Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

mercoledì 26 febbraio 2014

Quando "tradere" è uguale a tradire.


Maior pars docentium de temporis angustiis conqueritur, quod in exiguum spatium docemus, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros discipulos in ipso discendi apparatu schola destituat. Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longae lectiones et in maximarum rerum consummationem large datae sunt, si omnes bene collocarentur; sed ubi inefficaciter diffluunt, aestate adveniente tempus quod ire non intelleximus transisse sentimus.
Ita est: non accipimus breve spatium ad docendum, sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita tempus in docendo bene disponenti multum patet.


(liberamente tratto e adattato da Seneca)


Plinio il Vecchio secondo Italo Calvino


«Potremmo distinguere un Plinio poeta e filosofo, con un suo sentimento dell’universo, un suo pathos della conoscenza e del mistero, e un Plinio nevrotico collezionista di dati, compilatore ossessivo, che sembra preoccupato solo di non sprecare nessuna annotazione del suo mastodontico schedario. […] Ma una volta ammessa l’esistenza di queste due facce, bisogna subito riconoscere che Plinio è sempre uno, così come uno è il mondo che egli vuole descrivere nella varietà delle sue forme. Per raggiungere il suo intento, non ha paura di dar fondo allo sterminato numero delle forme esistenti, moltiplicato per lo sterminato numero di notizie esistenti su tutte queste forme, perché forme e notizie per lui hanno lo stesso diritto di far parte della storia naturale e d’essere interrogate da chi cerca in esse quel segno d’una ragione superiore che egli è convinto devano racchiudere. […]
Quando parliamo di Plinio non sappiamo mai fino a che punto possiamo attribuire a lui le idee che esprime; suo scrupolo è infatti di metterci di suo il meno possibile, e tenersi a quanto tramandano le fonti; e ciò conformemente a un’idea impersonale del sapere, che esclude l’originalità individuale. Per cercare di comprendere qual è veramente il suo senso della natura, quanto posto ha in esso l’arcana maestà dei principi e quanto la materialità degli elementi, dobbiamo tenerci a ciò che è certamente suo, cioè alla sostanza espressiva della sua prosa. Si vedano ad esempio le pagine sulla Luna, dove l’accento di commossa gratitudine per questo «astro ultimo, il più familiare a quanti vivono sulla terra, rimedio alle tenebre» (II 41: novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium …) e per tutto quel che esso ci insegna col moto delle sue fasi e delle sue eclissi, si unisce alla funzionalità agile delle frasi a rendere questo meccanismo con cristallina nettezza. È nelle pagine astronomiche del libro II che Plinio dimostra di poter essere qualcosa di più del compilatore dal gusto immaginoso che si dice di solito, e si rivela uno scrittore che possiede quella che sarà la principale dote della grande prosa scientifica: rendere con nitida evidenza il ragionamento più complesso traendone un senso d’armonia e di bellezza. Questo, senza mai inclinare verso la speculazione astratta. Plinio si tiene sempre ai fatti (a quelli che lui considera fatti o che qualcuno ha considerato tali):  non accetta l’infinità dei mondi perché la natura di questo mondo è già abbastanza difficile da conoscere e l’infinità non semplificherebbe il problema (II 4);  non crede al suono delle sfere celesti, né come fragore al di là dell’udibile né come indicibile armonia,  perché «per noi, che stiamo al suo interno, il mondo scivola giorno e notte in silenzio» (II 6).
I toni lirici o lirico-filosofici, che dominano i primi capitoli del libro II, corrispondono a una visione d’armonia universale che non tarda a incrinarsi; una parte considerevole del libro è dedicata ai prodigi celesti. La scienza di Plinio oscilla tra l’intento di riconoscere un ordine nella natura e la registrazione dello straordinario e dell’unico: e il secondo aspetto finisce sempre per aver partita vinta. La natura è eterna e sacra e armoniosa, ma lascia un largo margine all’insorgere di fenomeni prodigiosi inspiegabili. Quale conclusione generale dobbiamo trarne? Che si tratta d’un ordine mostruoso, fatto tutto d’eccezioni alla regola? O che si tratta di regole tanto complesse da sfuggire al nostro intendimento?» 
(I. Calvino, Il cielo, l’uomo, l’elefante, in Gaio Plinio Secondo. Storia naturale, I, Einaudi, Torino, 1982, pp. 8-13, passim). Poi in Perché leggere i classici, Mondadori, 1995

L'età dei Flavi: il "manierismo" della libertas.

