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lunedì 28 marzo 2016

L'amore innato per la lettura

Ogni essere umano sa che le storie sono ciò di cui più si ha bisogno nella vita. Basti tornare indietro nel tempo e ripensare a quando, in società nascenti,  si raccontavano storie intorno al fuoco per alimentare la fantasia e tramandare il ricordo di sé.

Le storie sono ovunque ed è attraverso di esse che noi definiamo il nostro mondo e scopriamo quale sia in esso il nostro posto. Le storie ci aiutano a capire la realtà in cui viviamo, ci insegnano da dove veniamo e ci aiutano a intravedere possibili scenari futuri.
Le storie sono insieme la nostra educazione e la nostra evoluzione.

Tutta questa introduzione per dire che è importante capire che,  sia a livello consapevole che inconsapevole, tutti i bambini sono in qualche modo potenziali amanti dei libri. Ogni bambino già ama le storie attraverso i film che guarda al cinema o in televisione o attraverso i video games.  Ogni bambino sa quale tipo di storia preferisce. E film, televisione e videogames non sono necessariamente da intendersi come nemici degli educatori, piuttosto metodi alternativi per raccontare storie.

Quello che invece noi educatori dobbiamo fare è incoraggiare ogni bambino ad apprezzare il racconto delle storie scritte e avvicinare alla lettura. Infatti  è difficile, se non impossibile, innalzare il proprio livello di esperienza se non si è capaci di leggere, perché essere capaci di leggere significa avere la possibilità di rimanere alunni per la vita, col desiderio costante di apprendere e crescere come individui e cittadini di una società libera di pensiero.



Per prima cosa occorre fare un passo verso i bambini accostandosi al loro mondo,  parlando loro dei loro film preferiti, degli spettacoli televisivi che guardano o dei video games che amano,  magari proponendo libri che abbiano per protagonisti gli stessi personaggi o per trama storie simili. Sarebbe un modo per far capire ai bambini che ciò che a loro piace esiste anche in forma scritta. E incoraggiarli, poi, a scrivere storie proprio con quei personaggi, condividendole poi con altri coetanei.

Potremmo poi proporre qualche buon libro, anche dando più titoli al giorno, per dimostrare che leggere è una attività che fa parte di ogni singola giornata  della vita, che si può fare in qualsiasi momento. La lettura non va imposta, solo suggerita: se diamo ai bambini solo una indicazione, se li lasciamo liberi di scegliere cosa leggere, noi creiamo opportunità per un apprendimento più profondo, più pervasivo, più personale, molto più efficace.

Ma la cosa più importante da fare per appassionare un bambino alla lettura è leggere con lui.  Nella mia infanzia era mio padre quello che mi introduceva alla gioia della lettura. Ma gli insegnanti non sono meno influenti nella esperienza dei loro studenti: quando io ripenso ai miei giorni di scuola, ricordo pochi insegnanti di cui la passione per un argomento fosse in grado di ispirare una simile passione in me.  Quando gli insegnanti trovano il modo di mostrare agli studenti quanto sia stato e sia importante leggere per la loro propria vita, si apre la porta per la lettura.

Noi oggi abbiamo molti più strumenti per ricevere storie di quanti ce ne fossero in passato: nei video games noi diamo vita a  un personaggio dentro una storia, nei film ci immedesimiamo in una vicenda e viviamo un pezzo di vita alternativa nello spazio di pochi qualche decina di minuti, nei libri apprendiamo emozioni complesse e motivazioni che vanno ben oltre  la situazione evidente. Insomma ogni canale è unico con i suoi pregi e i suoi limiti: quando usati insieme, noi possiamo inculcare nei nostri studenti non soltanto l'amore per le varie forme di racconto ma anche il senso di come noi esseri umani abbiamo lo storytelling nel nostro DNA.

domenica 8 marzo 2015

Like/Dislike

Non è tanto per il freddo, non è tanto per la mancanza di luce che non mi piace l'inverno. È che si fa una immensa fatica a vedere qualcosa di bello, o anche soltanto qualcosa che non sia proprio brutto.
D'estate le chiome rinfoltite degli alberi nascondono quei capannoni là in fondo, i rampicanti colorano le facciate di intonaco plastico, un fiore selvatico riesce a spuntare anche nell'angolo tra un marciapiede e una cacca di cane. 
Invece d'inverno di bello c'è solo, qualche volta, il cielo. Se vuoi guardare qualcosa di bello devi prendere un libro, andarlo a cercare.

