Giacomo Leopardi
Recanati 1798 – Napoli 1837. Il poeta che ha trasformato il dolore in conoscenza e la conoscenza in un invito alla solidarietà.
Biografia
Nato a Recanati il 29 giugno 1798 dal conte Monaldo, reazionario e amante dei libri, e da Adelaide Antici, rigida amministratrice del patrimonio, Giacomo cresce in un ambiente chiuso, ma dotato di un’immensa biblioteca. Qui si compie il «studio matto e disperatissimo» (1809-1816) che gli dà una cultura da filologo e rovina la salute.
Il pensiero e la sua evoluzione
Il pensiero leopardiano non è un sistema ma un percorso che ha il suo laboratorio nello Zibaldone. Lo schema delle tre fasi è un’utile semplificazione, e non va irrigidito: molte idee si preparano prima e sopravvivono dopo.
1. Pessimismo storico (1819-1824)
La colpa è della civiltà moderna: il progresso razionale ha distrutto le illusioni degli antichi, che vivevano ancora vicini alla natura. Il «pessimismo storico» lascia però aperta la possibilità di una felicità nel passato, una nostalgia dell’età antica.
2. Pessimismo cosmico (1824-1830)
La Natura è matrigna: il dolore è condizione universale e necessaria, indifferente alla sorte degli uomini, dentro un ciclo cieco di produzione e distruzione. La infelicità non dipende più dalla storia ma dalla struttura stessa della realtà (Dialogo della Natura e di un Islandese, Canto notturno).
3. Pessimismo eroico (1830-1837)
Nella Ginestra la verità sul dolore non porta alla resa ma alla protesta titanica: l’uomo deve guardare in faccia la Natura senza illusioni consolatorie e, riconosciuto il comune nemico, unirsi agli altri nella social catena. La dignità sta nel non piegarsi né implorare, come la ginestra che accetta la distruzione. È un pessimismo che genera un’etica di solidarietà e di lucidità.
Concetti chiave
Teoria del piacere: l’uomo desidera un piacere infinito per estensione e durata, e nessun piacere finito lo soddisfa; di qui la noia e l’infelicità. Poetica del «vago e indefinito»: le immagini e le parole indeterminate stimolano l’immaginazione e il senso dell’infinito. Rimembranza: il ricordo rende «poetiche» anche le esperienze dolorose. Noia: il vuoto lasciato dal desiderio non appagato. Materialismo: assenza di finalismo, la Natura non ha disegni provvidenziali, polemica contro lo spiritualismo e il progressismo ottimista del Risorgimento (cfr. Dialogo di Timandro e di Eleandro).
Leopardi nella polemica classico-romantica
La polemica si apre in Italia nel 1816, quando Madame de Staël, sulla Biblioteca italiana, invita gli scrittori italiani a tradurre le letterature moderne straniere e ad abbandonare i riferimenti alla mitologia classica. Leopardi interviene subito con la Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana (1816) e poi con il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818), rimasto inedito in vita.
La sua posizione, in sintesi:
• Non è un classicista accademico. Difende gli antichi non per imitazione dei modelli, ma perché la loro poesia nasce dall’immaginazione e dal contatto con la natura: imitare gli antichi significa imitare la natura, non copiarne le forme.
• Non aderisce al romanticismo europeo. Gli rimprovera una poesia troppo “intellettuale”, cioè dominata dalla ragione e dalla ricerca del “vero”, che spegne le illusioni da cui nasce la poesia; non condivide l’idea di una letteratura legata ai valori storici, religiosi e nazionali del presente.
• Una posizione originale. Con gli anni, la sua stessa poesia (idilli, grandi idilli) assume tratti vicini alla sensibilità romantica: l’interiorità, il paesaggio come stato d’animo, l’infelicità individuale. La critica la legge come un “romanticismo” sui generis, che nasce da una poetica classicista e arriva a esiti moderni. La distinzione tra antichi (poesia di immaginazione) e moderni (poesia di riflessione) resta la chiave per capirlo.
Le opere
Prima del quadro d’insieme delle raccolte, poi le schede dei singoli testi, da aprire per leggere analisi e snodi interpretativi.