Una lezione di latino



(Monty Python, Brian di Nazareth, 1979)
Per ripassare la terza declinazione: CLICCA QUI.
I verbi latini: CLICCA QUI.

martedì 18 febbraio 2014

Giovanni Pascoli - A proposito del poemetto "Italy".


Giovanni Pascoli

Nel 1904, traendo spunto da un episodio veramente accaduto nella famiglia di un piccolo agricoltore suo amico, Pascoli scrisse questo lungo poemetto (450 versi divisi in due canti, di terzine dantesche organizzate in strofe), che ha per sottotitolo Sacro all’Italia raminga, e dunque chiama in causa immediatamente il fenomeno dell’emigrazione, guardato con sgomento come perdita d’identità e fattore di estraneità reciproca fra chi è partito e i parenti rimasti in patria a conservare arcaiche abitudini di vita: tale estraneità è fittamente rappresentata nella prima parte del testo dall’incomprensione linguistica fra gli “americanizzati” che hanno quasi disimparato l’italiano e la famiglia in Lucchesia, che non conosce l’inglese. Inoltre, a complicare ulteriormente la trama dei piani linguistici, polarizzata sulla distanza fra italiano e inglese, intervengono da un lato i termini e i modi di dire dialettali e dall’altro le battute nel linguaggio misto italo-americano.
Protagoniste della poesia sono la piccola Maria-Molly, malata di tisi, riportata in Italia dal lontano Ohio per trovare aria buona e cure, e la nonna, che le si affeziona fino a morire, simbolicamente, in sua vece: il progressivo avvicinamento sentimentale fra le due, non intaccato dalle difficoltà di comunicazione, culmina alla fine del primo canto in una forma di comprensione superiore, intuitiva, in una sorta di reintegrazione reciproca.
Nel secondo canto, dopo che il lungo tempo piovoso ha ceduto a una primavera splendente e al ritorno delle rondini (intimamente assimilate a Molly), si annuncia la tosse fatale della nonna; a questo punto la narrazione subisce una battuta d’arresto, e lascia spazio a un inserto affidato alla voce del poeta, dai toni ora sgomenti, ora vaticinanti e visionari, in cui i mali dell’emigrazione sono introdotti attraverso l’equazione fra l’immagine della madre che vuole tutti i suoi figli nel nido e quella della patria (“antica madre”) che deve fare altrettanto: così l’Italia richiamerà tutte le sue genti dalle terre lontane dove lavorano in schiavitù, dalle miniere, dai ponti delle navi, “in una sfolgorante alba che viene” (II, 180). Questa presa di posizione ben s’inquadra nelle convinzioni politico-sociali di Pascoli in quegli anni, riassumibili nella teoria del “socialismo patriottico” e influenzate fortemente dall’acceso nazionalismo di Enrico Corradini: Pascoli, che dichiarava di sentirsi “profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe”, sposta sostanzialmente i termini dell’analisi marxista dai rapporti di forza fra le classi sociali alla lotta fra le nazioni. E poiché l’Italia è il proletario tra i popoli, la nazione povera che ha fatto sempre arricchire gli altri (il nido da cui le rondini si allontanano perché “non c’è più cibo”, II, 80), non le si disdice un riscatto attraverso le conquiste coloniali, che renda finalmente giustizia al “popolo più faticante e industrioso e parco del mondo” e metta fine alle miserie dell’emigrazione.
Scrive Giuseppe Nava nel suo commento a Italy che il socialismo patriottico “rappresenta un tentativo di rimozione delle paure piccolo-borghesi d’uno sconvolgimento radicale della società e insieme una risposta all’esigenza della piccola borghesia intellettuale di tornare a ricoprire un ruolo dirigente, negatole dallo sviluppo del capitalismo. Non a caso l’emigrazione è sentita dal Pascoli anche e soprattutto dal punto di vista linguistico, come perdita della lingua materna” (Nava 1971, 134): ma la possibile conciliazione fra l’ottica dell’antica civiltà contadina e quella della moderna civiltà industriale è affidata, nel poemetto, proprio alla funzione unificante dello scrittore, capace di assumere entrambi i punti di vista, nell’utopia di una nazione industrializzata ma al tempo stesso articolata in una comunità di piccoli produttori.
Nei confronti dell’imbastardimento linguistico degli emigranti Italy mostra una sorta di attrazione-repulsione, con punte di sperimentalismo ardito, che si espongono soprattutto in sede di rima, fin dall’inizio del canto primo (febbraio : Ohio), con un compiacimento abbastanza trasparente (si veda la Nota a “Italy” che l’autore ha posposto al testo per agevolare la comprensione del “povero inglese” dei suoi personaggi).