Io sono un po' scoraggiata per quanto trascuriamo la bellezza, come se fosse un lusso, una mollezza, come se fosse qualcosa di cui si può - senza conseguenze - fare anche a meno.
E sono scoraggiata perché a me pare che sia la prima volta nella storia del genere umano che la bellezza viene del tutto trascurata.

Mi capita spesso di pensare che ci sono persone, e sono tantissime, che ogni giorno si svegliano in una brutta stanza piena di mobili stupidamente brutti, in una brutta casa che sta in una brutta strada. Escono, vanno al lavoro in un posto bruttino o non di rado orrendo, lavorano al fianco di gente con brutte facce tristi, emaciate, incazzate, frustrate. Poi tornano a casa e passano  tutta la sera guardando qualcosa di brutto in tv, o vanno in un brutto bar a bere qualcosa da un brutto bicchiere scambiando brutte battute con gente aggressiva chiusa  in dozzinali giubbetti.
Non per tutti è così, ma per molti, moltissimi, una moltitudine. Vivono anni e vite intere senza vedere mai da vicino niente di bello.

Eppure una volta c'era la natura. Chi non poteva permettersi una stanza affrescata da Raffaello, o di ammirarla una volta che fosse affrescata, chi non poteva nemmeno meravigliarsi per  una vetrata o un arco rampante in una cattedrale, chi era troppo povero per permettersi un oggetto qualunque che fosse davvero bello poteva sempre guardare un tramonto sul mare, un'alba tra i boschi, un albero di ciliegio fiorito. 

Sto dicendo che per migliaia di anni qualcosa di bello da guardare tutti, ma proprio tutti l'abbiamo avuto. Ma la bruttezza totale che ci circonda adesso, quella scorza in cui ci siamo avviluppati fatta di migliaia e milioni di oggetti brutti, cose brutte, edifici brutti, tutta questa mancanza di bellezza non può non farci male.

Da qui nasce la proposta di fare un gioco. Consiste nel giudicare le cose che vediamo. Diciamo a noi stessi - o anche a voce alta, se ci fa più piacere - "Questo è bello. Questo è brutto. Questo è molto brutto". Sembra una cavolata, lo so, ma da quanto non lo facciamo? Da quando guardiamo la stessa casa lì ogni mattina e non diciamo, esplicitamente, deliberatamente: "Che brutta."?
Non bisogna trattenersi, non occorre essere corretti, tolleranti, possibilisti. Bisogna essere decisi,  tagliare con la scure: senza vie di mezzo, senza pietà. L'incrocio con quel semaforo e l'officina dell'elettrauto? Brutto. La faccia di quel signore  scuro scuro peloso al banco del bar? Brutta. L'auto che ti ha appena sorpassato? Brutta. Le tendine di quella casa? Brutte. La tazzina del caffè? Molto brutta.
Si può fare. Abbiamo il diritto di giudicare la bellezza del mondo, e forse anche un po' il dovere.

Il fatto è che adesso ci hanno inculcato questa faccenda del "mi piace" e tendiamo a pensare che via, è tutta questione di gusti. Che se una cosa a noi non piace magari a un altro può piacere. Che non si può mai dire. Che ognuno la pensa a modo suo. Che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Che non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace. 
Però non è vero. 

Non è bello ciò che piace: è bello ciò che è bello. 

E lo sappiamo benissimo, a pensarci bene. E se ci sembra di non essere sicuri di saperlo giudicare non importa, facciamolo lo stesso. A volte tentano di spaventarci facendoci  credere che solo qualcuno che ha studiato delle cose, che ha dei titoli, delle certificazioni, abbia la possibilità di capire e il diritto di dire se una cosa è brutta. Non è vero. Ognuno sa benissimo cosa è bello e cosa non lo è. E può dirlo finché vuole.
Esercitiamoci, un po' ogni giorno: è importante. Perché di tutta questa bruttezza almeno che ci si accorga e la si chiami col suo nome. Allora si proverà una immensa soddisfazione.








