domenica 8 febbraio 2026

Non è solo un viaggio: Cinque verità che scuotono il cuore dalla storia di Enaiatollah Akbari

 

Vi siete mai chiesti perché un libro che racconta l’odissea di un bambino in fuga si intitoli Nel mare ci sono i coccodrilli? La risposta non risiede in un trattato di zoologia, ma nel terrore primordiale di chi, non sapendo nuotare, guarda l'abisso e vi proietta i propri mostri. La storia vera di Enaiatollah Akbari, raccolta dalla penna sensibile di Fabio Geda, non è però solo la cronaca di una migrazione; è un saggio vivente sulla resilienza umana che inizia con un paradosso d’amore: una madre che abbandona il proprio figlio di dieci anni in terra straniera per garantirgli il diritto di esistere.

Nelle pagine del libro, il dialogo tra l’autore e il protagonista ci restituisce non solo i fatti, ma il respiro di un’anima che cresce tra i confini. Ecco cinque verità fondamentali che emergono dal viaggio di Enaiatollah e che ci obbligano a riconsiderare il significato di dignità e identità.

L'etica non va in vacanza, nemmeno all'inferno

Il viaggio di Enaiat inizia a Quetta, in Pakistan, all'interno di un samavat. Non chiamatelo hotel: come spiega Enaiat a Fabio Geda, il samavat Qgazi era un "magazzino di corpi e anime", un deposito di esseri umani in attesa di essere impacchettati e spediti verso un altrove incerto. È qui che, prima di scomparire nel nulla per tornare dagli altri figli, la madre gli impone tre promesse. In un mondo dove la sopravvivenza sembrerebbe giustificare ogni bassezza, queste regole diventano la sua unica, infrangibile bussola morale.

"Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiat jan, per nessun motivo. La prima è usare le droghe... La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti... promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra e neppure intorno a un mestolo di legno per il qhorma palaw, se quel mestolo di legno serve a ferire un uomo. La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no."

L'inserimento del "mestolo di legno" eleva l'etica di Enaiat dalla semplice legalità a una profonda filosofia della non-violenza: non si offende l'altro nemmeno con l'utensile più quotidiano e domestico.

La "carota" dell'asino ovvero la forza del desiderio

La madre di Enaiat gli consegna un segreto psicologico potente: un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, proprio come un asino segue una carota. Ma c'è un dettaglio tecnico fondamentale: questo desiderio va tenuto "a una spanna dalla fronte".

Non si tratta di sogni astratti, ma di una tensione costante verso il futuro. Se il desiderio è troppo lontano, ci si arrende; se è troppo vicino, si smette di camminare. Tenerlo a quella precisa distanza è ciò che permette a Enaiat di rialzarsi dopo i lavori massacranti nelle fabbriche di pietre a Qom o nei cantieri di Esfahan. In questa prospettiva, il desiderio supera la mera necessità di sopravvivenza e diventa un atto di affermazione della propria dignità: non si scappa solo da qualcosa, si corre verso qualcuno che vogliamo diventare.

Afghan ≠ Taleban: la distinzione che dimentichiamo

Uno dei contributi più preziosi del racconto di Enaiat è la decostruzione del pregiudizio che sovrappone il popolo afghano (e la minoranza Hazara in particolare) ai suoi persecutori. Enaiat ricorda con precisione chirurgica il giorno in cui i talebani chiusero la sua scuola a Nava, uccidendo il maestro davanti agli alunni con un secco: "La scuola non è fatta per gli Hazara".

L'identità talebana descritta da Enaiat è un'entità transnazionale fondata sul vuoto culturale:

  • La molteplicità di nazionalità: I talebani incontrati durante le razzie provenivano da Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Spesso non parlavano nemmeno la stessa lingua.
  • L'arma dell'ignoranza: Il divieto di studiare non è un precetto religioso, ma una strategia politica. I talebani temono lo studio perché sanno che una mente istruita capirebbe che le loro azioni non sono fatte in nome di Dio, ma per meschini interessi di potere.

L'assurdità del "tempo relativo" nei confini

Per chi vive in clandestinità, il tempo non si misura in ore, ma in sofferenza fisica e incertezza. I trafficanti vendono "viaggi di tre giorni" che si trasformano in odissee di mesi. La percezione del tempo si distorce violentemente:

  • Il trauma fisico: Durante il passaggio verso la Turchia, Enaiat trascorre tre giorni e tre notti nel doppio fondo di un camion, in uno spazio di 50 centimetri, schiacciato tra pietre e ghiaia. La brutalità del viaggio è riassunta in un'immagine viscerale: Enaiat racconta di essere uscito da quel loculo "pisciando sangue" per settimane, a causa delle vibrazioni e della compressione interna.
  • Il valore del primo orologio: Enaiat compra il suo primo orologio a Qom, con i risparmi di mesi di fatica. È un oggetto di gomma e metallo che purifica sfregandolo contro le mura di un santuario. Quell'orologio non serve a guardare l'ora, ma a "possedere" finalmente il proprio tempo dopo anni in cui esso era appartenuto ai padroni o ai trafficanti. Quando un poliziotto corrotto glielo ruberà a un posto di blocco, colpendolo con uno schiaffo, Enaiat non piangerà l'oggetto, ma il simbolo della sua dignità appena ritrovata.

Il paradosso della sopravvivenza: mentire per sperare

Nonostante le promesse materne sull'onestà, la realtà del confine impone a Enaiat quello che possiamo definire un "bluff vitale". Per ottenere un posto sul gommone verso la Grecia, Enaiat dichiara ai compagni di viaggio di conoscere l'inglese, sostenendo di poter fungere da interprete con le autorità.

In realtà, l'unica parola che conosce davvero è "House" (casa). Questa piccola bugia non è un tradimento dell'etica, ma la manifestazione suprema dell'ingegno e della resilienza. Enaiat trasforma una fragilità in una risorsa, usando la parola "casa" non solo come vocabolario, ma come destinazione dell'anima. È la capacità di creare un'opportunità dal nulla, unendo il destino di cinque ragazzi attorno a una parola che è, al tempo stesso, una menzogna tecnica e una verità esistenziale.

Una domanda per il lettore

La storia di Enaiatollah Akbari ci invita a guardare le rotte migratorie non come flussi statistici, ma come la somma di singoli battiti cardiaci. Come ricorda la riflessione finale del libro, "l'emigrazione nasce dal bisogno di respirare". È un atto vitale, necessario come l'ossigeno, che spinge una madre a consegnare il figlio al destino pur di sottrarlo alla cenere di una vita senza scuola e senza libertà.

Oggi Enaiat ha trovato il suo respiro in Italia, trasformando la sua fuga in cittadinanza. Resta a noi una domanda che scuote il privilegio della nostra stabilità: in un mondo dove l'identità è spesso un dato burocratico garantito, qual è la nostra "carota"? Qual è quel desiderio che teniamo a una spanna dalla fronte e che ci dà la forza, ogni mattina, di rialzarci e restare umani?


Nel mare ci sono i coccodrilli

di Fabio Geda





PARLA CON ENAIATOLLAH


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Non è solo un viaggio: Cinque verità che scuotono il cuore dalla storia di Enaiatollah Akbari

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