lunedì 17 febbraio 2014

Il poeta veggente



Testo teorico fondamentale per comprendere la poetica simbolista è questa lettera di Rimbaud all'amico Paul Demeny del maggio del 1871. Rimbaud vi sviluppa il tema della poesia come conoscenza intuitiva e la teoria del poeta veggente che, attraverso la visione e l'allucinazione, coglie l'autenticità dell'io. Le sue riflessioni hanno influenzato profondamente la poesia moderna.



Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto! [...]

Dunque il poeta è veramente rubatore di fuoco.
A suo carico sono l'umanità e perfino gli animali; egli dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se quello che riporta da laggiù ha forma, darà forma; se è informe, darà l'informe. Trovare una lingua. [...]
Questa lingua sarà anima per l'anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Sarebbe compito del poeta definire la quantità d'ignoto che si ridesta nell'anima universale del suo tempo.

Rimbaud pone l'accento sulla metodica sregolatezza di tutti i sensi, attraverso la quale l'artista veggente (in francese voyant) "vede" più e meglio dell'uomo comune e scopre dimensioni nascoste della realtà, oltre i limiti della materia e del visibile. La novità consiste nella definizione del modo in cui il poeta veggente diventa tale, di ciò che "vede", del linguaggio che traduce i suoi stati d'animo, anche i più confusi e sregolati. 
Le argomentazioni sono espresse in un linguaggio frammentario, che traduce l'entusiasmo del poeta nella ricerca di un nuovo linguaggio, di un nuovo modo di "vedere" misteri agli altri sconosciuti.

Odilon Redon, L'occhio, come un pallone bizzarro, si dirige verso l'infinito, 1882, Parigi.


Alcuni testi di Pascoli

IL TUONO (da Myricae)
E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.


TEMPORALE (da Myricae)
Un bubbolìo lontano…
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.



LA SIEPE (dai Poemetti)


                                               I
                        Siepe del mio campetto, utile e pia1,
            che al campo sei come l’anello2 al dito,
            che dice mia la donna che fu mia

                        (ch’io pur ti sono florido3 marito,
5          o bruna terra ubbidïente, che ami
            chi ti piagò col vomero brunito4...);

                        siepe che il passo chiudi co’ tuoi rami
            irsuti5 al ladro dormi ’l-dì6; ma dài
            ricetto7 ai nidi e pascolo8 a gli sciami;

10                    siepe che rinforzai, che ripiantai,
            quando crebbe famiglia, a mano a mano,
            più lieto sempre e non più ricco mai;

                        d’albaspina, marruche9 e melograno,
            tra cui la madreselva10 odorerà;
15        io per te vivo libero e sovrano,

                        verde muraglia della mia città11.

                                               II
                        Oh! Tu sei buona! Ha sete il passeggero;
            e tu cedi i tuoi chicchi12 alla sua sete,
            ma salvi13 il frutto pendulo del pero.