sabato 24 gennaio 2015

L'utilità dell'inutile


Copertina
Il libro scritto dal prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria e di cui è qui raffigurata la copertina, costituisce una ricchezza che tutte le persone di cultura – e quindi quelle che sanno di non essere acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. 
Nel testo si enuncia una concezione della cultura e dell’istruzione, da me da sempre condivisa, secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola e all’università, non devono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questo deprecabile modo di pensare ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, colpendo in modo particolare i licei, al punto che un indirizzo di studi altamente formativo come il liceo classico pare addirittura a rischio di sopravvivenza. E quelli che si iscrivono ai licei preferiscono di gran lunga lo scientifico, il linguistico nella errata convinzione, non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche e sulle lingue straniere (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza delle discipline umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. 
A questo punto, però, urge fare qualche precisazione. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice…  Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica, arte, ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene l'autore del libro e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino e un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il liceo classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinta come sono sempre stata che l’istruzione e la cultura non devono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico di cui dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, la presentazione di un progetto, oppure presentarsi a un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli ascoltatori o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Del resto non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante idiozie, purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso, ha proposto di togliere spazio alle discipline umanistiche e di far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo, cosa voleva intendere con quelle parole? "Cool" in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformando insomma la scuola in un luna park o una sala da giochi. E di fronte a uscite del genere c'è da ridere sì, ma per non piangere!






lunedì 6 ottobre 2014

Homines, dum docent, discunt (Seneca)


Sono un' insegnante che non cerca ma accetta le richieste d’amicizia dei suoi allievi su facebook Ho iniziato dagli ex-allievi, ma non credo vi siano sostanziali differenze: si tratta di capire che uso si fa di Facebook.
Al di là dell’utilità (per inviare testi e comunicazioni è certo il mezzo più rapido, più ancora del presente blog, tra l'altro rivolto a un pubblico più ampio e meno controllabile),  quando ho dato «l’amicizia» ad ex-alunni avevo ben presente che sul social avrei dovuto tenere conto del mio ruolo e della mia responsabilità di persona adulta ed educatrice, evitando di postare pensieri che non avrei espresso parimenti in classe. Per questo ho ritenuto di poter accettare anche l’«amicizia»  degli attuali alunni. 
E’ un’ «amicizia» tra virgolette perchè gli scambi, quando avvengono, non hanno nulla di personale in senso stretto. Del resto troverei assurdo mettere qualcosa di privato su FB .
Sbaglio? Può anche darsi, ma nella stessa misura in cui si può sbagliare a lezione, appena si esce dalla semplice esposizione della materia. Io non credo, sinceramente, che un insegnante debba aver paura di esprimere opinioni con le regole e le cautele che sempre si devono usare trattando con i giovani.
Devo dire che, per quanto il mio possa essere un parere minoritario, per ora non mi sono pentita delle mie scelte.
Forse può interessare sapere che sono «amica» anche di studenti che ho bocciato così come molte persone che contano nella mia vita sono tra i miei «amici» di Facebook.
  Tu che sei sulla strada
  Devi avere un codice per la vita da rispettare
  E così diventerai te stesso
  Perché il passato è soltanto un addio

  Insegna bene ai tuoi figli,
  L'inferno del loro padre se ne è andato
  E nutrili dei tuoi sogni
  L'unica cosa da raccogliere, l'unica da imparare

  Non chiedere mai a loro il perché,
  se te lo diranno, potresti piangere

Così guardali e sospira
e sappi che loro ti ameranno

E tu, nella tua giovane età,
Non puoi conoscere le paure in cui i tuoi vecchi sono passati
E allora, per piacere, aiutali con la tua gioventù,
Loro cercano la verità prima di poter morire.

