Signori del Mediterraneo
Etruschi, Greci e Cartaginesi: navigatori in un mare conteso
Immagina un mare senza Google Maps, senza motori, senza radio. Eppure percorso in ogni direzione, in ogni stagione, da migliaia di navi cariche di merci, idee, soldati. Questo era il Mediterraneo del primo millennio prima di Cristo: non un confine, ma un'autostrada. E su quest'autostrada tre popoli — Etruschi, Greci e Cartaginesi — si contesero ricchezza, rotte e potere per secoli, prima di cedere tutti e tre al medesimo vincitore: Roma.
Come fu possibile? Erano civiltà avanzate, ricche, capaci. Eppure nessuna riuscì a resistere. La storia ha molto da insegnarci — anche su noi stessi.
Gli Etruschi: ricchi, brillanti, divisi
Chi erano gli Etruschi? Un popolo che ancora oggi ci affascina e ci sfugge. La loro lingua non assomiglia a nessun'altra in Europa, e per questo i testi etruschi — pur leggibili — restano in parte incomprensibili. Abitavano quella che oggi chiamiamo Toscana, una terra straordinariamente ricca: ferro, rame, stagno uscivano dalle loro miniere e finivano sui mercati di mezzo Mediterraneo.
Sul mare erano temibili. Il Tirreno portava il loro nome — Tyrrhenoi in greco — e lo controllavano davvero: dalle città costiere come Cerveteri, Tarquinia e Populonia salpavano navi mercantili e da guerra verso la Sardegna, la Corsica, la Gallia. I Greci li chiamavano "pirati", ma era essenzialmente invidia commerciale.
Quasi tutto ciò che associamo alla Roma antica arrivò dagli Etruschi: i fasci littori (simbolo del potere), la toga a strisce dei magistrati, il rito del trionfo militare, l'arte di leggere il futuro nelle viscere degli animali, la tecnica dell'arco e della volta. Roma imparò dai suoi vicini — e poi li conquistò.
Il problema degli Etruschi era politico. Non erano uno Stato, ma dodici città-Stato indipendenti, orgogliose della propria autonomia. Avevano sì una Lega — la Dodecapoli — che si riuniva periodicamente in un santuario vicino all'odierna Orvieto. Ma quella lega era religiosa, non militare. Quando Roma attaccò Veio e la assediò per dieci anni, le altre undici città etrusche non mandarono eserciti in suo soccorso. Ognuna pensava ai propri affari. Quando capirono il pericolo, era troppo tardi.
I Greci: il genio della polis e il suo limite
Se gli Etruschi dominarono il Tirreno, i Greci colonizzarono il Mediterraneo intero. Dalla Spagna all'attuale Ucraina, dalla Libia all'Italia meridionale — quella che chiamarono Magna Grecia, "Grande Grecia" — le loro città spuntavano ovunque ci fosse una costa e un porto. Siracusa, Taranto, Napoli (che i Greci chiamavano Neapolis, "città nuova"), Marsiglia: erano metropoli greche a tutti gli effetti, con templi, teatri, scuole di filosofia.
Il loro grande lascito politico fu la polis, la città-Stato. In alcune di esse — Atene su tutte — nacque qualcosa di rivoluzionario: la democrazia, il governo in cui i cittadini decidono insieme. Un'invenzione che, tremila anni dopo, è ancora il modello a cui aspiriamo.
Ma la polis aveva un tallone d'Achille: era incapace di pensarsi come parte di qualcosa di più grande. Il Greco si identificava con la sua città prima di tutto. Era ateniese o spartano o corinzio. "Greco" era un'identità culturale — la lingua, gli dèi, i Giochi Olimpici — che non diventò mai un'identità politica.
Nella seconda guerra persiana (480 a.C.), il re spartano Leonida guidò trecento guerrieri — insieme a poche migliaia di altri alleati greci — nello stretto passaggio montano delle Termopili, tenendo a bada per tre giorni l'immensa armata di Serse. Sapendo di andare incontro alla morte certa, gli Spartani non indietreggiarono: il loro sacrificio rallentò l'avanzata persiana e permise alle altre città greche di riorganizzarsi. Leonida e i suoi trecento morirono fino all'ultimo uomo. Sul luogo della battaglia fu eretta una stele con un'iscrizione rimasta celebre: "Straniero, va' a dire a Sparta che qui siamo caduti obbedendo alle sue leggi."
La guerra del Peloponneso (431–404 a.C.) fu il punto di non ritorno. Atene contro Sparta, quasi trent'anni di guerra civile su scala greca. Lo storico Tucidide, che la visse in prima persona, la considerò "la più grande guerra che fosse mai avvenuta". Alla fine vinse Sparta — ma vinse su una Grecia esausta, dissanguata, incapace di riprendersi. Seguì un breve periodo di egemonia tebana: Tebe, guidata dal genio militare di Epaminonda, sconfisse Sparta a Leuttra nel 371 a.C. e si impose per qualche decennio sulle altre città. Ma anche quella supremazia fu effimera, e alla morte di Epaminonda (362 a.C.) la Grecia era di nuovo nel caos.
Fu allora che si aprì la strada a un potere esterno. Filippo II di Macedonia — un regno che i Greci consideravano semibarbaro, ai margini settentrionali del loro mondo — approfittò della frammentazione delle poleis per costruire un esercito professionale e modernissimo. Nel 338 a.C., a Cheronea, Filippo sconfisse la coalizione di Atene e Tebe e pose fine all'indipendenza delle città greche. Suo figlio Alessandro Magno completò l'opera: inglobò la Grecia nel suo impero sterminato, che si estendeva fino all'India. Per la prima volta i Greci erano uniti — ma per forza di conquista, non per scelta propria. Quando arrivò Roma, trovò un mondo ricchissimo di cultura e irrimediabilmente frammentato nei rivoli dell'eredità alessandrina. La conquista fu quasi inevitabile.
