Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

martedì 28 gennaio 2014

Plinio il Vecchio - Sulla fragilità dell'uomo

Naturalis Historia Libri XXXVII
Gaius Plinius Secundus – Plinius Maior
Liber VII
introductio

[1] Mundus et in eo terrae, gentes, maria, flumina insignia, insulae, urbes ad hunc modum se habent, animantium in eodem natura nullius prope partis contemplatione minore, si quidem omnia exsequi humana animus queat.
Principium iure tribuetur homini, cuius causa videtur cuncta alia genuisse natura, magna, saeva mercede contra tanta sua munera, ut non sit satis aestimare, parens melior homini an tristior noverca fuerit.
[2] Ante omnia unum animantium cunctorum alienis velat opibus. Ceteris varie tegimenta tribuit, testas, cortices, coria, spinas, villos, saetas, pilos, plumam, pinnas, squamas, vellera; truncos etiam arboresque cortice, interdum gemino, a frigoribus et calore tutata est: hominem tantum nudum et in nuda humo natali die abicit ad vagitus statim et ploratum, nullumque tot animalium aliud ad lacrimas, et has protinus vitae principio; at Hercule risus praecox ille et celerrimus ante XL diem nulli datur.
[3] Ab hoc lucis rudimento quae ne feras quidem inter nos genitas vincula excipiunt et omnium membrorum nexus; itaque feliciter natus iacet manibus pedibusque devinctis, flens animal ceteris imperaturum, et a suppliciis vitam auspicatur unam tantum ob culpam, qua natum est. Heu dementia ab his initiis existimantium ad superbiam se genitos!
[4] Prima roboris spes primumque temporis munus quadripedi similem facit. Quando homini incessus? Quando vox? Quando firmum cibis os? Quam diu palpitans vertex, summae inter cuncta animalia inbecillitatis iudicium! Iam morbi totque medicinae contra mala excogitatae, et hae quoque subinde novitatibus victae! Et cetera sentire naturam suam, alia pernicitatem usurpare, alia praepetes volatus, alia nare: hominem nihil scire, nihil sine doctrina, non fari, non ingredi, non vesci, breviterque non aliud naturae sponte quam flere! Itaque multi extitere qui non nasci optimum censerent aut quam ocissime aboleri.
[5] Uni animantium luctus est datus, uni luxuria et quidem innumerabilibus modis ac per singula membra, uni ambitio, uni avaritia, uni inmensa vivendi cupido, uni superstitio, uni sepulturae cura atque etiam post se de futuro. Nulli vita fragilior, nulli rerum omnium libido maior, nulli pavor confusior, nulli rabies acrior. Denique cetera animantia in suo genere probe degunt. Congregari videmus et stare contra dissimilia: leonum feritas inter se non dimicat, serpentium morsus non petit serpentes, ne maris quidem beluae ac pisces nisi in diversa genera saeviunt. At Hercule homini plurima ex homine sunt mala.

Storia Naturale – Libri XXXVII
Gaio Plinio Secondo – Plinio il Vecchio
Libro VII
introduzione

