Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

lunedì 11 novembre 2013

Postille manzoniane


LA CONVERSIONE E LA CONCEZIONE DELLA VITA E DELLA STORIA


La conversione rappresentò il fatto fondamentale nella vita e nell’opera del Manzoni, perché l’accettazione dei principi cristiani e della dottrina della Chiesa lo condusse al rifiuto dell’ateismo e del materialismo derivati dall’Illuminismo e accolti nella prima gioventù, e contemporaneamente ad una visione tutta nuova e coerente della vita e della storia.
La sua è una concezione che si ricollega inizialmente al pessimismo proprio delle ideologie romantiche, che vedevano l’uomo continuamente travagliato dalla sofferenza e dall’angoscia, le quali, nella nostra letteratura, si erano già espresse nelle opere di grandi scrittori e poeti dell’ultimo Settecento e del primo Ottocento, quali Alfieri, Foscolo, Leopardi. Ma mentre questi avevano incolpato della sofferenza dell’uomo la sorte, il destino, la natura, insomma una forza segreta che dominerebbe il mondo con le sue leggi immutabili, il Manzoni pensa che l’origine di ogni male e di ogni dolore vada ricercata nell’uomo stesso, che col suo peccare sconvolge l’ordine universale di armonia e amore e che per soddisfare le sue passioni determina per sé e per gli altri l’agitazione e il rimorso.
Ma il Manzoni, sulla base della sua fede nella dottrina cristiana, va ben oltre questa visione tutta pessimistica, in quanto nel dolore vede uno strumento prezioso nella vita dell’uomo, se questi sa accoglierlo e accettarlo. Esso infatti ha una grande funzione, sia che si abbatta sui cattivi sia che colpisca i buoni. Sui cattivi agisce come ultimo richiamo della bontà di Dio al ravvedimento. Ma il dolore è provvidenziale soprattutto per i buoni. A loro serve per renderli ancora migliori, per purificarli ed elevarli sempre più, sia agli occhi degli uomini che a quelli di Dio, e serve a farli degni e meritevoli del premio celeste. Per gli innocenti, dunque, il dolore è una “provvida sventura”.
Essendo questa la sua visione della vita, il Manzoni improntò tutta la sua produzione successiva alla conversione al motivo della Provvidenza. Essa, pur non limitando il libero arbitrio dell’uomo, entrerà di continuo nello svolgimento delle vicende che l’autore ricostruisce e spesso farà risolvere nel bene anche le azioni perverse.




LA POETICA MANZONIANA


In Manzoni confluirono i due elementi principali della dottrina romantica e divennero i cardini della sua poetica:
Ø      L’interesse per la storia
Ø      L’aspetto popolare della letteratura

Già nella prefazione al “Carmagnola il Manzoni combatte il principio delle unità pseudo-aristoteliche di cui accetta la sola unità di azione come elemento unificatore dell’opera d’arte; accenna, poi, al carattere dei cori delle sue tragedie, non parte integrante dell’azione, come nel teatro greco, ma un “cantuccio” in cui il poeta può parlare in prima persona, esprimendo le sue considerazioni; infine viene posto il problema della moralità dell’arte drammatica la quale, lungi dal corrompere, deve proporsi lo scopo di educare il popolo.

Francesco da Ponte detto Bassano, 
La battaglia di Maclodio, 1587La battaglia di Maclodio si svolse il 12 ottobre 1427 tra le truppe del Duca di Milano Filippo Maria Visconti e quelli della Repubblica di Venezia e di Firenze, unite in una lega antiviscontea. Sebbene fosse stato uno scontro con molti uomini, i morti furono relativamente pochi. Copiosi invece erano stati i prigionieri ed il bottino conquistato. Ma dopo un sol giorno gran parte dei milanesi catturati furono liberati per ordine del Carmagnola. Qusta mossa giustificò i sospetti da parte della Repubblica di Venezia verso il suo capitano di ventura, che fu accusato, processato e giustiziato. La vicenda fu fonte d'ispirazione per Il Conte di Carmagnola, opera di Alessandro Manzoni.

Nella “lettre a Monsieur Chauvet” (1820), un critico classicista francese che aveva formulato numerosi appunti al “Conte di Carmagnola”, il problema si amplia fino ad investire il rapporto tra storia e poesia; l’una e l’altra, secondo il Manzoni, debbono avere per oggetto il vero; unica loro differenziazione è il modo di trattarlo. Compito della storia è precisare i fatti con assoluta fedeltà e obiettività, compito della poesia è mettere in luce affetti, dolori, sentimenti dei protagonisti di tali avvenimenti, penetrando nell’animo sia dei vinti che dei vincitori, sia dei popoli che dei singolo individui, sia dei servi che dei padroni. La poesia, inoltre, è un completamento della storia anche dal punto di vista religioso, perché può esaltare il compito della Provvidenza e il suo operato nella vita degli uomini.

Il maggiore tentativo di dare una sistemazione organica e critica al suo ideale letterario il Manzoni lo compì nella “Lettera sul Romanticismo” al marchese Cesare d’Azeglio (1823, ma pubblicata solo nel 1871): inizialmente vi si trovava la nota formula “la letteratura deve proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”, ma nella redazione definitiva questa formula fu ridotta al solo vero, in quanto essa appariva di per sé anche interessante e utile.
La letteratura, dunque, doveva proporsi fini educativi per il popolo, trattare argomenti attuali, moderni, popolari, di interesse generale e non individuale, ma soprattutto attenersi al vero storico, arricchendolo con approfondimenti psicologici.
Nella lettera l’esposizione delle dottrine romantiche è suddivisa in  due parti: quella negativa, che esclude l’imitazione dei classici e il ricorso alla mitologia, e quella positiva, che si riassume nella teoria del vero e che apre la strada al realismo.

Nel “Discorso sul romanzo storico” (1830, ma pubblicato nel 1842), dopo un’ulteriore riflessione sulla natura del vero, il Manzoni negò la possibilità di una coesistenza, nella medesima opera, di storia e poesia: da qui la condanna del romanzo storico, che presenta una ibrida mescolanza di storia e di invenzione, di fatti e di avvenimenti fantastici. Tale condanna, che implicitamente negava valore al suo stesso romanzo, è da far risalire al pregiudizio che il verosimile sia, per natura, inferiore alla verità storica; per cui da questo momento il Manzoni indirizzerà completamente la sua attività alla storiografia.




Nessun commento:

Posta un commento