Cartagine: la grande potenza che quasi fermò Roma
Cartagine nacque come colonia fenicia — Qart-Hadašt, "città nuova", fondata da coloni della città di Tiro, nell'attuale Libano, verso il 814 a.C. Posta al centro del Mediterraneo, sulla costa tunisina, era destinata a diventare la più grande potenza commerciale del mare nostrum. Controllava le coste nord-africane, la Sardegna, la Sicilia occidentale, il sud della Spagna. Un vero e proprio impero, tenuto in piedi da una flotta potentissima e da eserciti mercenari professionali.
Con gli Etruschi, Cartagine trovò un'alleanza naturale contro il comune rivale greco. La battaglia di Alalia (intorno al 540–535 a.C.), combattuta nelle acque della Corsica, ne è l'esempio più eloquente: la flotta congiunta etrusco-cartaginese sconfisse i Greci focesi e chiuse loro le porte del Tirreno.
Ma il destino di Cartagine si giocò contro Roma. Le tre Guerre Puniche (264–146 a.C.) furono il conflitto più devastante del mondo antico. La seconda fu quella di Annibale: il geniale generale cartaginese attraversò le Alpi con gli elefanti da guerra e inflisse a Roma sconfitte catastrofiche — Trebbia, Trasimeno, Canne. Roma perse in una sola giornata, a Canne, più uomini di quanti ne siano morti nella battaglia di Waterloo. Eppure resistette.
Quando Roma si trovò a combattere i Cartaginesi per mare — e non aveva nessuna tradizione navale — copiò una nave cartaginese naufragata sulle coste della Sicilia, ne costruì trecento in novanta giorni, e vinse la battaglia di Milazzo (260 a.C.). La capacità di imparare in fretta dai nemici fu uno dei segreti del successo romano.
Cartagine cadde anche per ragioni interne: il Senato cartaginese, dominato da famiglie di mercanti che temevano i costi della guerra, non supportò mai Annibale con le risorse di cui aveva bisogno. Anche Cartagine, nel momento della crisi, si rivelò divisa.
Il nodo cruciale: perché l'unità mancò?
Guardando insieme i destini di questi tre popoli, emerge una domanda che vale la pena porsi: perché civiltà così avanzate non riuscirono a fare fronte comune contro Roma?
Per i Greci, il problema era quasi filosofico. Avevano inventato la libertà come valore politico — e la libertà della propria città, la sua indipendenza, era quasi sacra. Accettare di dipendere da un'altra città greca sembrava quasi peggio che essere sottomessi da uno straniero. Questa sensibilità acutissima all'autonomia, che aveva generato la resistenza contro i Persiani, rendeva impossibile l'unione volontaria.
Per gli Etruschi, le divisioni erano più pratiche: le città erano in concorrenza per le stesse rotte, le stesse miniere, gli stessi mercati. La lega religiosa che le univa non aveva nessun potere di imporre decisioni militari vincolanti. Quando Roma attaccava una città, le altre calcolavano i propri interessi — e spesso decidevano che non valeva la pena rischiare.
Roma invece aveva trovato una soluzione diversa: non si limitava a conquistare, ma integrava. Gli alleati italici combattevano negli eserciti romani, condividevano il bottino, potevano aspirare alla cittadinanza. Quando Annibale attraversò l'Italia sperando che si ribellassero, quasi tutti rimasero fedeli a Roma. Era un sistema che creava fedeltà là dove il modello greco e quello etrusco creavano gelosie.
- Polis (pl. poleis)
- La città-Stato greca: una comunità politica autonoma con proprie leggi, istituzioni e culti. Il modello politico dominante nel mondo greco antico.
- Democrazia
- Letteralmente "governo del popolo" (dal greco demos, popolo, e kratos, potere). Ad Atene, i cittadini maschi liberi partecipavano direttamente alle decisioni collettive nell'assemblea.
- Dodecapoli
- La lega delle dodici principali città etrusche, a carattere prevalentemente religioso, non militare. Si riuniva periodicamente presso il santuario di Voltumna, vicino all'odierna Orvieto.
- Magna Grecia
- Il nome con cui gli antichi indicavano l'insieme delle colonie greche nell'Italia meridionale e in Sicilia: Siracusa, Taranto, Crotone, Napoli e molte altre.
- Punico
- Aggettivo che indica tutto ciò che è cartaginese. Deriva dal latino Punicus, a sua volta dal greco Phoinix (Fenicio), a ricordare le origini fenicie di Cartagine.
- Mercenari
- Soldati professionisti assoldati a pagamento, non legati alla città per cui combattono da vincoli di cittadinanza. Cartagine faceva largo uso di eserciti mercenari.
- Etruschi e Greci erano entrambi divisi in città-Stato indipendenti. Quali differenze vedi tra la loro frammentazione? Cosa le accomunava?
- I Greci consideravano la libertà della propria città un valore quasi sacro. Può una libertà troppo assoluta diventare un punto di debolezza? Fai esempi anche dal mondo contemporaneo.
- Roma riuscì a costruire fedeltà includendo i vinti nel suo sistema politico. Conosci esempi storici — antichi o moderni — in cui un'unione si è rivelata più forte della somma delle sue parti?
- Cartagine fu letteralmente cancellata dalla storia nel 146 a.C.: la città distrutta, gli abitanti uccisi o schiavizzati. Cosa significa per una civiltà "scomparire"? Può la cultura sopravvivere alla sconfitta politica?
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