Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

martedì 17 dicembre 2019

Galileo Galilei, La favola dei suoni



Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità. Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, nè potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in sè stesso, e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura. Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell’aprir la porta? Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; nè tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che nè per serrarle la bocca nè per fermarle l’ali poteva nè pur diminuire il suo altissimo stridore, nè le vedeva muovere squamme nè altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che nè anco potè accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili.
Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in alcun modo lontano da ogni nostra immaginazione; e la difficoltà dell’intendere come si formi il canto della cicala, mentr’ella ci canta in mano, scusa di soverchio il non sapere come in tanta lontananza si generi la cometa.

(Da Il Saggiatore)

domenica 27 ottobre 2019

Pablo Neruda, Ode alla cipolla


Ascoltala qui

Cipolla
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s’è formata la tua bellezza
squame di cristallo t’hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s’è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
è avvenuto il miracolo
e quando è apparso
il tuo lento germoglio verde,
e sono nate
le tue foglie come spade nell’orto,
la terra ha accumulato i suoi beni
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come con Afrodite il mare remoto
copiò la magnolia
per formare i seni,
la terra così ti ha fatto,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata a splendere
costellazione fissa,
rotonda rosa d’ acqua,
sulla
mensa
della povera gente.
Generosa
sciogli
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
bruciante nella pentola,
e la balza di cristallo
al calore acceso dell’olio
si trasforma in arricciata piuma d’oro.

Ricorderò anche come feconda
la tua influenza l’amore dell’insalata
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti forma fine di grandine
a celebrare la tua luminosità tritata
sugli emisferi di un pomodoro
Ma alla portata
delle mani del popolo,
innaffiata con olio,
spolverata
con un po’ di sale,
ammazzi la fame
del bracciante nel duro cammino.

Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura,
come semenza d’astro,
e quando ti taglia
il coltello in cucina
sgorga l’unica lacrima
senza pena.
Ci hai fatto piangere senza affliggerci.

Tutto quel che esiste ho celebrato, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
ai miei occhi sei
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone innevato

e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

Pablo Neruda

Da qualche tempo nutro grande interesse, oltre che per la poesia, naturalmente (ma questo da una trentina d'anni in più...), per ciò che io chiamo in modo un po' grossolano "lettura a voce alta" o "lettura-in-scena". Pratica a cui riconosco una potenzialità espressiva che integra e trascende il testo scritto, pur rimanendo quest'ultimo la matrice indissolubile del verso. È per questo motivo che oggi ho deciso di iniziare a scalare una montagna. Non so ancora se riuscirò ad arrivare sulla cima. Occorrerà tempo ed energia. Ma in fondo, non è forse l'avventura ciò che veramente conta?

mercoledì 23 ottobre 2019

La Divina Commedia, PURGATORIO, canto III - questionario di comprensione e analisi


...biondo era, e bello, e di gentile aspetto...


Virgilio


1. Perché si afferma che il comportamento di Virgilio in Purgatorio è diverso da quello tenuto da lui nell'Inferno?

2. Chiarisci questo comportamento con precisi riferimenti ai versi.

3. Spiega il mistero dei corpi fittizi delle anime a cui si riferisce Virgilio.

4. Che cosa rappresenta Virgilio in chiave allegorica in questo canto e, più in generale, nel Purgatorio?

5. In che senso va intesa la congiunzione quia al verso 37?


Il nuovo cammino da prendere


6. Che immagine abbiamo della montagna del Purgatorio?


Una schiera di anime


7. Le prime anime che avanzano: descrivi il loro procedere e analizza la similitudine che le riguarda.


Manfredi


8. Spiega chi era storicamente Manfredi e la sua discendenza.

9. Quale immagine delle autorità religiose ci viene offerta dal racconto di Manfredi sulla sua morte?

10. Racconta e commenta i due momenti - profondamente diversi - della "sepoltura" del cadavere di Manfredi.

11. Giudizio degli uomini e giudizio di Dio: che idea se ne ricava dalle parole del racconto di Manfredi sulla sua fine?

12. Che cosa chiede quest'anima a Dante e perché?




venerdì 11 ottobre 2019

LA FAVOLA DEL COLIBRÍ



Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. 

