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mercoledì 17 settembre 2025

Il colombre - Dino Buzzati





Quando Stefano Roí compí i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo.

«Quando sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora piu’ belle e grandi della tua. »
« Che Dio ti benedica, figliolo » rispose il padre. 
E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé. Era una giornata splendida di sole; e il mare era tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. 
Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura,aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. 
Il padre, non vedendo Stefano piú in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo.
« Stefano, che cosa fai lí impalato? » gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde.
« Papà, vieni qui a vedere. » Il padre venne e guardò anche lui nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscí a vedere niente.
« C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia » disse « e che ci viene dietro. »
« Nonostante i miei quarant’anni » disse il padre « credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente».
Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire.
« Cos’è? Perché fai quella faccia? »
« Oh, non ti avessi ascoltato » esclamò il capitano. « Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. E’ il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. E’ uno squalo tremendo e misterioso, piú astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue. »
« Non è una favola? »
«No. Io non l’avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l’ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e si chiude, quei denti terribili. Stefano, non c’è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e finché tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra,tu sbarcherai e non ti staccherai mai piú dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna.» 
Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, col pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartí senza di lui.
Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l’ultimo picco dell’alberatura sprofondò dietro l’orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscí a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il “suo” colombre, che incrociava lentamente su e giú, ostinato ad aspettarlo. Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell’interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò piú al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa. appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l’estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all’assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell’aperto mare, il sinistro pesce andava su e giú, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall’acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Cosí, l’idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sí, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel piú remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare piú vicino, con l’inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato.
Stefano, ch’era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e rimunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, eppure il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi piú insistente.
Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora piú grande è l’attrazione dell’abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall’impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L’avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia.
E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.
« Non vedete niente da quella parte? » chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia. 
« No, noi non vediamo proprio niente. Perché? » 
« Non so. Mi pareva… »
« Non avrai mica visto per caso un colombre » facevano quelli, ridendo e toccando ferro.
« Perché ridete? Perché toccate ferro? »
« Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto». 
Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentí padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre piú ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall’animo quel continuo assillo; né mai, d’altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all’altro.
Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma piú grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell’abisso. 
E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo dei porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L’altro, sull’onore, promise.
Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant’anni, inutilmente.
« Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo » disse « con una fedeltà che neppure il piú nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo».
Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi sali, dopo essersi fatto dare un arpione. 
« Ora gli vado incontro » annunciò. « E’ giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze». A colpi di remi, si allontanò da bordo. 
Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiú, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte. C’era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All’improvviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca.
« Eccomi a te, finalmente » disse Stefano. « Adesso, a noi due! » E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l’arpione per colpire.
« Uh » mugolò con voce supplichevole il colombre « che lunga strada per trovarti. Anch’io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente. » 
« Perché? » fece Stefano, punto sul vivo. 
« Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l’incarico di consegnarti questo». E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente.
Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi.
« Ahimè! » disse scuotendo tristemente il capo. «Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.»
« Addio, pover’uomo » rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre.
Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo. 
Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.




Questionario di comprensione 

1. Comprensione del testo

  1. Chi è Stefano Roi e cosa chiede come regalo per i suoi dodici anni?

  2. Che cos’è il colombre? Chi riesce a vederlo e chi no?

  3. Come reagisce il padre di Stefano quando capisce che il figlio è stato scelto dal colombre?

  4. In che modo Stefano trascorre la sua vita dopo aver scoperto l’esistenza del colombre?

  5. Quale rivelazione fa il colombre a Stefano alla fine del racconto?

  6. Che cosa rappresenta la “Perla del Mare” e che significato ha la sua consegna tardiva?

2. Analisi e interpretazione

  1. Il padre di Stefano, per proteggerlo, gli impedisce di andare per mare: secondo te la sua scelta è giusta? Perché?

  2. Perché Stefano, pur sapendo del colombre, non riesce a rinunciare al mare?

  3. Il colombre appare come una creatura spaventosa, ma alla fine si rivela diverso da ciò che sembrava. Che valore simbolico può avere questa trasformazione?

