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mercoledì 23 ottobre 2013

La lira immortale di Saffo

Il video che segue è tratto dall'opera Sapho di Charles Gounod e si presta meravigliosamente a fare da colonna sonora alla lettura della canzone di Leopardi che segue, appunto l'Ultimo canto di Saffo.


A Mitilene fervono i preparativi per l’olimpiade: Phaon, che cospira con Phyhéas contro il tiranno Pittacus, è diviso tra l’amore per Glycère e quello per Sapho; l’una è la bellezza, l’altra il genio. Durante una gara poetica, Alcée infiamma il popolo cantando libertà e rivolta ma è Sapho a trionfare con un’appassionata ode amorosa, che le vale la vittoria e una pubblica dichiarazione d’amore di Phaon. Convinti da Alcée, Phaon e Pythéas firmano la congiura contro il tiranno. Glycère, tormentata dalla gelosia, riesce a sottrarre a Pythéas il documento che prova la colpevolezza dell’amato. Affronta quindi la poetessa, svelandole la trama eversiva : se vuole salvare Phaon dovrà tacere e lasciar credere la propria incostanza; quanto a Phaon, parta da Mitilene, solo, in esilio. Sapho, innamorata più che mai, accetta le condizioni della terribile rivale. Sopraggiunto Phaon, e Glycère lo informa del pericolo che pende sul suo capo. Phaon vuol fuggire e chiede a Sapho di partire con lui, ma costei, con uno sforzo supremo, lo sollecita a partire solo. Ella non l’ama più; compiangendo l’amore perduto, Phaon si appresta a salpare e maledice Sapho. La donna, dopo aver implorato la benedizione degli dèi per l’amato, si uccide gettandosi in mare.



Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola. 
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra 
Della gelida morte. Ecco di tante 
Sperate palme e dilettosi errori, 
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva
E l'atra notte, e la silente riva. 

martedì 1 ottobre 2013

L'ideale greco della Kalokagathìa

La Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, 
le credenze si succedono l'una sull'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso 
per tutta l'eternità. 
(Oscar Wilde)

Kalokagathìa è l'adattamento di un'espressione greca ed esprime come sostantivo astratto il concetto condensato nella coppia di aggettivi καλός καγαθός ("kalòs kagathòs" è la crasi di καλός καi αγαθός), che significa, letteralmente, bello e buono: quest'ultimo aggettivo deve essere anche inteso come sinonimo di "valoroso" in guerra. 
Nella cultura ellenica veniva pertanto così indicato l'ideale di perfezione umana: l'unità nella stessa persona di bellezza e valore morale, un principio che coinvolge dunque la sfera etica ed estetica ed estende la propria influenza anche sulla produzione artistica (come nel celebre Discobolo di Mirone).

Il discobolo, Mirone, 455 a.C. circa.

Oltre a questo la kalokagathìa in senso lato indica la reale fusione, per la cultura greca antica, di etica ed estetica; per cui ciò che è bello deve necessariamente essere buono e viceversa. Di conseguenza ciò che è interiormente cattivo sarà anche brutto fuori. 
Nel mito, Achille e Memnone incarnano totalmente il concetto greco; l'esatto contrario, invece, è rappresentato da Tersite (un soldato semplice che compare in un episodio dell'Iliade, quando esorta i commilitoni ad abbandonare la guerra di Troia, ma viene interrotto da Ulisse che, incitato dagli dei, convince i soldati a restare, in disaccordo con Tersite, che verrà brutalmente picchiato dall'eroe di Itaca per il tentativo di ammutinamento).

L’impressionante quantità di opere d’arte che ornavano gli spazi pubblici delle città dell’antica Grecia non è facile da concepire dal punto di vista moderno, in un' epoca in cui l’arte è relegata nei musei, nelle case di sporadici collezionisti o in quei rari luoghi pubblici ove capolavori antichi sono sopravvissuti all’azione del tempo.

Nell’antica Grecia non solo l’arte rappresentava una costante nella vita dei cittadini, ma era anche strettamente collegata alla religione, alla politica, all’etica e ad altri aspetti della vita quotidiana. Nell’antichità, le opere d’arte erano parte integrale della vita sociale, e seguivano lo sviluppo della mentalità della popolazione. Tenendo inoltre presente che gran parte dei prodotti artistici miravano alla concretizzazione dell’ideale di massima bellezza, attraverso lo studio delle opere d’arte possiamo farci un’idea piuttosto verosimile dei canoni di bellezza vigenti all’epoca. 

Fra tutte le arti, la scultura è quella che illustra in modo più chiaro il percorso di perfezionamento dell’arte greca e della ricerca sempre più approfondita di canoni di bellezza universali. A mio parere, in nessun’altra corrente dell’arte raffigurativa possiamo assistere ad un’evoluzione tanto spettacolare: partendo da figure appena abbozzate e dalle pose assolutamente innaturali (vedi kùros e kòre), si giunge a capolavori dalla fama mondiale (quali la Venere di Milo e la Nike di Samotracia), dove l’abilità degli scultori raggiunge un livello tale da permettere la creazione di opere assolutamente verosimili, nelle quali la pietra utilizzata sembra perdere la propria consistenza e freddezza per diventare calda e morbida carne viva, o impalpabile e vellutato tessuto, o ancora soffici e setosi capelli al vento. Questo incredibile sviluppo è stato reso possibile grazie ad un continuo ed approfondito studio dell’anatomia del corpo, tempio dell’anima, concretizzazione dei massimi valori fisici ed etici, un elemento fondamentale ed onnipresente della cultura ellenica. 

