, che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontà dei più; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontà dei più le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle, e il male o niente eseguirle. Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o il non esservi delle leggi stabilite; ma nell’esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle. Non solamente dunque è tirannide ogni governo, dove chi eseguisce le leggi, le fa; o chi le fa, le eseguisce: ma è tirannide piena altresì ogni qualunque governo, in cui chi è preposto all’eseguire le leggi non dà pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create. Della tirannide, 1777
GUIDO DAVICO BONINO, Alfieri, spietato eroe della libertà. L’ispiratore di molti intellettuali del nostro Risorgimento e oltre, fino a Piero Gobetti, da “La Stampa”, 16 gennaio 2010 Vittorio Alfieri non ha ancora compiuto trent’anni (siamo per l’esattezza, nel 1778) quando compie un gesto a suo modo risolutivo anche se strettamente privato: il dono all’unica sorella, Giulia contessa di Cumiana, di tutti i propri beni in cambio di una pensione annua (sono ambedue gli unici figli del conte Antonio Alfieri Bianco di Cortemilia e di Monica Maillard di Touruon). Potrà così essere libero di vivere fuori del Piemonte e al tempo stesso di dedicarsi a tempo pieno non solo alla stesura delle ambitissime tragedie (da tre anni ha contratto una vera e propria «febbre» teatrale) e delle altrettanto predilette rime, ma anche a quella delle opere morali e politiche. L’anno prima a Siena ha preso a scrivere d’impeto i due libri Della tirannide (li riprenderà per dar loro esito a Parigi nell’87) e in quel 1778 ha dato inizio ad un altro trattato, Del principe e delle lettere. Anche questa seconda operetta verrà conclusa solo nel 1786 e vedrà la luce l’anno seguente a Kehl. Sarà uno dei libri-chiave per molti intellettuali del nostro Risorgimento, dal momento che il conte astigiano vi affronta un nodo per loro cruciale: quello del nesso tra potere politico e letteratura. Il principe, che per Alfieri altro non è che il tiranno, e il letterato non possono che essere «naturali nemici». Il letterato si prefigge infatti d’apportare agli uomini con i propri scritti «luce, verità e diletto», il principe guarda soltanto il proprio potere. «Spessissimo però accade (pur troppo!) che i sommi ingegni nascono necessitosi di pane»: di ciò il principe è consapevole tanto che, per addomesticare le lettere ai propri fini, si comporta con chi le pratica con ben mirata generosità. Fu questo il mecenatismo di Augusto con Virgilio, degli Estensi con l’Ariosto e il Tasso: mentre una «totale indipendenza » è necessaria «all’autore per ottimamente scrivere». L’«alto animo», il «forte sentire», l’«acuto ingegno » sono in lui altrettanto indispensabili che le «libere circostanze». Dal momento che i «letterati veri» non «possono lasciarsi proteggere da chi che sia», ne consegue che «pochissimi uomini» godranno della «totale indipendenza necessaria… per ottimamente scrivere». Una visione, quella dell’Alfieri, lucida sino all’amaro disincanto: come spietata è, in un certo senso, la conclusione cui egli approda: gli scrittori «eccellenti » sono stati quelli che sono vissuti non sotto un principe, ma nella repubblica: la «serva» Francia non riuscì a procreare «filosofi sommi», la libera Inghilterra vanta i «non protetti» Hume, Robertson, Gibbon. Ma proprio quest’impietosa lucidità fu quella che colpì e commosse gli uomini, che s’apprestavano a realizzare una nuova Italia. Presagio di ciò che non avrebbe potuto veder compiutamente realizzato (Alfieri, com’è noto, morirà a Firenze l’8 ottobre 1803, appena cinquantaquattrenne), l’autore si scatena nell’undecimo capitolo del terzo libro del suo pamphlet, sulle orme del Machiavelli, ad una vibrante «esortazione a liberar l’Italia dai barbari». Tra le molte «schiave contrade» dell’Europa di fine Settecento la «nostra Italia» pare all’Alfieri quella che «potrebbe più facilmente… assumere un nuovo aspetto politico». Essa infatti «abbonda di caldi e ferocissimi spiriti», che possono colla «verità e la ragione» espresse nei loro scritti eccitare «alla giusta e nobile ira» i «drittamente rinferociti e illuminati popoli», a cui spetterà realizzare nella nostra «penisoletta » «un nuovo e grandioso aspetto di politica durevole società». E’ questo conclusivo appello a far rifiorire «le vere lettere… nell’aura di libertà» che coinvolgerà gli scrittori-patrioti dell’Ottocento sino all’unità raggiunta dopo un quarantennio di lotte e battaglie, da Mazzini a Gioberti in poi. A Torino il 14 luglio 1922 si laureava con Gioele Solari con una tesi su La filosofia politica di Vittorio Alfieri, approvata col massimo dei voti e con la dignità di stampa, il poco più che ventunenne Piero Gobetti.  Scrivendo il 16 agosto del ’20 da San Bernardino di Trana all’amico coetaneo aostano Natalino Sapegno, Piero così postillava: «Ho caro che tu legga, come mi dici, molto Alfieri. Io aspetto di tornare a Torino per rinsaldare le mie forze in quella sua forza che sempre mi fece bene da quando lo leggevo primamente a dodici anni nell’Autobiografia… ». La tesi“Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l’Italia: nessuna terra mi è patria” (dal Misogallo). uscì per i tipi dello stesso Gobetti nel 1923: nel ’26 apparve postumo, per le cure dell’amico Santino Carcinella, Risorgimento senza eroi. Il settimo paragrafo del secondo capitolo era riservato a Vittorio Alfieri: Gobetti vi sottolinea appassionatamente «la sua inquietudine avventurosa», la sua «disperata necessità di polemica contro le autorità costituite, i dogmi fatti, le tirannie religiose e politiche».

“Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l’Italia: nessuna terra mi è patria” (dal Misogallo, 1793-1799).
Le TRAGEDIE



Vittorio Alfieri: Il primo "Misfit" della letteratura che voleva cambiare il mondo (e se stesso)

 



1. Introduzione: Ti sei mai sentito nel posto sbagliato nel momento sbagliato?

Hai presente quel senso di soffocamento quando ti accorgi che il sistema intorno a te è mediocre, lento e terribilmente noioso? Quella voglia di mandare tutto all’aria perché ti senti un "misfit", un errore nel codice di un’epoca che non ti somiglia? Vittorio Alfieri non è il solito busto di marmo che fissa il vuoto nei corridoi del tuo liceo. È stato un ribelle punk con sangue blu, un giovane nobile che ha vissuto quelli che lui definiva "nove anni di vegetazione" e si è sentito un "asino tra gli asini" nell'Accademia di Torino. Alfieri non si è limitato a subire il suo disagio esistenziale: lo ha trasformato in un manifesto di rivolta, diventando l’icona di chi preferisce il conflitto totale alla pacifica mediocrità.
2. Tra Lumi e Tempesta: Un piede nel Settecento, il cuore nel Romanticismo
Alfieri respira l’aria dell’Illuminismo, ma ne rifiuta la fredda razionalità da salotto. Se da un lato assorbe dai filosofi francesi l’odio viscerale per l'ingiustizia, dall'altro lo brucia nel fuoco del "forte sentire", quella passione sfrenata che anticipa il Romanticismo. La sua filosofia non è una discussione accademica, ma una prova di forza della volontà individuale. Esiste un paradosso affascinante nel suo pensiero: Alfieri nutre una "velata ammirazione" per il tiranno. Perché? Perché sia l’uomo libero che l’oppressore condividono lo stesso obiettivo: l'affermazione assoluta della propria individualità. La differenza sta solo in come usi quel potere. La sua intera esistenza è riassunta in una formula che suona come un comando:
«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli»
3. Il Viaggiatore Inquieto: Scappare per trovarsi (o per perdersi)
Tra il 1766 e il 1772, Alfieri viene travolto da una "frenetica voglia di viaggiare". Non è un turista, è un fuggiasco che cerca uno specchio del suo tumulto interiore. Mentre i suoi contemporanei ammirano le corti, lui le demolisce con giudizi taglienti che sembrano post su un social network d'opposizione:
• Parigi: Liquidata come una «fetente cloaca», un ammasso di sporcizia e finta grandezza.
• Vienna: Qui prova un odio fisico nel vedere il poeta Metastasio umiliarsi con una «genuflessioncella d'uso» davanti all'imperatrice Maria Teresa. Per Alfieri, la dignità non si inchina mai.
• Prussia: Definita una «universal caserma», dove l'ordine militare schiaccia ogni scintilla di vita.
• Russia: Una terra di "barbari" dove si rifiuta persino di incontrare Caterina II (la "Clitennestra filosofessa"), disprezzando il suo dispotismo mascherato da cultura.
Solo nelle solitudini sublimi del Nord, tra i mari ghiacciati della Svezia e le navigazioni avventurose nel golfo di Botnia, Alfieri trova pace. Il ghiaccio che si rompe sotto la nave è l'unica metafora possibile per il suo spirito che non accetta confini.