  4. Qual è, secondo te, il messaggio principale della storia?

3. Riflessione personale

  1. Ti è mai capitato di temere qualcosa che poi si è rivelato innocuo o addirittura positivo? Racconta brevemente.

  2. Se tu fossi stato al posto di Stefano, avresti affrontato prima il colombre o avresti fatto come lui, fuggendo per tutta la vita? Motiva la tua risposta.




libri




sabato 27 settembre 2014

Cinque maggio - di Alessandro Manzoni

Comprensione

1)      Qual è la reazione del poeta all’annuncio della morte di Napoleone? Quali le reazioni della società?
2)      Da che cosa è stata caratterizzata la vita di Napoleone?
3)      Quali sentimenti prova l’imperatore durante il suo esilio a Sant’Elena?
4)      Qual è il suo rapporto con la fede nell’ultimo periodo di vita?

Competenza metrica

5)      Che tipo di versi costituiscono quest’ode manzoniana?
6)      Che cos’è un’ode?
7)      Individua tutti i versi tronchi presenti nel componimento e spiega perché si chiamano così.

Interpretazione

8)      L’ode è contrassegnata da una costante oscillazione fra i poli del dinamismo e della staticità. Esamina il componimento dal punto di vista lessicale e disponi su due colonne le parole che comunicano sensazioni di movimento e quelle che comunicano sensazioni di immobilità. Indica, quindi, per ciascuna parola trovata a quale situazione si riferisce.
9)      Nel testo ricorre per quattro volte il pronome ei riferito a Napoleone. Descrivi brevemente le diverse situazioni della vita di Napoleone a cui di volta in volta esso viene riferito.

Produzione

10)  Dopo avere letto l’ode ed esserti documentato su Napoleone, ti sarai fatto un’idea del carattere del personaggio e delle sue reazioni di fronte agli eventi. Prova allora  a tracciare un ritratto psicologico dal momento dell’ascesa a quello della sconfitta. Potrà esserti utile anche osservare qualche ritratto di Napoleone dal quale potrai trarre spunto per arricchire il profilo con delle notazioni di tipo fisiognomico.

Napoleone valica
il San Bernardo
(J. L. David, 1800)