Di fronte all'avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l'incendio stava per arrivare anche lì. 

Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d'acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. 

Il colibrì, però, non si perse d'animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d'acqua che lasciava cadere sulle fiamme. 

La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: "Cosa stai facendo?". L'uccellino gli rispose: "Cerco di spegnere l'incendio!". Il leone si mise a ridere: "Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?" e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l'uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un'altra goccia d'acqua. 

A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. 

Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d'acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme. 

Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d'animale si prodigarono insieme per spegnere l'incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell'antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell'aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco.

A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. 
Con l'arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l'incendio poteva dirsi ormai domato. Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco. 

Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: "Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d'acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D'ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte e la  fame solo un brutto ricordo".

(antica leggenda africana)

lunedì 30 settembre 2019

Giorno d'esame - di Henry Slesar


Questo racconto fa parte di una raccolta del famoso scrittore di gialli Henry Slesar e ispirò una serie televisiva famosissima negli anni Sessanta, intitolata Ai confini della realtà
La storia è ambientata in un futuro non definito, in cui i governi autoritari e repressivi avranno la meglio sui migliori individui.

I Jordan non parlarono mai dell’esame, o almeno non ne parlarono fino al giorno in cui Dickie compì dodici anni.            
Fu solo        quella mattina che la signora Jordan accennò per la prima volta all’esame in presenza del figlio, e il suo tono angustiato provocò una risposta secca del marito.
«Non ci pensare ora» disse bruscamente. «Se la caverà benissimo».

Stavano facendo colazione, e il ragazzo alzò la testa dal piatto, incuriosito. 
Era un ragazzetto dallo sguardo sveglio, con capelli ricci e modi vivaci. Non capì il motivo dell’improvvisa tensione che si era creata nella stanza, ma sapeva che era il giorno del suo compleanno e desiderava che tutto andasse bene. 

Da qualche parte nel piccolo appartamento erano nascosti dei pacchetti infiocchettati che aspettavano di essere aperti, e nella minuscola cucina retrattile qualcosa di molto appetitoso stava cuocendo nel forno automatico. 
Lui voleva che quel giorno fosse felice, e il velo umido che aveva appannato gli occhi di sua madre, l’espressione         torva  sul volto di suo padre, minacciavano ora di guastargli la festa.

«Quale esame?» chiese.
La madre guardò l’orologio sul tavolo, «È solo una specie di test d’intelligenza che il 
governo fa fare a tutti i bambini all’età di dodici anni. Tu dovrai sostenerlo la prossima settimana. Non c’è nulla di cui preoccuparsi.»
«Vuoi dire un test come quelli di scuola?»
«Qualcosa del genere,» disse il padre alzandosi di scatto. «Vai a leggerti un giornalino, Dickie.»

Il ragazzo si alzò e si diresse svogliatamente verso l’angolo del soggiorno che era sempre stato il suo angolo, fin da piccolo. Sfogliò per qualche istante un giornalino a fumetti, ma le sue strisce a colori vivaci non sembrarono divertirlo. Andò alla finestra e restò a guardare malinconicamente il velo di vapore che appannava i vetri.

«Perché deve piovere proprio oggi?» si disse. «Perché non può piovere domani?»
II padre, ora sprofondato in poltrona con il giornale governativo tra le mani, spiegazzò rumorosamente i fogli, irritato.
«Perché piove, ecco perché. La pioggia fa crescere l’erba.»
«Perché, papà?»
«Perché sì, che domande, Dickie» corrugò la fronte. «Ma che cosa la rende verde, poi? L’erba, voglio dire.»
«Nessuno lo sa,» tagliò corto il padre, pentendosi immediatamente per la sua asprezza.

Poi, a poco a poco, quel giorno tornò il giorno del suo compleanno. 
La madre sorrideva con tenerezza quando entrò con i pacchetti gaiamente colorati, e persino il padre rimediò un sorriso e gli scompigliò i capelli. 
Dickie baciò la mamma e strinse gravemente la mano al padre. Venne servita la torta di compleanno, e la festa finì.