4. Odiare il Tiranno, Disprezzare la Borghesia: Un ribelle senza classe
Nel trattato Della Tirannide, Alfieri non attacca solo il re cattivo, ma il concetto stesso di potere che non rispetta le leggi. Disprezza i "dispotismi illuminati" perché addormentano le coscienze con una finta benevolenza. Ma attenzione: Alfieri non è un populista. Odia il sovrano tanto quanto disprezza la "sesquiplebe", ovvero quella borghesia mercantile interessata solo al profitto e alla stabilità borghese.
Per essere coerente, nel 1778 Alfieri compie un atto di "cancel culture" radicale contro lo Stato sabaudo: decide di "disvassallarsi". Regala tutti i suoi beni e feudi alla sorella Giulia, rinuncia al suo "account" aristocratico e sceglie di diventare un apolide, un cittadino senza patria per non essere suddito di nessuno. Come diceva nel suo trattato:
«Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle...»


5. Il Suicidio come Atto Eroico e il Titanismo
Il cuore del pensiero alfieriano è il Titanismo: la sfida disperata dell'individuo contro forze immani — il destino, la tirannia, Dio stesso. Alfieri teorizza tre vie d'uscita per l'uomo libero intrappolato nell'oppressione: l'alienazione totale (isolarsi dal mondo), il tirannicidio (l'omicidio dell'oppressore come atto di giustizia suprema) e il suicidio.
Quest'ultimo non è una fuga, ma l'Eroismo finale: l'atto con cui togli al tiranno l'unico potere che gli rimane, quello sulla tua vita. È la Libertà Ideale che si realizza nel sacrificio. Questa immagine dell'eroe che preferisce la morte al compromesso passerà direttamente a Ugo Foscolo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il protagonista è un clone spirituale di Alfieri, un uomo che non trova spazio in un mondo dominato dai barbari.
6. L'Eredità di un Inadeguato: Da Alfieri a Foscolo
Alfieri non ha solo scritto tragedie; ha inventato il ruolo dell'intellettuale moderno, impegnato ma orgogliosamente isolato. Foscolo lo immortalerà nei Sepolcri come il viandante che erra "irato a' patrii Numi" (arrabbiato con gli dei della patria), con il volto segnato dal "pallore della morte e la speranza". Alfieri è il ponte che porta l'Italia verso il Risorgimento: ci ha insegnato che per essere nazione bisogna prima essere individui capaci di dire "no".

7. Conclusione: La libertà ha un prezzo, quanti sono disposti a pagarlo?
Vittorio Alfieri ci ha lasciato un monito d'acciaio. Ci insegna che la libertà è una conquista solitaria e che l'integrità è l'unico valore per cui valga la pena lottare. In un mondo di "sesquiplebe" che insegue il conformismo e il consenso facile, Alfieri ci sfida a riscoprire la nostra volontà. Il suo motto di famiglia era un avvertimento per tutti i tiranni, piccoli e grandi: "Tort ne dure" (Il torto non dura).
Oggi, in un'epoca che premia chi si adegua, quanto è difficile trovare la forza di essere un "Unico"? Trovare il coraggio di essere l'eccezione che rompe il ghiaccio e non solo sudditi della mediocrità?

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