domenica 8 febbraio 2026

Non è solo un viaggio: Cinque verità che scuotono il cuore dalla storia di Enaiatollah Akbari

 

Vi siete mai chiesti perché un libro che racconta l’odissea di un bambino in fuga si intitoli Nel mare ci sono i coccodrilli? La risposta non risiede in un trattato di zoologia, ma nel terrore primordiale di chi, non sapendo nuotare, guarda l'abisso e vi proietta i propri mostri. La storia vera di Enaiatollah Akbari, raccolta dalla penna sensibile di Fabio Geda, non è però solo la cronaca di una migrazione; è un saggio vivente sulla resilienza umana che inizia con un paradosso d’amore: una madre che abbandona il proprio figlio di dieci anni in terra straniera per garantirgli il diritto di esistere.

Nelle pagine del libro, il dialogo tra l’autore e il protagonista ci restituisce non solo i fatti, ma il respiro di un’anima che cresce tra i confini. Ecco cinque verità fondamentali che emergono dal viaggio di Enaiatollah e che ci obbligano a riconsiderare il significato di dignità e identità.

L'etica non va in vacanza, nemmeno all'inferno

Il viaggio di Enaiat inizia a Quetta, in Pakistan, all'interno di un samavat. Non chiamatelo hotel: come spiega Enaiat a Fabio Geda, il samavat Qgazi era un "magazzino di corpi e anime", un deposito di esseri umani in attesa di essere impacchettati e spediti verso un altrove incerto. È qui che, prima di scomparire nel nulla per tornare dagli altri figli, la madre gli impone tre promesse. In un mondo dove la sopravvivenza sembrerebbe giustificare ogni bassezza, queste regole diventano la sua unica, infrangibile bussola morale.

"Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiat jan, per nessun motivo. La prima è usare le droghe... La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti... promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra e neppure intorno a un mestolo di legno per il qhorma palaw, se quel mestolo di legno serve a ferire un uomo. La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no."

L'inserimento del "mestolo di legno" eleva l'etica di Enaiat dalla semplice legalità a una profonda filosofia della non-violenza: non si offende l'altro nemmeno con l'utensile più quotidiano e domestico.

La "carota" dell'asino ovvero la forza del desiderio

La madre di Enaiat gli consegna un segreto psicologico potente: un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, proprio come un asino segue una carota. Ma c'è un dettaglio tecnico fondamentale: questo desiderio va tenuto "a una spanna dalla fronte".

Non si tratta di sogni astratti, ma di una tensione costante verso il futuro. Se il desiderio è troppo lontano, ci si arrende; se è troppo vicino, si smette di camminare. Tenerlo a quella precisa distanza è ciò che permette a Enaiat di rialzarsi dopo i lavori massacranti nelle fabbriche di pietre a Qom o nei cantieri di Esfahan. In questa prospettiva, il desiderio supera la mera necessità di sopravvivenza e diventa un atto di affermazione della propria dignità: non si scappa solo da qualcosa, si corre verso qualcuno che vogliamo diventare.

Afghan ≠ Taleban: la distinzione che dimentichiamo

Uno dei contributi più preziosi del racconto di Enaiat è la decostruzione del pregiudizio che sovrappone il popolo afghano (e la minoranza Hazara in particolare) ai suoi persecutori. Enaiat ricorda con precisione chirurgica il giorno in cui i talebani chiusero la sua scuola a Nava, uccidendo il maestro davanti agli alunni con un secco: "La scuola non è fatta per gli Hazara".

L'identità talebana descritta da Enaiat è un'entità transnazionale fondata sul vuoto culturale:

  • La molteplicità di nazionalità: I talebani incontrati durante le razzie provenivano da Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Spesso non parlavano nemmeno la stessa lingua.
  • L'arma dell'ignoranza: Il divieto di studiare non è un precetto religioso, ma una strategia politica. I talebani temono lo studio perché sanno che una mente istruita capirebbe che le loro azioni non sono fatte in nome di Dio, ma per meschini interessi di potere.