Un’ora dopo, seduto accanto alla finestra, guardava il sole che si faceva strada tra le nuvole.
«Papà,» chiese, «quant'è lontano il sole?»
«Diecimila chilometri,» rispose il padre.

Il lunedì seguente, seduto a tavola per la colazione, Dickie  vide  di nuovo gli occhi della madre farsi lucidi. Ma non collegò queste lacrime con l’esame finché il padre non tirò fuori bruscamente l’argomento.
«Be’, Dickie,»  annunciò  con  un’aria  più  scura  che  mai, «tu  hai un appuntamento per oggi.»
«Capisco, papà. Spero...»
«Non c’è niente da preoccuparsi, adesso. Migliaia di bambini fanno quel test ogni giorno. Il Governo vuole solo sapere quanto sei in gamba, Dickie. Si tratta solo di questo.»
«Ho preso sempre buoni voti a scuola,» disse il ragazzo, esitante.
«Questa volta è diverso. Si tratta di... di un test di tipo speciale. Ti danno quella roba da bere, e poi ti fanno entrare in una stanza dove c’è una specie di macchina...»
«Quale roba da bere?» chiese Dickie.
«Oh, niente. Sa di menta. È solo per essere certi che uno risponde sinceramente alle domande. Non che il Governo pensi che tu non diresti la verità, ma quella roba li rende proprio sicuri.»

La faccia di Dickie manifestava tutta la sua sorpresa, e un’ombra di paura. Guardò la madre, e lei si costrinse a un vago sorriso.
«Andrà tutto bene, vedrai,» disse al figlio.
«Certo che andrà tutto bene,» ribadì il padre. «Tu sei sempre stato un bravo bambino, Dickie, e te la caverai benissimo. 
Poi torneremo a casa e faremo una festa. D’accordo?»
«D’accordo,» disse Dickie.

Arrivarono al palazzo governativo dell’Istruzione Popolare quindici minuti prima dell’ora fissata. Traversarono un grande atrio a colonne, passarono sotto un’arcata, ed 
entrarono in  un  ascensore  che  li  portò all’ottavo piano.
Lì trovarono un usciere che chiese il nome di Dickie, e controllò accuratamente una lista prima di accompagnarli alla sala 804.

La sala era fredda e ufficiale come un tribunale, con lunghe panche affiancate a tavoli metallici. C’erano già numerosi padri e figli, e una donna, dalle labbra sottili e i capelli corti e neri, distribuiva dei moduli.

Il signor Jordan riempì il foglio e lo restituì all’impiegata. 
Poi disse a Dickie: «Non sarà una cosa lunga, vedrai.  Quando senti chiamare il tuo nome, devi solo entrare in quella porta là in fondo». 
E gli indicò la porta con la mano.
Un altoparlante crepitò e chiamò quindi il primo nome. Dickie vide un ragazzo, più o meno della sua età, lasciare con riluttanza la mano del padre e dirigersi lentamente verso la porta.
Alle undici e cinque chiamarono il nome Jordan.
«Buona fortuna, figliolo,» disse il padre senza guardarlo. «Quando il test sarà finito, mi telefoneranno e verrò a riprenderti.»

Dickie si avvicinò alla porta e girò la maniglia. La nuova stanza gli sembrò buia e a malapena riuscì a distinguere la sagoma del funzionario in tunica grigia che lo salutò.

«Siediti,» disse gentilmente l’uomo, indicandogli un alto sgabello davanti alla sua scrivania. «Ti chiami Richard Jordan?»
«Sì, signore.»



«Il tuo numero è 600115. Bevi questo, Richard.»

Prese un bicchiere di plastica già pronto sulla scrivania e lo porse al ragazzo. Il liquido che vi era contenuto aveva la consistenza del siero di latte, e sapeva molto vagamente della menta promessa. Dickie lo mandò giù d’un fiato.
Sedette in silenzio, sentendosi invadere da una strana sonnolenza, mentre l’uomo scriveva con aria molto indaffarata qualcosa su un foglio. 