mercoledì 17 settembre 2014

Lo specchio magico - Michel Tournier


C’era una volta un califfo di Ispahan che dopo vent’anni di felicità coniugale s’andava tristemente disamorando della regina. Col cuore in pezzi, la vedeva perdere di giorno in giorno il fascino che aveva conservato tanto a lungo. Il viso della regina stava diventando scialbo, appariva grigio, cupo e mesto. Gli angoli delle labbra mostravano una piega amara e delle rughe violacee le appesantivano lo sguardo spento. Pareva soprattutto che avesse rinunciato a sedurre e che deliberatamente venisse meno al dovere di essere bella a cui ogni donna, e una regina più d’ogni altra, è tenuta.
Così, il califfo si stava allontanando da lei. Tutti i pretesti erano buoni per andarsene in guerra, a caccia o in missione diplomatica. Anche il suo interesse verso le damigelle di corte appariva sempre più insistente.
Un giorno però, uscendo dalle sue stanze per andare nella sala del Consiglio, gli accadde di passare dietro alla regina che s’acconciava la capigliatura davanti a uno specchietto. Guardò di sfuggita nello specchio e si fermò sbalordito. Il viso che vi aveva appena scorto risplendeva di radiosa bellezza. Quegli occhi brillavano di gioia. Gli angoli delle labbra si rialzavano in un sorriso pieno di gaia ironia. Colto da stupore, il califfo restò fermo, e, poggiando le mani sulle spalle della regina, la fece voltare verso di lui. Che mistero! Il viso che adesso stava fissando era, come al solito, grigio, cupo e mesto. Gli angoli delle labbra ricadevano in una piega amara. Delle rughe violacee le appesantivano lo sguardo spento. Il califfo alzò le spalle e si recò al Consiglio.
Tuttavia la fugace illuminazione che aveva colto al mattino seguitava a occupare la sua mente. Cosicché l’indomani fece in modo che si ripetesse la scena del giorno prima. Mentre la regina stava di fronte al suo specchietto, le passò dietro osservandone la sua immagine riflessa. Il miracolo si ripeté: vi si rifletteva una donna che risplendeva di gioia. Di nuovo il califfo la fece voltare verso di lui. Di nuovo, il volto che scoprì era solo una maschera di lutto e malinconia. S’allontanò ancora più inquieto del giorno prima.
La sera, si recò presso il saggio Ibn Al Houdaïda. Era un vecchio infarcito di filosofia che un tempo era stato suo precettore e che non dimenticava mai di consultare nei casi difficili. Gli raccontò del disamore che si stava instaurando tra lui e la regina, del velo di infelicità che abitualmente le copriva il volto, ma anche della scoperta di una donna trasfigurata nel piccolo specchio, come per due volte aveva constatato, e gli raccontò pure della sua delusione quando poi l’aveva guardata dritto in volto.
Ibn Al Houdaïda meditò a lungo in seguito a questo racconto. Lui che viveva da tanto tempo senza moglie e senza specchio, cosa ne poteva capire? Interrogò il suo discepolo d’un tempo.
-  Cosa vedevi esattamente, nello specchio che osservavi da sopra la spalla della regina?
-  Ve l’ho già detto – rispose il califfo – vedevo la regina radiosa di bellezza.
Il saggio seguitò a riflettere.
-         Ricordati bene. Davvero vedevi soltanto il volto della regina?
-         Sì, insomma…credo. Forse vedevo anche il muro della stanza, o una parte del soffitto.
-         Domani mattina riprova di nuovo e guarda meglio – gli ordinò Ibn Al Houdaïda.
L’indomani sera, il califfo si presentava di nuovo a casa sua.
-         Allora? – gli chiese il saggio. – Che hai visto nello specchio, oltre alla regina trasfigurata?
-         Ho scoperto la mia testa in secondo piano e un po’ sfocata nella penombra – rispose il califfo.
-         Ebbene, - disse il saggio – ecco la chiave del mistero! Quando affronti la regina di fronte, con durezza, senza amore, come un giudice, quando la squadri come se volessi contare le sue rughe o i suoi capelli grigi, allora la getti in una solitudine che l’addolora e l’imbruttisce. Invece, quando il tuo viso è accanto al suo essa irradia bellezza e gioia. Ti ama, ecco, e si illumina solo quando le vostre due teste sono unite nella stessa cornice con lo sguardo rivolto allo stesso paesaggio, allo stesso avvenire, proprio come su un ritratto di nozze.

)


1   Individua nel racconto i personaggi principali:

1……………………………………………
2……………………………………………
3……………………………………………


2   Tra i personaggi, possiamo includere anche un oggetto, che riveste una funzione importante. Questo oggetto è:
r    Lo specchio
r    La maschera
r    Le labbra


3   Il racconto si svolge:
r    In un paese d’Europa
r    Nel favoloso Oriente
r    In America


4   L’epoca in cui si svolgono i fatti è:
r    Un’epoca non definita del passato
r    Un’epoca  definita del passato
r    L’epoca di oggi


5  Riprendi ora  il testo del racconto e rispondi: qual è il soggetto della frase : “ Pareva soprattutto che avesse rinunciato a sedurre….”
r    La regina
r    Il califfo
r    Il vecchio saggio
  
6   Cosa vuol dire esattamente  l’aggettivo “scialbo” ?
r    Senza amore
r    Insignificante
r    Senza forza


7   Cosa significa  “sguardo spento” ?
r    Sguardo rabbioso
r    Sguardo allegro
r    Sguardo triste


8   Cosa significa  “lutto” ?
r    Dolore per la perdita di una persona cara
r    Festa segnata sul calendario
r    Lieto evento, ad esempio una nascita


9   Cosa significa  “deliberatamente” ?
r    Di proposito
r    Con calma
r    Con tristezza

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10   Cosa significa  “fugace” ?
r    Duraturo, che dura a lungo
r    Fisso
r    Momentaneo, fuggevole