L'assurdità del "tempo relativo" nei confini

Per chi vive in clandestinità, il tempo non si misura in ore, ma in sofferenza fisica e incertezza. I trafficanti vendono "viaggi di tre giorni" che si trasformano in odissee di mesi. La percezione del tempo si distorce violentemente:

  • Il trauma fisico: Durante il passaggio verso la Turchia, Enaiat trascorre tre giorni e tre notti nel doppio fondo di un camion, in uno spazio di 50 centimetri, schiacciato tra pietre e ghiaia. La brutalità del viaggio è riassunta in un'immagine viscerale: Enaiat racconta di essere uscito da quel loculo "pisciando sangue" per settimane, a causa delle vibrazioni e della compressione interna.
  • Il valore del primo orologio: Enaiat compra il suo primo orologio a Qom, con i risparmi di mesi di fatica. È un oggetto di gomma e metallo che purifica sfregandolo contro le mura di un santuario. Quell'orologio non serve a guardare l'ora, ma a "possedere" finalmente il proprio tempo dopo anni in cui esso era appartenuto ai padroni o ai trafficanti. Quando un poliziotto corrotto glielo ruberà a un posto di blocco, colpendolo con uno schiaffo, Enaiat non piangerà l'oggetto, ma il simbolo della sua dignità appena ritrovata.

Il paradosso della sopravvivenza: mentire per sperare

Nonostante le promesse materne sull'onestà, la realtà del confine impone a Enaiat quello che possiamo definire un "bluff vitale". Per ottenere un posto sul gommone verso la Grecia, Enaiat dichiara ai compagni di viaggio di conoscere l'inglese, sostenendo di poter fungere da interprete con le autorità.

In realtà, l'unica parola che conosce davvero è "House" (casa). Questa piccola bugia non è un tradimento dell'etica, ma la manifestazione suprema dell'ingegno e della resilienza. Enaiat trasforma una fragilità in una risorsa, usando la parola "casa" non solo come vocabolario, ma come destinazione dell'anima. È la capacità di creare un'opportunità dal nulla, unendo il destino di cinque ragazzi attorno a una parola che è, al tempo stesso, una menzogna tecnica e una verità esistenziale.

Una domanda per il lettore

La storia di Enaiatollah Akbari ci invita a guardare le rotte migratorie non come flussi statistici, ma come la somma di singoli battiti cardiaci. Come ricorda la riflessione finale del libro, "l'emigrazione nasce dal bisogno di respirare". È un atto vitale, necessario come l'ossigeno, che spinge una madre a consegnare il figlio al destino pur di sottrarlo alla cenere di una vita senza scuola e senza libertà.

Oggi Enaiat ha trovato il suo respiro in Italia, trasformando la sua fuga in cittadinanza. Resta a noi una domanda che scuote il privilegio della nostra stabilità: in un mondo dove l'identità è spesso un dato burocratico garantito, qual è la nostra "carota"? Qual è quel desiderio che teniamo a una spanna dalla fronte e che ci dà la forza, ogni mattina, di rialzarci e restare umani?