I piccoli idilli (1819-1821)
Sono i primi componimenti maturi dei Canti: brevi testi in endecasillabi sciolti, composti a Recanati. Il termine «idillio» non indica la poesia pastorale ma, nell’uso leopardiano, un “quadretto” di sentimenti e paesaggio. La struttura è quasi sempre la stessa: un punto di partenza concreto (il colle, la siepe, la luna, la sera dopo la festa), che attiva l’immaginazione e si apre a una riflessione sul tempo, sul ricordo, sul nulla.
Titoli: L’infinito (1819), Alla luna (1819-1820, in origine intitolata La ricordanza), La sera del dì di festa (1820), Il sogno (1820), La vita solitaria (1821). Il gruppo corrisponde alla fase della poetica del vago e indefinito e della rimembranza.
Le Operette morali (1824-1832)
Raccolta di prose di argomento filosofico, in forma di dialoghi e brevi racconti, quasi tutte scritte nel 1824 a Recanati (le altre fino al 1832). Edite nel 1827 (20 operette) e nel 1834 (24, con aggiunte). Il modello è Luciano di Samosata: ironia, paradosso, favola, per dire verità filosofiche in modo non sistematico.
Temi principali: la critica all’antropocentrismo e al finalismo (Storia del genere umano, Dialogo della Natura e di un Islandese); la felicità, la noia e le illusioni (Dialogo di Malambruno e di Farfarello, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare); la morte e la vita (Dialogo della Moda e della Morte, Dialogo di Plotino e di Porfirio); la gloria e l’amore; la polemica contro il progresso e l’ottimismo (Dialogo di Timandro e di Eleandro); l’esperienza morale del poeta (Detti memorabili di Filippo Ottonieri).
I Canti pisano-recanatesi (1828-1830)
Dopo la lunga pausa poetica dedicata alla prosa, Leopardi torna ai versi a Pisa, dove compone Il risorgimento e A Silvia (1828), e poi a Recanati (1828-1830). La forma metrica dominante è la canzone libera, che alterna endecasillabi e settenari senza schema fisso. Il tono è più narrativo e commosso rispetto agli idilli: la rievocazione del passato diventa il luogo in cui la Natura è messa sotto accusa.
Titoli: Il risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (la datazione di Il passero solitario, collocato in questo gruppo nella struttura dei Canti, è discussa dalla critica).
Lo Zibaldone (1817-1832)
Quasi 4500 pagine manoscritte di riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche e psicologiche, non destinate alla pubblicazione e uscite solo tra il 1898 e il 1900. Non è un’opera con un disegno unitario ma un laboratorio in cui Leopardi mette a punto le sue idee, e vi torna sopra nel tempo. Temi centrali: la teoria del piacere, il vago e indefinito, la rimembranza, il rapporto tra antichi e moderni, la Natura, la lingua e lo stile.
Dallo Zibaldone
La teoria del piacere (luglio 1820)
Lo Zibaldone è il diario intellettuale di Leopardi: circa 4500 pagine manoscritte, scritte tra il 1817 e il 1832 e pubblicate solo tra il 1898 e il 1900 con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura. Non è un trattato, ma un laboratorio dove idee, appunti di lettura e riflessioni si precisano nel tempo; il poeta stesso lo organizzò con indici tematici. La teoria del piacere è il primo grande nucleo filosofico del testo.
L’argomento in quattro passaggi:
1. Il desiderio non ha limiti. L’uomo, come ogni essere vivente, ama se stesso e aspira alla felicità, cioè al piacere. Ma questo desiderio è illimitato: vuole un piacere infinito per durata ed estensione.
2. I piaceri reali sono finiti. Ogni piacere concreto è limitato nel tempo e nell’oggetto: non può colmare un desiderio infinito. Resta sempre un vuoto, e da questo scarto nasce la noia.
3. Il piacere è sempre altrove. L’uomo vive nell’attesa o nel ricordo del piacere, quasi mai nel suo godimento presente. Per questo il piacere si identifica soprattutto con l’immaginazione e con la speranza: ciò che si attende o si ricorda ha un’indeterminatezza che il presente non ha.
4. La felicità è negativa. Poiché nessun piacere appaga davvero, l’infelicità è la condizione normale; l’unico sollievo è l’assenza momentanea del dolore o il piacere dell’illusione.