Dopo qualche tempo guardò l’orologio, poi si alzò, chinandosi in avanti fino a trovarsi a pochi centimetri dalla faccia di Dickie. Sfilò dal taschino una sottile lampada a pila e proiettò uno stretto fascio di luce negli occhi del ragazzo.
«Bene» disse. «Vieni con me, Richard.»
Condusse Dickie all’altra estremità della stanza, dove una solitaria poltroncina di metallo era disposta di fronte a una macchina con molti quadranti. C’era anche un microfono, di cui il funzionario regolò l’altezza.
«Cerca ora di rilassarti, Richard. Ti saranno solo rivolte delle domande, e tu pensaci su bene prima di rispondere. Poi dì le tue risposte nel microfono. La macchina penserà al resto.»
«Sissignore.»
«Ti lascio solo ora. Quando vuoi cominciare, basta che tu dica pronto nel microfono.»
«Sissignore.»
L’uomo gli battè un colpetto sulla spalla, e se ne andò.

«Pronto,» disse Dickie.
Una fila di luci si accese sulla macchina, un meccanismo ronzò. Poi una voce disse:
«Completa questa sequenza: uno, quattro, sette, dieci...»
Il signore e la signora Jordan sedevano in soggiorno, senza dire una parola, senza nemmeno azzardarsi a pensare.

Erano quasi le quattro quando squillò il telefono.
La donna cercò di raggiungere per prima l’apparecchio, ma il marito fu più svelto.
«Il signor Jordan?»
Era una voce secca, dal tono sbrigativo, ufficiale.
«Sì, dite pure.»
«Qui è il Servizio Istruzione Popolare, Vostro figlio, Richard M. Jordan, ha completato l’esame governativo. Ci rincresce informarvi che il suo quoziente d’intelligenza è  risultato  di  13,8  punti  superiore al normale, per cui abbiamo dovuto procedere a norma dell’articolo 8 2, comma 5, del Decreto Legge 11-6-93.

La signora Jordan fece un urlo disperato, lacerante, perché le era bastato leggere l’espressione sulla faccia del marito.
«Potreste specificare per telefono» proseguì la voce impassibile «se desiderate che il corpo sia inumato a cura del Governo, o se preferite una sepoltura privata? Il costo di una sepoltura governativa è di dieci dollari.»

QUESTIONARIO DI COMPRENSIONE E ANALISI

1) Evidenzia nel brano: situazione iniziale, rottura dell'equilibrio, svolgimento e conclusione. 
Dividi il testo in macrosequenze e a ciascuna dai un titolo.

2) Per ciascuna di queste affermazioni, specifica se è vera o falsa:

a. Il racconto comincia la settimana prima del dodicesimo compleanno di Dickie. 

b. Il giorno del dodicesimo compleanno di Dickie, i suoi genitori sono preoccupati, perché sanno che il figlio dovrà sostenere un esame. 

c. I genitori rispondono senza esitazione e correttamente a tutte le domande di Dickie riguardo all’esame. 

d. I genitori sono certi del buon esito dell’esame, perché Dickie ha sempre ottimi risultati scolastici. 

e. Dickie viene accompagnato da entrambi i genitori alla scuola dove sosterrà l’esame. 

f. Dickie deve bere un liquido fatto dal siero del latte che lo tranquillizzerà. 

g. Il governo vuole essere certo che i ragazzi rispondano sinceramente alle domande. 

h. Vengono uccisi i ragazzi di dodici anni che hanno il quoziente intellettivo sopra la norma.

3) Tra la prima parte (ambientata in casa Jordan) e la seconda parte ( nel palazzo governativo) del racconto è presente una ellissi. Individua l'espressione che segnala il salto temporale.

4) Mentre la madre di Dickie mostra tenerezza e apprensione verso il figlio, il padre appare duro nei suoi confronti. Individua nel testo le espressioni impiegate per evidenziare questo atteggiamento e spiega quale stato d'animo nascondono.