Nel mare ci sono i coccodrilli

di Fabio Geda





PARLA CON ENAIATOLLAH


Vittorio Alfieri

Uom, di sensi, e di cor, libero nato, […] conscio a sé di se stesso, uom tal non degna l’ira esalar che pura in cor gli ferve; ma il sol suo aspetto a non servire insegna.
V. Alfieri, Rime [1795]
Alfieri legato alla sedia
Vittorio Alfieri legato alla sedia dal fedele servitore Elia (FONTE:http://www.parcoletterario.it/)
Sublime specchio di veraci detti, Mostrami in corpo e in anima qual sono: Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti; Lunga statura, e capo a terra prono;
Sottil persona in su due stinchi schietti; Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; Giusto naso, bel labro, e denti eletti; Pallido in volto, piú che un re sul trono:
Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite; Irato sempre, e non maligno mai; La mente e il cor meco in perpetua lite:
Per lo piú mesto, e talor lieto assai, Or stimandomi Achille, ed or Tersite: Uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.
9 Giugno [1786]
V. Alfieri, Rime, LVI
Vittorio Alfieri, foglio fiorentino
TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque  governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo “infrangi-legge” sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi, le può egli stesso eseguire. E qui è necessario osservare, che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontà dei più; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontà dei più le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle, e il male o niente eseguirle. Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o il non esservi delle leggi stabilite; ma nell’esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle. Non solamente dunque è tirannide ogni governo, dove chi eseguisce le leggi, le fa; o chi le fa, le eseguisce: ma è tirannide piena altresì ogni qualunque governo, in cui chi è preposto all’eseguire le leggi non dà pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create. Della tirannide, 1777
GUIDO DAVICO BONINO, Alfieri, spietato eroe della libertà. L’ispiratore di molti intellettuali del nostro Risorgimento e oltre, fino a Piero Gobetti, da “La Stampa”, 16 gennaio 2010 Vittorio Alfieri non ha ancora compiuto trent’anni (siamo per l’esattezza, nel 1778) quando compie un gesto a suo modo risolutivo anche se strettamente privato: il dono all’unica sorella, Giulia contessa di Cumiana, di tutti i propri beni in cambio di una pensione annua (sono ambedue gli unici figli del conte Antonio Alfieri Bianco di Cortemilia e di Monica Maillard di Touruon). Potrà così essere libero di vivere fuori del Piemonte e al tempo stesso di dedicarsi a tempo pieno non solo alla stesura delle ambitissime tragedie (da tre anni ha contratto una vera e propria «febbre» teatrale) e delle altrettanto predilette rime, ma anche a quella delle opere morali e politiche. L’anno prima a Siena ha preso a scrivere d’impeto i due libri Della tirannide (li riprenderà per dar loro esito a Parigi nell’87) e in quel 1778 ha dato inizio ad un altro trattato, Del principe e delle lettere. Anche questa seconda operetta verrà conclusa solo nel 1786 e vedrà la luce l’anno seguente a Kehl. Sarà uno dei libri-chiave per molti intellettuali del nostro Risorgimento, dal momento che il conte astigiano vi affronta un nodo per loro cruciale: quello del nesso tra potere politico e letteratura. Il principe, che per Alfieri altro non è che il tiranno, e il letterato non possono che essere «naturali nemici». Il letterato si prefigge infatti d’apportare agli uomini con i propri scritti «luce, verità e diletto», il principe guarda soltanto il proprio potere. «Spessissimo però accade (pur troppo!) che i sommi ingegni nascono necessitosi di pane»: di ciò il principe è consapevole tanto che, per addomesticare le lettere ai propri fini, si comporta con chi le pratica con ben mirata generosità. Fu questo il mecenatismo di Augusto con Virgilio, degli Estensi con l’Ariosto e il Tasso: mentre una «totale indipendenza » è necessaria «all’autore per ottimamente scrivere». L’«alto animo», il «forte sentire», l’«acuto ingegno » sono in lui altrettanto indispensabili che le «libere circostanze». Dal momento che i «letterati veri» non «possono lasciarsi proteggere da chi che sia», ne consegue che «pochissimi uomini» godranno della «totale indipendenza necessaria… per ottimamente scrivere». Una visione, quella dell’Alfieri, lucida sino all’amaro disincanto: come spietata è, in un certo senso, la conclusione cui egli approda: gli scrittori «eccellenti » sono stati quelli che sono vissuti non sotto un principe, ma nella repubblica: la «serva» Francia non riuscì a procreare «filosofi sommi», la libera Inghilterra vanta i «non protetti» Hume, Robertson, Gibbon. Ma proprio quest’impietosa lucidità fu quella che colpì e commosse gli uomini, che s’apprestavano a realizzare una nuova Italia. Presagio di ciò che non avrebbe potuto veder compiutamente realizzato (Alfieri, com’è noto, morirà a Firenze l’8 ottobre 1803, appena cinquantaquattrenne), l’autore si scatena nell’undecimo capitolo del terzo libro del suo pamphlet, sulle orme del Machiavelli, ad una vibrante «esortazione a liberar l’Italia dai barbari». Tra le molte «schiave contrade» dell’Europa di fine Settecento la «nostra Italia» pare all’Alfieri quella che «potrebbe più facilmente… assumere un nuovo aspetto politico». Essa infatti «abbonda di caldi e ferocissimi spiriti», che possono colla «verità e la ragione» espresse nei loro scritti eccitare «alla giusta e nobile ira» i «drittamente rinferociti e illuminati popoli», a cui spetterà realizzare nella nostra «penisoletta » «un nuovo e grandioso aspetto di politica durevole società». E’ questo conclusivo appello a far rifiorire «le vere lettere… nell’aura di libertà» che coinvolgerà gli scrittori-patrioti dell’Ottocento sino all’unità raggiunta dopo un quarantennio di lotte e battaglie, da Mazzini a Gioberti in poi. A Torino il 14 luglio 1922 si laureava con Gioele Solari con una tesi su La filosofia politica di Vittorio Alfieri, approvata col massimo dei voti e con la dignità di stampa, il poco più che ventunenne Piero Gobetti.  Scrivendo il 16 agosto del ’20 da San Bernardino di Trana all’amico coetaneo aostano Natalino Sapegno, Piero così postillava: «Ho caro che tu legga, come mi dici, molto Alfieri. Io aspetto di tornare a Torino per rinsaldare le mie forze in quella sua forza che sempre mi fece bene da quando lo leggevo primamente a dodici anni nell’Autobiografia… ». La tesi“Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l’Italia: nessuna terra mi è patria” (dal Misogallo). uscì per i tipi dello stesso Gobetti nel 1923: nel ’26 apparve postumo, per le cure dell’amico Santino Carcinella, Risorgimento senza eroi. Il settimo paragrafo del secondo capitolo era riservato a Vittorio Alfieri: Gobetti vi sottolinea appassionatamente «la sua inquietudine avventurosa», la sua «disperata necessità di polemica contro le autorità costituite, i dogmi fatti, le tirannie religiose e politiche».

“Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l’Italia: nessuna terra mi è patria” (dal Misogallo, 1793-1799).
Le TRAGEDIE



Vittorio Alfieri: Il primo "Misfit" della letteratura che voleva cambiare il mondo (e se stesso)

 



1. Introduzione: Ti sei mai sentito nel posto sbagliato nel momento sbagliato?

Hai presente quel senso di soffocamento quando ti accorgi che il sistema intorno a te è mediocre, lento e terribilmente noioso? Quella voglia di mandare tutto all’aria perché ti senti un "misfit", un errore nel codice di un’epoca che non ti somiglia? Vittorio Alfieri non è il solito busto di marmo che fissa il vuoto nei corridoi del tuo liceo. È stato un ribelle punk con sangue blu, un giovane nobile che ha vissuto quelli che lui definiva "nove anni di vegetazione" e si è sentito un "asino tra gli asini" nell'Accademia di Torino. Alfieri non si è limitato a subire il suo disagio esistenziale: lo ha trasformato in un manifesto di rivolta, diventando l’icona di chi preferisce il conflitto totale alla pacifica mediocrità.
2. Tra Lumi e Tempesta: Un piede nel Settecento, il cuore nel Romanticismo
Alfieri respira l’aria dell’Illuminismo, ma ne rifiuta la fredda razionalità da salotto. Se da un lato assorbe dai filosofi francesi l’odio viscerale per l'ingiustizia, dall'altro lo brucia nel fuoco del "forte sentire", quella passione sfrenata che anticipa il Romanticismo. La sua filosofia non è una discussione accademica, ma una prova di forza della volontà individuale. Esiste un paradosso affascinante nel suo pensiero: Alfieri nutre una "velata ammirazione" per il tiranno. Perché? Perché sia l’uomo libero che l’oppressore condividono lo stesso obiettivo: l'affermazione assoluta della propria individualità. La differenza sta solo in come usi quel potere. La sua intera esistenza è riassunta in una formula che suona come un comando:
«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli»
3. Il Viaggiatore Inquieto: Scappare per trovarsi (o per perdersi)
Tra il 1766 e il 1772, Alfieri viene travolto da una "frenetica voglia di viaggiare". Non è un turista, è un fuggiasco che cerca uno specchio del suo tumulto interiore. Mentre i suoi contemporanei ammirano le corti, lui le demolisce con giudizi taglienti che sembrano post su un social network d'opposizione:
• Parigi: Liquidata come una «fetente cloaca», un ammasso di sporcizia e finta grandezza.
• Vienna: Qui prova un odio fisico nel vedere il poeta Metastasio umiliarsi con una «genuflessioncella d'uso» davanti all'imperatrice Maria Teresa. Per Alfieri, la dignità non si inchina mai.
• Prussia: Definita una «universal caserma», dove l'ordine militare schiaccia ogni scintilla di vita.
• Russia: Una terra di "barbari" dove si rifiuta persino di incontrare Caterina II (la "Clitennestra filosofessa"), disprezzando il suo dispotismo mascherato da cultura.
Solo nelle solitudini sublimi del Nord, tra i mari ghiacciati della Svezia e le navigazioni avventurose nel golfo di Botnia, Alfieri trova pace. Il ghiaccio che si rompe sotto la nave è l'unica metafora possibile per il suo spirito che non accetta confini.