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11   Cosa significa esattamente l’espressione “il viso risplendeva di radiosa bellezza”?
r    Il viso era molto triste e malinconico
r    Il viso era raggiante di felicità
r    Il viso era illuminato da una lampada


12   Cosa significa esattamente l’espressione “era un vecchio infarcito di filosofia”?
r    Era un vecchio molto saggio e molto istruito
r    Era un vecchio a cui piaceva molto mangiare
r    Era un vecchio molto solo e triste


13   Cosa significa esattamente l’espressione “si andava tristemente disamorando della regina”?
r    Si era innamorato di nuovo della regina
r    Aveva smesso di amare la regina
r    Aveva lasciato la regina per un’altra donna più giovane

14   Cosa significa esattamente l’espressione “trasfigurata nel piccolo specchio”?
r    Imbruttita dallo specchio
r    Invecchiata dallo specchio
r    Riflessa con un’immagine più bella di quella reale

15   Cosa significa esattamente l’espressione “ecco la chiave del mistero”?
r    Questa è la spiegazione del problema
r    Questa è la chiave che apre il passaggio segreto
r    Questo è il lieto fine della storia

16   Dividi in sequenze e indica la tipologia di ciascuna di esse.


Alessandro Manzoni . Marzo 1821 - Questionario





COMPRENSIONE:



  1. Questa ode civile di Manzoni fu scritta in occasione di un evento storico: quale?
  2. Che cosa conosci dell'itinerario storico di questo testo? Quando venne pubblicato e quando l'autore diede il suo consenso affinchè venisse offerto in lettura al pubblico?

ANALISI:

  1. Dalla dedica al poeta soldato Teodoro Koerner si comprende l'ampia visione del concetto di libertà del poeta. Sapresti spiegare perchè?
  2. Quali sono gli elementi che indicano l'unità di una nazione secondo Manzoni? Rispondi facendo riferimento ai versi.
  3. In quali versi il poeta esprime in modo più esplicito l'amore per l'Italia?
  4. A chi si rivolge il poeta nei vv. 81-84? Che cosa intende dire?
  5. In quale momento i "figli" d'Italia riacquistano la forza e la capacità di liberarsi dalla dominazione straniera?
  6. Il poeta ti sembra animato da odio nei confronti dei dominatori stranieri? Individua nell'ode la motivazione della tua risposta.
  7. Di cosa è simbolo la bandiera tricolore?
  8. Che ruolo ha Dio nella storia dei popoli?

RIFLESSIONE SULLA LINGUA:

  1. Nell'ode hai trovato parole difficili, letterarie? Se sì, riportane qualche esempio.
  2. Nell'espressione "Spiega l'ugne" (v. 72) compare una figura retorica. Quale?
  3. L'Italia viene definita nell'ode una madre per gli Italiani, che sono perciò suoi "figli". Di quale figura retorica si tratta?
  4. Chi sarà lontano dall’Italia nel giorno della sua liberazione viene paragonato nell’ode a «un uomo straniero» (v. 100). Che cosa intende dire il poeta utilizzando questa similitudine?

LA TECNICA POETICA:


  1. Di quanti versi è composta ogni strofa dell’ode?
  2. Da quante sillabe sono composti i singoli versi?
  3. Quali sono i versi che rimano tra loro in ciascuna strofa? 
  4. In ogni strofa ci sono due versi tronchi: indica quelli presenti nelle prime tre strofe.
  5. Come definiresti il ritmo delle strofe? 
  • pacato
  • martellante
  • concitato

PRODUZIONE

Quali riflessioni ha suscitato in te la lettura di quest’ode, nella quale per la prima volta
nella nostra storia letteraria viene definito con chiarezza il concetto di nazione? Quali
strofe hanno colpito maggiormente la tua sensibilità?

Consilia salutaria

Ti hanno detto che il latino è difficile? Prova così. 📜 Piccole vignette illustrate, frasi semplicissime e consigli sempre attuali... tutti...