domenica 8 febbraio 2026

Vittorio Alfieri: Il primo "Misfit" della letteratura che voleva cambiare il mondo (e se stesso)

 



1. Introduzione: Ti sei mai sentito nel posto sbagliato nel momento sbagliato?

Hai presente quel senso di soffocamento quando ti accorgi che il sistema intorno a te è mediocre, lento e terribilmente noioso? Quella voglia di mandare tutto all’aria perché ti senti un "misfit", un errore nel codice di un’epoca che non ti somiglia? Vittorio Alfieri non è il solito busto di marmo che fissa il vuoto nei corridoi del tuo liceo. È stato un ribelle punk con sangue blu, un giovane nobile che ha vissuto quelli che lui definiva "nove anni di vegetazione" e si è sentito un "asino tra gli asini" nell'Accademia di Torino. Alfieri non si è limitato a subire il suo disagio esistenziale: lo ha trasformato in un manifesto di rivolta, diventando l’icona di chi preferisce il conflitto totale alla pacifica mediocrità.
2. Tra Lumi e Tempesta: Un piede nel Settecento, il cuore nel Romanticismo
Alfieri respira l’aria dell’Illuminismo, ma ne rifiuta la fredda razionalità da salotto. Se da un lato assorbe dai filosofi francesi l’odio viscerale per l'ingiustizia, dall'altro lo brucia nel fuoco del "forte sentire", quella passione sfrenata che anticipa il Romanticismo. La sua filosofia non è una discussione accademica, ma una prova di forza della volontà individuale. Esiste un paradosso affascinante nel suo pensiero: Alfieri nutre una "velata ammirazione" per il tiranno. Perché? Perché sia l’uomo libero che l’oppressore condividono lo stesso obiettivo: l'affermazione assoluta della propria individualità. La differenza sta solo in come usi quel potere. La sua intera esistenza è riassunta in una formula che suona come un comando:
«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli»
3. Il Viaggiatore Inquieto: Scappare per trovarsi (o per perdersi)
Tra il 1766 e il 1772, Alfieri viene travolto da una "frenetica voglia di viaggiare". Non è un turista, è un fuggiasco che cerca uno specchio del suo tumulto interiore. Mentre i suoi contemporanei ammirano le corti, lui le demolisce con giudizi taglienti che sembrano post su un social network d'opposizione:
• Parigi: Liquidata come una «fetente cloaca», un ammasso di sporcizia e finta grandezza.
• Vienna: Qui prova un odio fisico nel vedere il poeta Metastasio umiliarsi con una «genuflessioncella d'uso» davanti all'imperatrice Maria Teresa. Per Alfieri, la dignità non si inchina mai.
• Prussia: Definita una «universal caserma», dove l'ordine militare schiaccia ogni scintilla di vita.
• Russia: Una terra di "barbari" dove si rifiuta persino di incontrare Caterina II (la "Clitennestra filosofessa"), disprezzando il suo dispotismo mascherato da cultura.
Solo nelle solitudini sublimi del Nord, tra i mari ghiacciati della Svezia e le navigazioni avventurose nel golfo di Botnia, Alfieri trova pace. Il ghiaccio che si rompe sotto la nave è l'unica metafora possibile per il suo spirito che non accetta confini.

4. Odiare il Tiranno, Disprezzare la Borghesia: Un ribelle senza classe
Nel trattato Della Tirannide, Alfieri non attacca solo il re cattivo, ma il concetto stesso di potere che non rispetta le leggi. Disprezza i "dispotismi illuminati" perché addormentano le coscienze con una finta benevolenza. Ma attenzione: Alfieri non è un populista. Odia il sovrano tanto quanto disprezza la "sesquiplebe", ovvero quella borghesia mercantile interessata solo al profitto e alla stabilità borghese.
Per essere coerente, nel 1778 Alfieri compie un atto di "cancel culture" radicale contro lo Stato sabaudo: decide di "disvassallarsi". Regala tutti i suoi beni e feudi alla sorella Giulia, rinuncia al suo "account" aristocratico e sceglie di diventare un apolide, un cittadino senza patria per non essere suddito di nessuno. Come diceva nel suo trattato:
«Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle...»


5. Il Suicidio come Atto Eroico e il Titanismo
Il cuore del pensiero alfieriano è il Titanismo: la sfida disperata dell'individuo contro forze immani — il destino, la tirannia, Dio stesso. Alfieri teorizza tre vie d'uscita per l'uomo libero intrappolato nell'oppressione: l'alienazione totale (isolarsi dal mondo), il tirannicidio (l'omicidio dell'oppressore come atto di giustizia suprema) e il suicidio.
Quest'ultimo non è una fuga, ma l'Eroismo finale: l'atto con cui togli al tiranno l'unico potere che gli rimane, quello sulla tua vita. È la Libertà Ideale che si realizza nel sacrificio. Questa immagine dell'eroe che preferisce la morte al compromesso passerà direttamente a Ugo Foscolo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il protagonista è un clone spirituale di Alfieri, un uomo che non trova spazio in un mondo dominato dai barbari.
6. L'Eredità di un Inadeguato: Da Alfieri a Foscolo
Alfieri non ha solo scritto tragedie; ha inventato il ruolo dell'intellettuale moderno, impegnato ma orgogliosamente isolato. Foscolo lo immortalerà nei Sepolcri come il viandante che erra "irato a' patrii Numi" (arrabbiato con gli dei della patria), con il volto segnato dal "pallore della morte e la speranza". Alfieri è il ponte che porta l'Italia verso il Risorgimento: ci ha insegnato che per essere nazione bisogna prima essere individui capaci di dire "no".

7. Conclusione: La libertà ha un prezzo, quanti sono disposti a pagarlo?
Vittorio Alfieri ci ha lasciato un monito d'acciaio. Ci insegna che la libertà è una conquista solitaria e che l'integrità è l'unico valore per cui valga la pena lottare. In un mondo di "sesquiplebe" che insegue il conformismo e il consenso facile, Alfieri ci sfida a riscoprire la nostra volontà. Il suo motto di famiglia era un avvertimento per tutti i tiranni, piccoli e grandi: "Tort ne dure" (Il torto non dura).
Oggi, in un'epoca che premia chi si adegua, quanto è difficile trovare la forza di essere un "Unico"? Trovare il coraggio di essere l'eccezione che rompe il ghiaccio e non solo sudditi della mediocrità?

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