4. Odiare il Tiranno, Disprezzare la Borghesia: Un ribelle senza classe
Nel trattato Della Tirannide, Alfieri non attacca solo il re cattivo, ma il concetto stesso di potere che non rispetta le leggi. Disprezza i "dispotismi illuminati" perché addormentano le coscienze con una finta benevolenza. Ma attenzione: Alfieri non è un populista. Odia il sovrano tanto quanto disprezza la "sesquiplebe", ovvero quella borghesia mercantile interessata solo al profitto e alla stabilità borghese.
Per essere coerente, nel 1778 Alfieri compie un atto di "cancel culture" radicale contro lo Stato sabaudo: decide di "disvassallarsi". Regala tutti i suoi beni e feudi alla sorella Giulia, rinuncia al suo "account" aristocratico e sceglie di diventare un apolide, un cittadino senza patria per non essere suddito di nessuno. Come diceva nel suo trattato:
«Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle...»


5. Il Suicidio come Atto Eroico e il Titanismo
Il cuore del pensiero alfieriano è il Titanismo: la sfida disperata dell'individuo contro forze immani — il destino, la tirannia, Dio stesso. Alfieri teorizza tre vie d'uscita per l'uomo libero intrappolato nell'oppressione: l'alienazione totale (isolarsi dal mondo), il tirannicidio (l'omicidio dell'oppressore come atto di giustizia suprema) e il suicidio.
Quest'ultimo non è una fuga, ma l'Eroismo finale: l'atto con cui togli al tiranno l'unico potere che gli rimane, quello sulla tua vita. È la Libertà Ideale che si realizza nel sacrificio. Questa immagine dell'eroe che preferisce la morte al compromesso passerà direttamente a Ugo Foscolo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il protagonista è un clone spirituale di Alfieri, un uomo che non trova spazio in un mondo dominato dai barbari.
6. L'Eredità di un Inadeguato: Da Alfieri a Foscolo
Alfieri non ha solo scritto tragedie; ha inventato il ruolo dell'intellettuale moderno, impegnato ma orgogliosamente isolato. Foscolo lo immortalerà nei Sepolcri come il viandante che erra "irato a' patrii Numi" (arrabbiato con gli dei della patria), con il volto segnato dal "pallore della morte e la speranza". Alfieri è il ponte che porta l'Italia verso il Risorgimento: ci ha insegnato che per essere nazione bisogna prima essere individui capaci di dire "no".

7. Conclusione: La libertà ha un prezzo, quanti sono disposti a pagarlo?
Vittorio Alfieri ci ha lasciato un monito d'acciaio. Ci insegna che la libertà è una conquista solitaria e che l'integrità è l'unico valore per cui valga la pena lottare. In un mondo di "sesquiplebe" che insegue il conformismo e il consenso facile, Alfieri ci sfida a riscoprire la nostra volontà. Il suo motto di famiglia era un avvertimento per tutti i tiranni, piccoli e grandi: "Tort ne dure" (Il torto non dura).
Oggi, in un'epoca che premia chi si adegua, quanto è difficile trovare la forza di essere un "Unico"? Trovare il coraggio di essere l'eccezione che rompe il ghiaccio e non solo sudditi della mediocrità?