5) Nel mondo del futuro immaginato da Slesar nessuno può avere un'intelligenza superiore al livello stabilito dal governo. Per quale ragione, secondo te?

6)  Scrivi per ognuna delle seguenti parole il loro sinonimo presente nel brano e stabilisci quale potrebbe essere un contrario.

a.   angosciato
b.   di scatto
c.   rovinargli
d.   corrugò
e.   allegramente
f.    titubante
g.   molti
h.   con sforzo, a stento

7)  Il sovraffollamento costituisce un problema sempre più grande, infatti dipendono dal numero di cittadini le questioni lavorative, abitative, sociali.... 
Per far fronte a questa situazione, nel racconto che avete appena letto, i governanti decidono di eliminare tutti i dodicenni che risultano troppo intelligenti. 
Discutete insieme per trovare una risposta alla seguente domanda: Perché l’intelligenza può essere pericolosa dal punto di vista dei governanti?



domenica 29 settembre 2019

La mia impronta ecologica

Dopo avere calcolato la tua impronta ecologica aiutandoti con la guida all'analisi riportata in questo sito, riporta il risultato nello schema qui sotto.

Imposta la lingua italiana se ti riesce difficile comprendere l'inglese, ma rifletti che forse dovresti dare maggiore importanza alle lingue in una società interculturale. 

Resterai sorpreso dal risultato, sicuramente maggiore di 1.75 (che sono i pianeti Terra necessari per sostentare il mondo). La maggior parte dei Paesi sviluppati, vittime dello sfruttamento predatorio di risorse e dei combustibili fossili, ha un’impronta ben più alta. L’Italia di circa 2.6 pianeti Terra, gli Stati Uniti di 5. Io stessa ho un’impronta di circa 2 pianeti Terra, sotto la media italiana ma sopra quella mondiale, in ogni caso maggiore di 1 pianeta Terra. 


sabato 21 settembre 2019

Le donne, i cavallier…: Ludovico Ariosto


Ariosto_bis
“All’inizio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa sino a un certo punto: è la protagonista d’un poema rimasto incompiuto, che sta correndo per entrare in un poema appena incominciato…”
Per entrare in argomento CLICCA QUI

Italo Calvino legge il FuriosoCLICCA QUI

Stefano Accorsi e Marco Baliani mettono in scena l'Orlando furioso, tentando di far rivivere la situazione in cui tante volte dovette trovarsi Ariosto quando recitava davanti al pubblico estense e davanti alla sua protettrice, Isabella d'Este, che oggi chiameremmo la sua sponsor.  QUI un estratto dallo spettacolo in cui si sintetizza il canto primo.

Lettura delle ottave 1-9 del canto I effettuata da me.

TESTO: 
                                   1
     Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

 2
     Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sí saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sará però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

 3
     Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.




 4
     Voi sentirete fra i piú degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
sí che tra lor miei versi abbiano loco.

 5
     Orlando, che gran tempo inamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti et immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

 6
     per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E cosí Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentí d’esservi giunto;

 7
     che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperii ai liti eoi
avea difesa con sí lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.

 8
     Nata pochi dí inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che ambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

 9
     in premio promettendola a quel d’essi
ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli piú copia uccidessi,
e di sua man prestassi opra piú grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ’l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.

La follia di Orlando: Canto 23, ottave 100-fine e canto 24, ottave 1-14

                                 100
     Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece Ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
né lo trovò, né potè averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.

 101
     Il merigge facea grato l’orezzo
al duro armento et al pastore ignudo;
sí che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e piú che dir si possa empio soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno.

 102
     Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi giá descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.

 103
     Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’ai suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

                                104

     Poi dice: — Conosco io pur queste note:
di tal’io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette. —
Con tali opinïon dal ver remote
usando fraude a sé medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

 105
     Ma sempre piú raccende e piú rinuova,
quanto spenger piú cerca, il rio sospetto:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto piú batte l’ale e piú si prova
di disbrigar, piú vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.