Insegna bene ai tuoi figli,
L'inferno del loro padre se ne è andato
E nutrili dei tuoi sogni
L'unica cosa da raccogliere, l'unica da imparare

Non chiedere mai a loro il perché,
se te lo diranno, potresti piangere
Così guardali e sospira
e sappi che loro ti ameranno.

domenica 8 giugno 2014

Comprensione


Provo una profonda, sincera e motivata ammirazione per i ragazzi e le ragazze che ogni mattina incontro a scuola, in aula, in corridoio, al bar, in giardino, nei rari momenti di silenzio, nella confusione delle assemblee, nella solitudine dei compiti in classe.
Sono studenti e studentesse spesso indecisi e confusi, pieni di talento oppure seduti ad aspettare, con le idee chiare o con la vita ancora tutta da inventare. Tutti scarpe lungo i corridoi, capelli, maglioni, cartelle, borse, ciglia, libri sotto braccio e sotto il banco, urla, pianti, heyprof lanciati dal bar. 
Il sistema scolastico mi impone una valutazione numerica che attribuisco non senza difficolta’, ma attribuisco. Cosi’ anche io ho il mio piccolo carico di voti laddove vorrei avere solo volti, ho i miei dieci ed i miei cinque, ho chi cerca la letteratura e chi invece l’ha chiusa in un cassetto. Ma superato questo, che meraviglia, che stupore, che immensa varieta’ di umanita’ che mi e’ dato di frequentare ogni singola mattina. E allora valuto la letteratura e metto voti in un registro, ma poi il registro lo chiudo e mi tengo le persone. E lo dichiaro perche’ e’ giusto ricordare ogni tanto il segno profondo che i nostri studenti e le nostre studentesse lasciano.

martedì 6 maggio 2014

Fatti non foste a viver come bruti...!



Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, questo comando?
Rischio di inimicarmi la folla, ma io pure devo convenire con gli “ordini” che mi dava mia madre e girarli anche a voi: studiate.
Ieri, stanco dopo tanti giorni di vacanza (sic!), un alunno mi ha chiesto – parlando di libri – per quanto tempo si debba andare avanti a studiare. La mia riposta è stata: SEMPRE.
Diceva Seneca che l'uomo deve continuare a imparare tanto a lungo quanto a lungo vive e davvero credo che questo atteggiamento mentale di ricerca incessante e continuo miglioramento sia non solo utile per migliorare ed elevare la nostra esistenza, ma anche doveroso in quanto esseri umani.
Mi spiego: l’Uomo, per come lo vedo io, è una creatura straordinaria, dalle risorse infinite, il cui scopo non è solo quello di sopravvivere ma, piuttosto, quello di evolvere, di migliorare sempre, di lasciare una traccia tangibile per chi seguirà i nostri passi e calcherà le nostre orme.
E’ un preciso dovere dell’Uomo quello di mettere a frutto i propri talenti e migliorare se stesso. 
Non è un’opzione. E’ un dovere!
Una delle cose che più mi turba è la gran quantità di persone che incontro e che mi raccontano dei loro progetti, dei loro bellissimi sogni e delle loro idee ambiziose senza che i loro comportamenti siano coerenti con quello che dicono.
“Voglio avere una vita così e così, voglio raggiungere questo successo e quest’altro, voglio diventare in questo o quest’altro modo”.
“Ottimo”, rispondo io. “E che cosa stai facendo, in questo momento, al riguardo?”
E' sacrosanto avere dei sogni, ci mancherebbe altro. Ma chiederei prima di tutto a chi sogna in grande:
- quanti libri stai leggendo, ora, per migliorare te stesso e procedere verso il tuo obiettivo?
- quanto ti stai impegnando ad ascoltare le esperienze degli altri e a imparare nuove cose?
- quante nuove strategie hai messo in campo nell’ultimo mese, per modificare i risultati che hai ottenuto finora?
- quante nuove conoscenze hai fatto, quante nuove reti hai intessuto, con quante persone diverse ti sei confrontato?
- quanto tempo hai dedicato a te stesso di recente?
Domande provocatorie, forse. Eppure, indispensabili. Perché è impossibile cambiare, crescere, evolvere, raggiungere traguardi e realizzare sogni senza fare tutto quello di cui ho scritto sopra.
Quando vado a letto, la sera, mi chiedo sempre, quotidianamente, se ho appreso qualcosa di nuovo, se ho imparato qualcosa di diverso. E faccio in modo che la risposta sia sempre positiva, altrimenti penserei di aver sprecato un giorno.
Magari si tratta solo di un’idea presa da una conversazione, magari della frase di un film annotata nel mio quadernetto degli appunti, magari di un brano di un libro che mi ha colpito: quel che conta è avere ogni giorno uno stimolo nuovo per arricchire la mia mappa del territorio, il mio punto di vista, la mia esperienza.
Impegnativo? Sì.
Utile? Più di ogni altra cosa.
Come fare? Rileggi le domande di sopra, e prendi nota di quelle a cui non hai saputo dare risposta. E decidi, ora, che cosa farai al riguardo. Esci e compra un libro, attaccati a Google e cerca un corso che ti interessa, chiama qualcuno e organizza un pranzo per parlare di cose nuove e diverse. Quello che conta è l’atteggiamento mentale, quello che conta sei tu e il modo in cui ti comporti.
A presto!