                        Nulla fornisci alle anfore segrete14
5          della massaia: ma per te, felice
            ella i ciliegi popolosi15 miete.

                        Nulla tu rendi; ma la vite dice;
            quando la poto all’orlo della strada,
            che si sente il cucùlo alla pendice16,

10                    dice: – Il padre tu sei che, se t’aggrada17,
            sì mi correggi e guidi per il pioppo18;
            ma la siepe è la madre che mi bada. –

                        – Per lei19 vino ho nel tino, olio nel coppo20
            rispondo. I galli plaudono21 dall’aia;
15        e lieto il cane, che non è di troppo22,

                        ch’è la tua voce, o muta siepe, abbaia.

                                               III
                        E tu pur, siepe, immobile al confine,
            tu parli; breve parli tu, ché, fuori,
            dici un divieto23 acuto come spine;

                        dentro, un assenso24 bello come fiori;
5          siepe forte ad altrui, siepe a me pia,
            come la fede che donai con gli ori25,

                        che dice mia la donna che fu mia.



NEBBIA (dai Canti di Castelvecchio)
Nascondi le cose lontane, 
tu nebbia impalpabile e scialba, 
tu fumo che ancora rampolli, 
su l'alba, 
da' lampi notturni e da' crolli 
d'aeree frane! 
Nascondi le cose lontane, 
nascondimi quello ch'è morto! 
Ch'io veda soltanto la siepe 
dell'orto, 
la mura ch'ha piene le crepe 
di valeriane. 
Nascondi le cose lontane: 
le cose son ebbre di pianto! 
Ch'io veda i due peschi, i due meli, 
soltanto, 
che dànno i soavi lor mieli 
pel nero mio pane. 
Nascondi le cose lontane 
che vogliono ch'ami e che vada! 
Ch'io veda là solo quel bianco 
di strada, 
che un giorno ho da fare tra stanco 
don don di campane... 
Nascondi le cose lontane, 
nascondile, involale al volo 
del cuore! Ch'io veda il cipresso 
là, solo, 
qui, solo quest'orto, cui presso 
sonnecchia il mio cane.


La grande proletaria si è mossa. Discorso di Giovanni Pascoli in esaltazione dell'impresa di Libia

Tra i tanti scritti e discorsi a sostegno della conquista libica scegliamo questo del poeta Giovanni Pascoli, La grande Proletaria si è mossa. Non può certo sorprendere che un poeta nazionalista e attento alle mode come D'Annunzio abbia inneggiato alla guerra di Libia (con le cosiddette canzoni pubblicate sul «Corriere della Sera» nell'ottobre-dicembre 1911); ma che anche un poeta della natura, del dolore e dei sentimenti più semplici e umani come Pascoli abbia sentito il bisogno di esaltare il nuovo colonialismo italiano, dà la misura dell'ubriacatura nazionalista che percorse l'Italia nell'autunno 1911.
Nel discorso di Pascoli ricorrono tutti i temi più mistificanti della propaganda coloniale: dalla fertilità delle regioni libiche alle aquile di Roma, dal nuovo sbocco offerto all'emigrazione al superamento della lotta di classe, dall'esaltazione dell'esercito e della marina al disprezzo per l'arabo, il tutto unificato da un dilagare di retorica senza freni. Sara poi ripreso dal fascismo il tema centrale, ossia la giusta e vittoriosa lotta dell'Italia, nazione proletaria sempre oltraggiata e misconosciuta, contro le nazioni più ricche per la conquista di una nuova potenza e di un «posto al sole».
Da "Il colonialismo italiano" La guerra di Libia
È il discorso che Pascoli tenne al Teatro comunale di Barga il 21 novembre 1911, pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre 1911, e nel quale espresse la sua entusiastica adesione all’impresa libica. Questo brano non è solo importante per capire l’ideologia del Pascoli ma anche per comprendere l’ideologia degli intellettuali del tempo. La guerra in Libia e la polemica che avvenne in Italia prima dell’intervento (1910) sono considerate dagli storici come una premessa del coinvolgimento italiano nella prima guerra mondiale. Il Pascoli, che si dichiarò sempre simpatizzante socialista, in questo brano dimostra di non esserlo affatto. La giustificazione dell’intervento militare (“non si può fare altrimenti”) trova fondamento nel fatto che i proletari italiani non dovranno più emigrare in massa in tutto il mondo, in cerca di migliori condizioni di vita, ma andando in Libia, si sentiranno come in Patria a tutti gli effetti (il socialismo in realtà ripudiava le guerre di conquista, accettando solo quelle di difesa). In questo brano Pascoli, riferendosi alla grandezza dell’antico Impero Romano, non tiene conto della giusta autodeterminazione dei popoli libici, e i toni un po’ razzisti di questo brano anticipano quelli più dichiarati e marcati degli interventisti e di D’Annunzio.