DIALOGA CON VITTORIO ALFIERI
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mercoledì 4 febbraio 2026

Il Tuo Tutor Personale per la Prima Prova è qui!

 

 🎓

Prepararsi all'Esame di Stato non è mai stato così semplice

Ciao ragazzi e ragazze di quinta!

Lo so, quando pensate alla Prima Prova dell'Esame di Stato vi vengono in mente tante domande: "Riuscirò a interpretare correttamente il testo letterario? Come si costruisce un'argomentazione convincente? Da dove inizio con un tema di attualità?"

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  • Costruzione di tesi solide e argomentazioni logiche
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⚠️ Cosa NON è questo chatbot

Voglio essere chiara su un punto fondamentale: questo NON è uno strumento per barare o per evitare di studiare.

❌ Non scriverà il tema al posto tuo
❌ Non ti darà testi da copiare
❌ Non sostituisce l'impegno personale

✅ È un tutor che ti insegna il metodo
✅ È uno strumento didattico per imparare davvero
✅ È un supporto per sviluppare autonomia e competenza

Il chatbot è programmato per rifiutare richieste di questo tipo e per riportarti sempre al tuo lavoro personale. Perché? Perché il giorno dell'esame sarai tu davanti al foglio, e voglio che tu sia davvero preparato7a.


📊 Basato sulla vera griglia di valutazione

Il tutor conosce perfettamente i criteri ministeriali e ti aiuterà a massimizzare il tuo punteggio su:

  • Indicatori generali (60 punti): organizzazione, correttezza linguistica, conoscenze culturali
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Ogni feedback che riceverai sarà collegato a questi criteri, così saprai sempre dove e come migliorare.


🔧 Come iniziare

È semplicissimo:

  1. Clicca sul QUESTO LINK  per accedere al chatbot
  2. Presenta la traccia su cui vuoi lavorare (puoi caricare il file che contiene la traccia o chiedere consigli generali)
  3. Interagisci: il tutor ti farà domande, ti darà feedback, ti guiderà
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💬 Consigli per sfruttarlo al massimo

🔸 Sii onesto: condividi i tuoi dubbi reali, anche se ti sembrano banali
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🔸 Fai domande: non esistono domande stupide, solo opportunità di imparare
🔸 Usa il tutor regolarmente: la costanza è la chiave del miglioramento
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🎯 Il mio obiettivo

Come vostra insegnante, il mio obiettivo non è solo che superiate l'esame (quello è il minimo!), ma che sviluppiate competenze di scrittura che vi serviranno per tutta la vita: all'università, nel lavoro, nella comunicazione quotidiana.

Questo chatbot è uno strumento per raggiungere questo obiettivo. Usatelo con intelligenza e costanza, e vedrete risultati concreti.


📢 Feedback e miglioramenti

Questo è un progetto in evoluzione! Se trovate bug, avete suggerimenti o volete condividere la vostra esperienza, scrivetemi. Il tutor migliorerà anche grazie al vostro contributo.


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L'Esame di Stato può sembrare una montagna insormontabile, ma con il metodo giusto, l'impegno costante e gli strumenti adeguati, ce la farete alla grande.

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In bocca al lupo (o in bocca al chatbot! 🤖) per il vostro percorso!


Prof.ssa Claudia de Crescenzo

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giovedì 29 gennaio 2026

Incontro e dialogo: esplorare storie di vita attraverso i chatbot

Parla con AMINA oppure con AHMED.


Sono una ragazza e un ragazzo come te e hanno compiuto un lungo viaggio rispettivamente 
dalla Nigeria e dalla Guinea attraverso il Mediterraneo.



Non è solo un viaggio: Cinque verità che scuotono il cuore dalla storia di Enaiatollah Akbari

  Vi siete mai chiesti perché un libro che racconta l’odissea di un bambino in fuga si intitoli Nel mare ci sono i coccodrilli ? La risposta...