giovedì 17 aprile 2014

GENERARE



"Bisogna avere un caos dentro di sè per generare una stella danzante"

(F. Nietsche)



"Il sonno della ragione genera mostri"

(F. Goya)






Tu da che parte stai?










mercoledì 20 novembre 2013

Simone Weil a Joë Bousquet

Si è attenti all'altro specialmente (o solo, pare dirci la Weil) quando si è stati oggetto di attenzione in un momento di sofferenza. 
Quindi si impara a essere attenti all'altro da noi attraverso l'esperienza.

Quanto ci fa piacere che qualcuno ci chieda, con sincero interesse, "Come stai?"

Lo spunto è all'approfondimento della esperienza intellettuale e umana di Simone Weil, complessa figura femminile del Novecento.



venerdì 15 novembre 2013

Un fiume in piena




Laudato sie, mi Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile, et umile, et pretiosa et casta.

San Francesco 

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare, al bel fianco, colonna;
erba e fior, che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;

F. Petrarca

acqua che odo,
acqua che lodo,
acqua che squilli,
acqua che brilli,
acqua che canti e piangi,
acqua che ridi e muggi,
tu sei la vita e sempre
e sempre fuggi.

G. d'Annunzio


(continuo? con le poesie, intendo...
quanto al resto, non c'è proprio più niente da aggiungere.
ci devono togliere tutto, sino all'ultima goccia).





lunedì 14 ottobre 2013

Sulla storia poche storie




Ogni volta che mi trovo ad introdurre il programma di storia in una classe prima, pongo la stessa domanda: 

Perché studiamo la storia?

 La risposta che ottengo è sempre la stessa, immediata, forse anche spontanea perché sentita tante volte, ma pur sempre piuttosto retorica:

Per imparare dal passato e non ripetere nel futuro errori già compiuti in altre epoche”.


Ma alla mia domanda successiva: 


Ma è proprio vero che l’uomo impara dal passato? 

quasi sempre arriviamo alla conclusione che purtroppo non è così. 

Eppure, io ribadisco, studiare la storia è fondamentale, perché come scrive Polibio (storico di lingua greca del II secolo prima di Cristo), lo studio della storia pragmatikè (cioè delle cose che gli uomini hanno fatto; insomma la storia politica) è kallìste paidèia (= ottima formazione per un essere umano).

Studiare la storia, dunque, serve a migliorare la nostra vita, serve a renderci migliori. Nella tesi di Polibio, però, sono contenuti, come dati di fondo, alcuni principi senza i quali la tesi stessa crolla. 
Anzitutto l’autore, come tutti gli antichi greci, dà per scontato che ogni essere umano voglia migliorarsi; in secondo luogo che la paidèia sia appunto non un accumulo di conoscenza ma un processo formativo inteso a migliorare gli uomini; infine che trarre insegnamenti dai propri errori si può ma è molto faticoso e in ogni caso i nostri errori possono essere molto pericolosi per noi, perciò è preferibile trarre insegnamenti dagli errori che sono stati fatti da altri prima di noi.
Se, però, crediamo che il passato non ci riguardi o se crediamo che la kallìste paidèiasia non quella che ci aiuta a migliorare ma quella che mi insegna ad avere il successo materiale qui ed ora, allora la storia si riduce ad una materia scolastica che si studia, quando si studia, solo per avere un voto sulla pagella tra gli altri voti. 

Ancora una domanda, a dire il vero la più frequente obiezione che viene posta da studenti giovani: 

Perché dobbiamo perdere tempo con i Greci, i Longobardi e i Normanni e non studiamo la storia del Novecento, di questi ultimi anni? Quando ascoltiamo il telegiornale non capiamo niente!” 

L’obiezione è interessante.