Perché è importante: è il fondamento della poetica del “vago e indefinito” (così L’infinito: l’ostacolo della siepe stimola l’immaginazione e produce un piacere più intenso della vista reale) e della teoria della rimembranza (Alla luna). Nella Quiete dopo la tempesta il piacere è definito “figlio d’affanno”, cioè effetto del cessare del dolore e non esperienza positiva autonoma.
Evoluzione e nodo interpretativo: nel 1820 la Natura è ancora benigna, perché ha dato agli uomini le illusioni per sopportare il desiderio. Con il pessimismo cosmico la stessa teoria cambia significato: il desiderio infinito diventa parte di un ordine naturale indifferente al destino dell’uomo (Dialogo della Natura e di un Islandese). È una teoria che unisce psicologia, antropologia e ontologia: spiega la condizione umana e non solo l’esperienza del poeta.
Dai Canti
L’infinito (1819)
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
Il poeta, seduto su un colle («l’ermo colle») davanti a una siepe che esclude lo sguardo dall’orizzonte, immagina gli «interminati spazi», i «sovrumani silenzi» e la «profondissima quiete». Il pensiero si «finge» ciò che non vede.
Struttura: (1) l’ostacolo spaziale produce l’infinito dello spazio; (2) il rumore del vento rimanda al silenzio infinito e poi all’eternità e alle età trascorse; (3) la chiusa: il «naufragar» è «dolce» nell’immensità.
Temi e tecniche: poetica del vago e indefinito, i deittici («questo»/«quello»: vicino e lontano), gli enjambement che mimano lo smarrimento, lo scarto tra pensiero e sentimento. L’infinito non è un’esperienza mistica: è prodotto dall’immaginazione sul limite.
Alla luna (1819-1820)
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
Un anno dopo, il poeta torna sul colle e si rivolge alla luna, confidente silenziosa, ricordando che ancora una volta guarda con le lacrime agli occhi. Il «sorriso» del paesaggio notturno si associa ai ricordi dolorosi della giovinezza.
Nucleo del testo: il ricordo, anche doloroso, è dolce perché trasforma il passato in una possibilità poetica («e il rimembrar delle passate cose» è «grato», anche se «affanno»). È la teoria della rimembranza dello Zibaldone: ciò che è lontano nel tempo ha lo stesso carattere vago dell’infinito spaziale. Il tono è colloquiale e intimo.
Le canzoni sul suicidio: Bruto minore e Ultimo canto di Saffo (1821-1822)
Sono due canzoni di forma alta, composte nello stesso periodo, in cui un personaggio del mondo antico sceglie di uccidersi. In Bruto minore (1821) Bruto, sconfitto a Filippi, accusa la virtù di essere inutile e gli dei di indifferenza: il gesto è una rivolta contro un destino che premia i malvagi. In Ultimo canto di Saffo (1822) la poetessa, rifiutata da Faone e segnata dalla bruttezza, si getta dalla rupe di Leucade: la causa è un’infelicità personale e insieme la discordanza tra bellezza interiore e sorte.
Collegamento con il tema romantico del suicidio. Nella letteratura tra Sette e Ottocento il suicidio è un gesto carico di significato morale e politico. In Alfieri (Saul, i due Bruti, Della tirannide) è un atto di libertà e di dignità davanti alla tirannide e alla sconfitta. Nel Foscolo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis nasce da disperazione politica e sentimentale, in un eroe che non trova più posto nel mondo.
Leopardi riprende questa tradizione ma la riporta al suo pessimismo: nel Bruto la virtù civile alfieriana appare tragicamente vana, nella Saffo il dolore dipende dalla Natura “matrigna” che assegna le sorti senza giustizia. Nelle opere successive (Dialogo di Plotino e di Porfirio, 1827) Leopardi arriva però a una posizione opposta: Plotino dissuade Porfirio dal suicidio, proponendo la solidarietà e la compagnia reciproca come risposta alla sofferenza. L’evoluzione prepara l’etica della social catena.
A Silvia (1828)
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu, pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè con le amiche tue
Nei dì festivi ragionavi d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Evocazione di una giovane (forse Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa), morta di tisi in giovane età. Il poeta ricorda come lei cantasse al telaio mentre lui studiava, e come entrambi guardassero con speranza al futuro.