La grande proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.
Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d'Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!
Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano.
Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d'Italia.
Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi.
Si diceva: - Dante? Ma voi siete un popolo d'analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l'onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s'è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik!
I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d'astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl'italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello.
Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l'inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.
Là i lavoratori saranno, non l'opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall'immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d'un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.
E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SI: Romani. SI: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.
- Ma che? - Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. - La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d'un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d'un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sè, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora ... -
Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora.
Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all'umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo.
Nessun'altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!
Guardate in alto: vi sono anche le aquile!
Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini ...
O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d'Italia? Non ha l'Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile?
Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve.
Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d'Italia.
Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d'amore e ventura è spesso l'inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini.
Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant'anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l'imperatore d'Austria, e ciò quando l'imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file ... vedeteli!
È l'ora dell'insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono ... i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente.
Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l'Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di se, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d'Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là : ma la lotta non v'è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
Non si chiami, questa, retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sè stessa?
E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande!
Lotta d'emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore.
O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l'Italia, armata ed esercito nostri!
Dicono che in codesta scuola s'insegna a oziare! E no: s'insegna a vigilar sempre. S'insegna a godere! E no: s'insegna a patire. S'insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S'insegna a uccidere! S'insegna a morire.
Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e nell'eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l'aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.
- Noi -- dicono quei nostri maestri -- che siamo l'Italia in armi, l'Italia al rischio, l'Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sè e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all'intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.
Così risponde l'Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.
Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l'assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l'esercito nostro che ha l'armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita?
O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri ...
Sì: noi sorrideremmo se l'accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all'orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d'ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia!
Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell'inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d'amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane.
O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare!
Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l'esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de' mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell'occidente appunto come quell'altra dell'oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo' redenta, doveva a sua volta divenir redentrice.
Così l'Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l'impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l'obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro.
I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d'amore e concordia.
Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange.
Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perchè morirono per ciò che non esisteva ancora!
Voi l'Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti.
Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell' 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti.
Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un'ora, consolate i morti di Custoza!
Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d'Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un'avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat!
O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono.
Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l'Italia! L'Italia, cinquant'anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de' nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl'italiani.
Giovanni Pascoli



mercoledì 5 febbraio 2014

La civiltà decadente e l'attrazione per la morte.






La bohème dei decadenti esercita ancora su di noi un fascino irresistibile. Nell’immaginario moderno, gli eccessi dei poeti maledetti sono indissolubilmente associati a Montmartre, ai café-concert nei quali Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Musset e compagnia bella si perdevano nel florilegio di visioni sbocciate dal loro assenzio. Pochi anni più tardi, durante la Belle Époque, Parigi era un ribollire di mode, tendenze e stimoli artistici diversi: il Novecento si annunciava ottimisticamente come un secolo di progresso, di pace e di benessere, il cinema e la radio erano appena nati, perfino la morale stava cambiando e la zona dei divertimenti notturni “proibiti”, attorno a Pigalle, conosceva il suo apogeo.
A Pigalle non c’erano soltanto il cabaret con i suoi can-can e le prostitute. All’epoca sorgevano come funghi piccoli locali “a tema”, i cui esercenti facevano a gara per attirare il pubblico superandosi l’un l’altro in fantasia e bizzarrie. C’erano cabaret di ispirazione medievale, caffè lillipuziani, oppure ambientati nei fondali marini, e via dicendo.
Fra i locali più incredibili spiccavano tre piccoli caffè, fondati alla fine dell’Ottocento e gestiti da un unico proprietario, che promettevano meraviglie già dal nome: il Cabaret de l’Enfer, il Cabaret du Ciel e il Cabaret du Néant.
Il Cabaret “dell’Inferno” e quello “del Cielo” erano situati sul Boulevard de Clichy e già a vederli dalla strada si proponevano come locali gemelli, o per meglio dire speculari.