Il programma di storia del biennio della scuola superiore prevede lo studio delle antiche civiltà dalla Preistoria  al XIV secolo (sic!).
Come insegnante  mi trovo quindi ad affrontare non solo questo immenso programma, da svolgere in pochissime ore settimanali, ma anche la obiezione di cui sopra.


La storia antica è, tranne rarissime eccezioni, la più lontana dalla sensibilità e dagli interessi dei giovani, eppure è importante comprendere che, per capire la storia recente, bisogna partire dall’inizio, dalle origini; studiare il XX secolo senza aver affrontato le antiche civiltà sarebbe come pretendere di costruire una casa partendo dal terzo piano, ignorando le fondamenta e i piani inferiori.



Le civiltà antiche hanno posto le basi sociali, politiche ed economiche del mondo di oggi, e termini nati nell’antica Atene o nella Roma repubblicana fanno ancora parte del nostro linguaggio quotidiano.C'è da stupirsi, allora, quando si scopre che tanti problemi di cui ogni giorno sentiamo parlare in tv hanno in realtà origini antichissime: dal conflitto arabo-israeliano alla crisi economica del meridione d’Italia.

Mi piace concludere questo pensiero riportando lo stralcio di una lettera inviata da Antonio Gramsci (spunto di ricerca) al figlio Delio:


Carissimo Delio, 
mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?
Ti abbraccio.
Antonio



domenica 13 ottobre 2013

Scrivi e riscrivi: troverai una voce


Scrivere ci concede un lusso che manca alla conversazione: possiamo tornare indietro a riformulare le nostre frasi, facendo attenzione alla sintassi e alla sensualità del testo. 

Una cosa impossibile quando ci esprimiamo in maniera estemporanea – parlando o scrivendo. 

Paradossalmente, quando la riscrittura funziona, la prosa suona naturale, come l’eco delle nostre vere voci.

mercoledì 9 ottobre 2013

Gli altri siamo (siamo stati e saremo) noi






«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali»


Ottobre 1919. Dalla relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani.



venerdì 4 ottobre 2013

Non facciamo la fine di Renzo!

Di Renzo alle prese con il latinorum di don Abbondio!

Le parole sono importanti! E bisogna conoscerne tante, e i loro significati, per capire, per difendersi, per ribattere.

Scrive Erri de Luca, commentando la strage di immigrati di ieri e, in generale, l'atteggiamento di chiusura verso l'altro di molti nostri concittadini:


Stamattina ho letto con soddisfazione di cittadino italiano la piccola notizia che la Federazione di Hockey su Prato tessera come atleti italiani gli immigrati nati sul nostro suolo. Applicano così all'aria aperta e sull'erba il diritto naturale di essere cittadini del luogo in cui si nasce.


Da noi questa evidenza non si ammette e l'argomento si ammanta della nebbiosa formula latina: ius soli. In questo caso non importiamo termini anglosassoni, i preferiti dal linguaggio degli economisti e dei pubblicitari.
In questo caso non parliamo di birthright citizenship, cittadinanza per diritto di nascita. Non lo facciamo perché in quella lingua è norma applicata automaticamente a chi nasce sul territorio, per esempio americano, navi e aerei compresi.




Il latino allontana.




[...] Se alla peggiore Italia possibile disturba tanto il diritto di cittadinanza per nascita, l'accoglienza ai profughi, suggerisco di prendere esempio dalla Federazione di Hockey su Prato. Invece che profughi, immigrati, richiedenti asilo, siano dichiarati atleti. Perché lo sono: hanno superato di corsa ogni ostacolo, saltatori in lungo e in largo tra le macerie delle loro case, schivatori di proiettili, lanciatori di fagotti al volo su mezzi di fortuna, di figli da una casa in fiamme, maratoneti di deserti, tuffatori di naufragi, scalatori di gabbie di tonni, olimpionici della resistenza a tutte le intemperie, le nostre comprese.
Abbiamo amato Chaplin e Chisciotte, i viaggi di Enea, Sindbad, Ulisse, cosa ci trattiene dall'accogliere a riva con la fanfara e il pane i loro nipotini eroici e desolati?


Consilia salutaria

Ti hanno detto che il latino è difficile? Prova così. 📜 Piccole vignette illustrate, frasi semplicissime e consigli sempre attuali... tutti...