Struttura: apostrofe iniziale; ricordo della giovinezza di lei; parallelismo con le proprie speranze; morte di lei e dissoluzione delle speranze del poeta («o natura, o natura»: accusa alla Natura che non mantiene le promesse); chiusura con la fuga della «cara compagna».
Chiavi di lettura: la morte di Silvia e la fine delle illusioni sono la stessa perdita; il passaggio dall’imperfetto al passato remoto segna la rottura; i versi endecasillabi e settenari liberamente alternati, il lessico indeterminato ma a tratti alto, l’identificazione speculare Silvia-poeta («al tuo lamento il mio»). È il testo del «risorgimento» poetico dopo anni dedicati alla prosa filosofica.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1829-1830)
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandar i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei, precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lamento.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Un pastore nomade interroga la luna, che percorre il cielo ogni notte, sul senso dell’esistenza: perché si nasce, a che serve il dolore, a che servono il cielo e l’infinito. La luna tace; l’uomo è solo davanti all’enigma.
Temi: il paragone tra vita umana e vita del gregge (che sembra più felice perché ignora la noia); la domanda cosmica senza risposta; la condizione umana come «travaglio» dalla nascita. L’interlocutrice è insieme muta e remota: non esiste un dio provvidente.
Fonte e significato: ispirato a un resoconto di viaggio sui pastori kirghisi. L’uomo semplice formula, senza cultura filosofica, il punto di arrivo del pessimismo cosmico. La struttura è una serie di domande retoriche, e la preghiera laica non ottiene risposta.
La ginestra o il fiore del deserto (1836)
Scritta alle falde del Vesuvio, è il «testamento poetico» di Leopardi. Nelle prime strofe attacca il «secol superbo e sciocco» che esalta il progresso e abbandona la verità sulla condizione umana.
Struttura e passaggi chiave: (1) la polemica contro lo spiritualismo ottimista; (2) la contemplazione del Vesuvio e dei resti di Pompei come immagine della potenza distruttiva della Natura; (3) lo sguardo alle stelle che riduce a nulla l’uomo e la sua storia; (4) il messaggio morale: gli uomini devono riconoscere il loro vero nemico, la Natura, e unirsi in una social catena; (5) la ginestra, fiore umile, accetta la distruzione senza piegarsi né implorare.
Significato: un materialismo che produce un’etica della solidarietà, non la rassegnazione. Il poeta, orgoglioso e lucido, non rinuncia alla dignità. Il testo mostra l’ultimo Leopardi «progressista» ma in senso critico, lontano dall’ottimismo risorgimentale.
Dalle Operette morali (1824, ed. 1827)
Dialogo della Natura e di un Islandese
Un Islandese, fuggito per tutta la vita dalla sofferenza e dalla sua causa, incontra la Natura, gigantesca figura di donna, e le chiede conto del dolore. La Natura risponde con indifferenza: il mondo non è fatto per l’uomo, è un ciclo perpetuo di produzione e distruzione («vita e morte»), e la felicità della specie umana non è il suo scopo.
Chiave di lettura: la conclusione resta aperta: due leoni affamati o due uomini scheletrici raccolti dalla sabbia potrebbero aver divorato l’Islandese. L’ironia, la «Natura matrigna», il rifiuto dell’antropocentrismo e del finalismo. Il testo è uno dei punti più alti del pessimismo cosmico.
Dialogo di Timandro e di Eleandro
Eleandro (il portavoce di Leopardi) conversa con Timandro, un ottimista progressista che lo accusa di essere pessimista per le proprie sventure e di scoraggiare gli uomini. Eleandro risponde che il suo pensiero nasce dall’osservazione del vero e che la sofferenza personale non prova l’inesattezza della tesi.
Temi: la polemica contro gli spiritualisti e i «moderati» che pretendono di consolare con false speranze; il rifiuto di spiegare la filosofia con la biografia (è l’obiezione ad hominem che Leopardi respinge); la necessità di dire la verità sulla condizione umana per unire gli uomini contro il comune nemico. È il precedente teorico diretto della Ginestra.
Verifiche
Quattro step progressivi: dopo ciascuna risposta ottieni una spiegazione. Non c’è tempo limite, ma ogni domanda richiede ragionamento, non memoria.
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