Si poteva scegliere di rilassarsi nell’angelica atmosfera del Paradiso, dove si veniva accolti da camerieri travestiti da cherubini, con tanto di ali e parrucca bionda. Nella grande sala, simile all’interno di una cattedrale gotica e allietata dalla musica di un organo, si sorseggiava il liquore dalla “sacra coppa”; cominciavano poi vari spettacoli e pantomime che sbeffeggiavano la liturgia cristiana, balletti celestiali piuttosto “discinti”, esibizioni di cori angelici.




Alla fine di questi spettacoli, un attore che impersonava San Pietro apriva con la sua enorme chiave la porta che conduceva alla seconda sala, una sorta di grotta dorata dalle cui stalattiti pendevano statuine di angeli e altri arredi sacri. Qui un ultimo numero di varietà concludeva la serata.

Ma molti preferivano entrare attraverso le enormi fauci che portavano dritti al regno di Satana. Qui erano i diavoli a dare il benvenuto all’avventore, e a scagliarlo in una sorta di pacchiana e impressionante raffigurazione di un girone infernale.



Le pareti della cupa e oscura grotta erano ricoperte da una babele di altorilievi raffiguranti la dannazione eterna delle anime peccatrici e dei tormenti che i demoni infliggevano loro. Mani artigliate, piedi, volti contorti dall’agonia sporgevano dalle pareti proprio sopra i tavolini dove il pubblico si fermava a bere. Anche qui venivano messe in scena delle rappresentazioni grottesche: un dannato veniva cotto da alcuni diavoli in un grande calderone, e altre attrazioni prevedevano differenti e crudeli supplizi.

Seguendo la stessa falsariga, verso la fine della serata si veniva invitati ad entrare nella seconda sala, l’”Antro di Satana”, in cui si assisteva ad un ultimo spettacolo in cui Mephisto torturava alcuni peccatori, sempre in maniera esagerata e goliardica.


Il Cabaret du Néant (“Cabaret del Nulla”) stava poco distante dagli altri due, e oltre ad essere il locale più antico fu anche quello che godette di maggior fama, tanto da inaugurare per breve tempo una succursale anche a New York.


Dopo aver pagato l’ingresso e ricevuto il gettone, l’avventore veniva introdotto nella buia sala “dell’intossicazione” da camerieri incipriati di bianco e vestiti come becchini. Qui tutto l’arredamento rimandava alla morte: bare al posto dei tavoli, pareti tappezzate di aforismi sul Tristo Mietitore, un lampadario costruito con vere ossa umane e teschi appesi ai muri. Una volta accomodatisi ad una bara, il cameriere accendeva il cero funebre e prendeva le ordinazioni: i drink offerti dal menu portavano i nomi dei più celebri bacilli, germi mortiferi e morbi incurabili. L’ospite, così, sceglieva “di che morte morire” e ordinava la dipartita a lui più congeniale.


Dopo aver bevuto il pubblico veniva fatto spostare nella cameretta sul retro, la Grotta dei Trapassati. Mentre un monaco suonava un organo, un volontario veniva fatto entrare in una bara, avvolto in un sudario e infine “trasformato” di fronte agli occhi degli avventori in uno scheletro (mediante uno strano effetto chiamato  Pepper’s Ghost).


Il Cabaret de l’Enfer e quello du Ciel rimasero in piedi fino agli anni ’50, prima di essere smantellati; il Cabaret du Néant venne chiuso un po’ più tardi, all’inizio degli anni ’60.