 106
     Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al piú cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
piú che in altro dei luoghi circonstanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

 107
     Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso
et era ne la nostra tale il senso:


 108
     — Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commoditá che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognior lodarvi:

 109
     e di pregare ogni signore amante,
e cavalieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontá meni o Fortuna;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. —

 110
     Era scritto in arabico, che ’l conte
intendea cosí ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schivò piú volte e danni et onte,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se giá n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

 111
     Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v’era scritto,
e sempre lo vedea piú chiaro e piano:
et ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.

 112
     Fu allora per uscir del sentimento,
sí tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n’ha fatto esperimento,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né potè aver (che ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

 113
     L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Cosí veggián restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

 114
     Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun cosí infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insoportabil some
tanto di gelosia, che se ne péra:
et abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

 115
     In cosí poca, in cosí debol speme
sveglia gli spirti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando giá il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.


                                116
     Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.

 117
     Quanto piú cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova piú travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

 118
     Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.
Il pastor che lo vede cosí oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:

 82
     come esso a prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente: e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dí guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferí Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sí cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:

 120
     e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor constretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.
All’ultimo l’istoria si ridusse,
che ’l pastor fe’ portar la gemma inante,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.

 121
     Questa conclusion fu la secure
che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

 122
     Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giú dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di lá tutto cercando il letto;
e piú duro ch’un sasso, e piú pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.

 123
     In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo piú volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
né con minor prestezza se ne leva,
che de l’erba il villan che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.


 124
     Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, et esce fuore
per mezzo il bosco alla piú oscura frasca:
e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi et urli apre le porte al duolo.

 125
     Di pianger mai, mai di gridar non resta:
né la notte né ’l di si dá mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si maraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sí vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé cosí nel pianto:

 126
     — Queste non son piú lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sí larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena:
et è quel che si versa, e trarrá insieme
e ’l dolore e la vita all’ore estreme.

 127
     Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ’l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?


 128
     Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto et è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sí, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra si, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza. —

 129
     Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e allo spuntar della diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte
dove Medoro insculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sí, ch’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né piú indugiò, che trasse il brando fuore.

 130
     Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge,
infelice quell’antro, et ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
CosÌ restar quel dÌ, ch’ombra né gielo
a pastor mai non daran piú, né a gregge:
e quella fonte, giá si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

 131
     che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sÌ turbolle,
che non furo mai piú chiare né monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.





 132
     Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir cosí si serba,
che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dí, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.

 133
     Qui riman l’elmo, e lá riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e piú lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sí orrenda,
che de la piú non sará mai ch’intenda.

 134
     In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse:

 135
     e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.
Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
facea de cerri e d’altre piante antiche.


 136
     I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di lá, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
et io la vo’ piú tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.

............

1
     Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;
che non è in somma amor, se non insania,
a giudizio de’ savi universale:
e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch’altro segnale.
E quale è di pazzia segno piú espresso
che, per altri voler, perder se stesso?

 2
     Varii gli effetti son, ma la pazzia
è tutt’una però, che li fa uscire.
Gli è come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi giú, chi qua, chi lá travia.
Per concludere in somma, io vi vo’ dire:
a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.

 3
     Ben mi si potria dir: — Frate, tu vai
l’altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. —
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;
et ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d’uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che ’l male è penetrato infin all’osso.


 4
     Signor, ne l’altro canto io vi dicea
che ’l forsennato e furïoso Orlando
trattesi l’arme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l’alte selve; quando
alcun’pastori al suon trasse in quel lato
lor stella, o qualche lor grave peccato.

 5
     Viste del pazzo l’incredibil prove
poi piú d’appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
sí come avviene in subitana tema.
Il pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilitá che torria alcuno
da l’arbor pome, o vago fior dal pruno.

 6
     Per una gamba il grave tronco prese,
e quello usò per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch’al novissimo dí forse fia desto.
Gli altri sgombraro subito il paese,
ch’ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch’era giá volto al loro armento.

 7
     Gli agricultori, accorti agli altru’esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi né salci),
onde l’orrenda furia si contempli,
ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben è corridor chi da lui fugge.