[1] Così come l’ho descritta si presenta la situazione del mondo, con le sue terre, le popolazioni, i mari, i fiumi importanti, le isole, le città. Ma degna di non minore considerazione sarebbe la natura degli esseri viventi che lo popolano, se solo l’umana intelligenza fosse in grado di comprenderne tutti gli aspetti.
Cominceremo a buon diritto dall’uomo, a motivo del quale sembra che la natura abbia generato tutto il resto, sebbene abbia preteso in cambio di così grandi doni un prezzo alto e crudele, fino al punto da rendere impossibile affermare con certezza se essa sia stata per l’uomo più una buona madre oppure una crudele matrigna.
[2] In primo luogo perché lo costringe, unico fra tutti i viventi, a procacciarsi all’esterno i suoi vestimenti. Agli altri la natura fornisce in vario modo qualcosa che li copra: gusci, cortecce, pelli, spine, peli, setole, piume, penne, squame, velli; anche i tronchi degli alberi protegge dal freddo e dal caldo con uno e talvolta due strati di corteccia. L’uomo soltanto essa getta nudo sulla nuda terra il giorno della sua nascita, abbandonandolo sin dal principio ai vagiti e al pianto e, come nessun altro fra i tanti esseri viventi, sin dal primo istante della propria esistenza, alle lacrime: il riso, invece, per Ercole, anche quando è precoce e più rapido che s’immagini, a nessuno è concesso prima del quarantesimo giorno.
[3] Subito dopo la sua venuta alla luce, l’uomo è come impedito da ceppi e da legami in tutte le membra, quali non si concepiscono neppure per le bestie generate in ambito domestico. Così, una volta che sia felicemente nato, giace piangente a terra con le mani e i piedi legati; così, proprio lui che si direbbe destinato a regnare su tutte le altre creature, inaugura la sua vita fra i tormenti, colpevole solo d’essere nato. Ahimé, che insensatezza, dopo siffati inizi, ritenersi destinati ad imprese superbe!
[4] Il primo barlume di vigore, il primo dono che il tempo gli concede lo rendono simile a un quadrupede. Quando comincerà a camminare e a parlare come un uomo? Quando la sua bocca sarà in grado di masticare il cibo? Quanto a lungo la sommità della sua testa resterà molle, segno questo della massima debolezza fra tutti gli esseri che vivono! E poi le malattie, e le tante medicine escogitate contro i mali, ma anche queste vinte ben presto da nuovi mali! E ogni altro essere esprime subito la propria natura: chi impara a correre velocemente, chi a volare con celerità, chi a nuotare. L’uomo invece non sa nulla, e nulla sa fare che non gli venga insegnato: non sa parlare, né camminare, né mangiare; per natura, insomma, null’altro sa fare che piangere! Perciò molti hanno ritenuto che la cosa migliore fosse non nascere, oppure al più presto morire.
[5] Solo all’uomo è stato dato, fra tutti gli esseri viventi, il pianto; a lui solo il piacere, che si manifesta in infiniti modi e nelle forme che sono proprie alle singole parti del corpo; solo a lui è stata data l’ambizione, l’avidità, uno smisurato desiderio di vivere, la superstizione, la preoccupazione della sepoltura e quella perfino di ciò che di lui sarà dopo la morte. Nessuno ha una vita più precaria, né maggiore brama di ogni cosa; nessuno è preda di angosce più disordinate, né di più violento furore. In definitiva, gli altri animali vivono bene tra i propri simili. Li vediamo aggregarsi e opporre resistenza contro specie diverse dalla loro; ma i leoni non sono spinti dalla loro ferocia a combattere contro altri leoni, il morso dei serpenti non minaccia gli altri serpenti, e neppure i mostri marini e i pesci incrudeliscono se non contro specie dissimili. All’uomo invece, per Ercole, la maggior parte dei mali è causata da un altro uomo.


E' questa una delle pagine più sentite della Naturalis historia. In essa Plinio constata amaramente come l'uomo sia in definitiva l'essere più fragile della natura, a tal punto che, quando nasce, è il solo a non poter usufruire di rivestimento alcuno: tutti gli animali e le piante, infatti, vengono protetti alla nascita, chi dal guscio, chi dalle spine, chi dalle piume, chi dalle squame e così via, ma solo l'uomo nasce nudo e indifeso. 
Allora egli farebbe bene a non sentirsi superbo e a prendere coscienza della propria fragilità di fronte a una natura che appare matrigna anzichè madre. 
Si tratta, come è facile vedere, di una problematica affrontata anche dal Leopardi, soprattutto nell'ultima sua produzione e nella Ginestra in particolare.
Anche l'immagine del pianto del neonato, del resto, in Nat. Hist. V, 195-235 non può non far ripensare alla strofe del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
Una traccia dell'epicureismo pliniano è invece nella coscienza della precarietà che dovrebbe indurre gli esseri umani a stringere rapporti di benevolenza e solidarietà reciproca. 
In Nat. Hist. II, 18 si legge che "essere dio è, per un mortale, aiutare un mortale: ecco la via verso la gloria eterna".

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