La Nike (in greco Νίκη - dea della vittoria) fu ritrovata a Samotracia, un'isola dell'Egeo, nel 1863 priva delle braccia e della testa (solo una mano venne ritrovata nel 1950).
L'opera venne scolpita a Rodi in epoca ellenistica e rappresentava forse un'offerta commemorativa per una vittoria navale 
L'opera è collocata in punto cruciale del museo del Louvre a Parigi; essa si erge maestosa in cima allo scalone progettato da Hector Lefuel, che collega la Galerie d'Apollon e il Salon Carré.

La bellezza di queste sculture è inoltre riconosciuta anche ai giorni nostri, dopo più di due millenni, a riprova di come gli antichi greci fossero infine effettivamente giunti ad elaborare i canoni di bellezza perfetti. È importante notificare che nell’arte greca, la scultura è profondamente legata alla vita di tutti i giorni, in particolare alla religione e alla politica. I soggetti raffigurati appartengono difatti spesso e volentieri alla mitologia greca, o sono persone reali viventi o defunte, o ancora benefattori dei vari templi; ma tutti, reali o meno, sono accomunati da un’idealizzazione che vuole essere la manifestazione tangibile delle loro qualità, in quanto per la cultura greca un bel corpo è simbolo di un’eccellente personalità. È dunque impossibile non notare che, nonostante rappresentino individui diversi (leggendari o reali), tutte le sculture sono accomunate dagli stessi canoni e dagli stessi tratti fisici, a testimonianza della tendenza greca all’astrazione e alla ricerca di un modello di bellezza ideale ed universale che superi le caratteristiche individuali per giungere ad un utopistico concetto di estetica.

Nell’età classica osserviamo una sempre maggiore ricerca di equilibrio e di armonia, che si riflette nello sviluppo di specifici canoni proporzionali. Il culmine di questo sviluppo si situa durante il governo ateniese di Pericle (Atene 495 ca. - 429 a.C.), durante il quale operarono i grandi scultori Policleto e Fidia. La bellezza in questo periodo è più che mai valutata sulla base delle proporzioni ideali, che accomunano i corpi di uomini e donne. Mentre tuttavia per i primi continua ad essere valevole il modello del giovane atleta, per le seconde possiamo finalmente identificare alcuni canoni di bellezza relativi non più solo al viso ma anche al corpo. Grazie alla continua evoluzione delle tecniche scultoree, infatti, i tessuti che rivestono i corpi femminili diventano sempre più sottili ed aderenti, permettendo così di ipotizzare con una certa sicurezza che il fisico femminile più apprezzato fosse quello dalle forme morbide e carnose, dalle cosce tornite e dal seno non troppo prosperoso, ma rotondo e sodo.

Policleto

In questa ricerca dei perfetti rapporti proporzionali, molto importante è la figura dello scultore Policleto di Argo (nato nel 480 a.C. ca. ed attivo fra il 450 e il 420 a.C.), che nella sua opera conosciuta come Canone espone il principio compositivo del chiasmo (o del bilanciamento a X) e individua il canone proporzionale perfetto del corpo umano. Secondo il criterio del chiasmo, gli arti del corpo devono essere inversamente correlati: se il braccio destro è a riposo, così deve essere anche la gamba sinistra e viceversa. Questo principio compositivo si allaccia al principio della ponderazione, secondo il quale le membra devono trovarsi in un naturale equilibrio dei pesi che renda armonico l’insieme del corpo. Per raggiungere l’equilibrio perfetto, inoltre, Policleto afferma che il canone di riferimento per la proporzione ottimale risiede nella testa, che dovrebbe essere pari ad 1/8 dell’altezza totale del corpo. Tutti questi principi vengono applicati dallo scultore nella creazione della sua opera più conosciuta: il Doriforo. In questo capolavoro dell’arte classica, infatti, possiamo riconoscere sia le proporzioni illustrate da Policleto (la testa misura esattamente 1/8 dell’altezza globale) che il principio del chiasmo (la gamba destra ed il braccio sinistro sono in tensione, mentre gli altri due arti risultano rilassati). 

Doriforo di Policleto,440 a.C.
La migliore copia marmorea dell'originale bronzeo è conservata al Museo archeologico di Napoli.


Fidia

Altra importante figura del periodo classico è quella dello scultore ateniese Fidia, che sovrintese persino ai lavori dell’Acropoli ed in particolare del Partenone, di cui aveva progettato interamente la decorazione, mentre la realizzazione è in gran parte da attribuire ai suoi allievi. Il pensiero di Fidia, secondo il quale l’arte doveva riprodurre l’ideale eterno di bellezza, salta sicuramente all’occhio quando si ammirano le sue opere, delle quali purtroppo ci son pervenute solamente delle copie. 

Frontone est del Partenone,
Dione, Afrodite e Hestia, Fidia,
447 – 432 a.C













venerdì 20 settembre 2013

Il Tempo


Letizia Giuliani e Angel Corella ne "La danza delle ore" da La Gioconda di Ponchielli (1834-1886)

Coreografia di Gheorghe Iancu. 
Gran Teatre de Liceu - Barcelona.



"Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico; le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono, e l'abitudine lo riempie."

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, 1919


La danza delle Ore, circa 1899, Gaetano Previati


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