 8
     Giá potreste sentir come ribombe
l’alto rumor ne le propinque ville
d’urli e di corni, rusticane trombe,
e piú spesso che d’altro, il suon di squille;
e con spuntoni et archi e spiedi e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
et altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.

 9
     Qual venir suol nel salso lito l’onda
mossa da l’austro ch’a principio scherza,
che maggior de la prima è la seconda,
e con piú forza poi segue la terza;
et ogni volta piú l’umore abonda,
e ne l’arena piú stende la sferza:
tal contra Orlando l’empia turba cresce,
che giú da balze scende e di valli esce.

 10
     Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in mano:
e questo chiaro esperimento fece,
ch’era assai piú sicur starne lontano.
Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.

 11
     Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch’era a gittare il brando,
e poi voler senz’arme essere audace.
La turba giá s’andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.
Orlando, poi che piú nessun l’attende,
verso un borgo di case il camin prende.


 12
     Dentro non vi trovò piccol né grande,
che ’l borgo ognun per tema avea lasciato.
V’erano in copia povere vivande,
convenienti a un pastorale stato.
Senza il pane discerner da le giande,
dal digiuno e da l’impeto cacciato,
le mani e il dente lasciò andar di botto
in quel che trovò prima, o crudo o cotto.

 13
     E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi, talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.
Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere:
e di lor carne con tutta la spoglia
piú volte il ventre empí con fiera voglia.

 14
     Di qua, di lá, di su, di giú discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d’acqua corre
un fiume d’alta e di scoscesa riva.
Edificato accanto avea una torre
che d’ogn’intorno c di lontan scopriva.
Quel che fe’ quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.
Per sintetizzare: dall’epica classica al romanzo cavalleresco. PREZI di Carlo Mariani.
“Le trame principali [del Furioso], ricordiamo, sono due: la prima racconta come Orlando divenne, da innamorato sfortunato d’Angelica, matto furioso, e come le armate cristiane, per l’assenza del loro campione, rischiarono di perdere la Francia, e come la ragione smarrita dal folle fu ritrovata da Astolfo sulla Luna e ricacciata in corpo al legittimo proprietario permettendogli di riprendere il suo posto nei ranghi.  Parallela a questa si snoda la seconda trama, quella dei predestinati ma sempre procrastinati amori di Ruggiero, campione del campo saraceno, e della guerriera cristiana Bradamante, e di tutti gli ostacoli che si frappongono al loro destino nuziale, finché il guerriero non riesce a cambiare di campo, a ricevere il battesimo e a impalmare la robusta innamorata. La trama Ruggiero-Bradamante non è meno importante di quella Orlando-Angelica, perché da quella coppia Ariosto (come già Boiardo) vuol far discendere la genealogia degli Estensi, cioè non solo giustificare il poema agli occhi dei suoi committenti, ma soprattutto legare il tempo mitico della cavalleria con le vicende contemporanee, col presente di Ferrara e d’Italia. Le due trame principali e le loro numerose ramificazioni procedono dunque intrecciate, ma s’annodano alla loro volta intorno al tronco più propriamente epico del poema, cioè gli sviluppi della guerra tra l’imperatore Carlo Magno e il re d’Africa Agramante. Questa epopea si concentra soprattutto in un blocco di canti che trattano l’assedio di Parigi da parte dei Mori, la controffensiva cristiana, le discordie in campo d’Agramante. L’assedio di Parigi è un po’ come il centro di gravità del poema, così come la città di Parigi si presenta come suo ombelico geografico”.
I. CALVINO, La struttura dell’«Orlando» (1974), in ID., Perché leggere i classici, Milano 1991
Il vero “tema” del Furioso è la conoscenza. Tutti, qui, dall’inizio alla fine, inseguono qualcosa o qualcuno, e ne sono inseguiti, perché non lo godono, non lo vedono, non lo sanno, e invece vogliono saperlo, vederlo, goderlo.
C. BOLOGNA, in Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, Vol. II, a cura di Alberto Asor Rosa, Einaudi,Torino 1993