Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

mercoledì 19 novembre 2014

Il Decameron di Giovanni Boccaccio

Introduzione generale al Decameron

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Frontespizio dell'opera (min. XV sec.)
Il Decameron è una raccolta di cento novelle, narrate da dieci giovani che si alternano nel ruolo di novellatori nell'arco di dieci giornate, da cui il titolo (Decameron in greco si può tradurre «Dieci giornate», espressione modellata sull'esempio dell'Exameron, «Sei giornate», titolo di un'opera di sant'Ambrogio sulla creazione del mondo). Le novelle sono dunque inquadrate in una «cornice» narrativa che ne giustifica la presenza, sul modello delle Mille e una notte e delLibro dei Sette Savi, opera quest'ultima ispirata a una leggenda di origine orientale e conosciuta in Italia dove fu tradotta dal francese (è assai probabile che Boccaccio ne abbia tratto ispirazione). L'autore si dedicò alla composizione del libro negli anni 1349-1351, subito dopo la peste del 1348 che sconvolse Firenze e buona parte dell'Europa e che rappresenta il punto di partenza del racconto della cornice. Il Decameron è dedicato a un pubblico prettamente femminile, come dichiarato dall'autore nel Proemio, destinato a consolare le lettrici dalle loro pene amorose; non a caso l'opera è messa in relazione col Prencipe Galeotto, ovvero il personaggio della tradizione francese collegato all'amore adultero tra Lancillotto e Ginevra (il suo nome era stato reso famoso dal Canto V dell'Inferno dantesco, con la vicenda di Paolo e Francesca). L'opera conobbe immediatamente un vasto successo e diverse novelle circolavano già prima della conclusione del libro, come testimonia l'Introduzione alla Quarta Giornata in cui l'autore si difende dalle critiche di alcuni detrattori (gli veniva rimproverata un'eccessiva indulgenza ai temi amorosi ed erotici). In seguito il Decameronispirò vari emuli e imitatori, influenzando profondamente la novellistica italiana in volgare dei secc. XIV-XVI, per cui si può affermare che Boccaccio sia tuttora uno dei prosatori italiani più importanti e meglio conosciuti anche fuori d'Italia.

Il racconto della cornice

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La peste a Firenze (min. XV sec.)
Dopo il Proemio in cui è l'autore a rivolgersi direttamente ai lettori, l'Introduzione alla Prima Giornata inizia con la descrizione della peste che infuria a Firenze nel 1348, falcidiando la popolazione e disgregando il tessuto sociale della città. In questo quadro di morte e desolazione, un martedì mattina nella chiesa di S. Maria Novella si incontrano sette giovani donne di ceto nobiliare e di età compresa fra i 18 e i 28 anni: i loro nomi sono dichiaratamente fittizi per non rivelare la loro vera identità e vengono chiamate dall'autore PampineaElissaEmiliaLaurettaFiammetta,Filomena e Neifile. Pampinea, la più anziana e la più saggia del gruppo, propone di lasciare per qualche tempo Firenze e trovare rifugio fuori della cinta muraria, nella residenza di campagna di una delle ragazze ove trascorrere alcuni giorni lontano dal disfacimento morale e civile della città sconvolta dal contagio. Filomena approva la proposta, ma suggerisce a sua volta di non andare da sole in quanto delle fanciulle sarebbero esposte a pericoli e difficoltà, quindi è necessario che lei e le compagne trovino degli uomini da cui avere protezione e appoggio. Elissa è d'accordo, ma riconosce a sua volta l'oggettivo problema di trovare degli accompagnatori, poiché la maggior parte dei loro familiari è stata vittima della peste e non è prudente affidarsi a degli sconosciuti. In quel momento entrano in chiesa tre giovani, innamorati di altrettante fanciulle del gruppo (tra cui Neifile) e anch'essi di nobili origini, i cui nomi sono PanfiloFilostrato e Dioneo: il più giovane di loro ha 25 anni, sono tutti e tre onesti e cortesi, quindi Pampinea propone di chiedere loro di accompagnarle nel loro progetto di allontanamento da Firenze. I tre giovani accettano e così la mattina seguente (mercoledì) i dieci giovani si recano nella villa di campagna insieme ad alcuni membri della servitù.
In questo luogo (e in un'altra residenza dove si spostano la domenica successiva) i dieci si trattengono complessivamente duesettimane, trascorrendo il tempo in occupazioni liete e assolutamente non disdicevoli, tra cui quella di raccontare delle novelle: ogni giorno verrà eletto un re o una regina, a turno fra tutti e dieci i giovani, che deciderà il tema su cui raccontare le novelle del giorno seguente; quindi ogni ragazzo o ragazza, a turno, racconterà una novella attendendosi al tema. Solo dieci giorni sono impegnati in quest'attività, poiché su proposta di Neifile essa viene sospesa il venerdì (per rispetto alla ricorrenza della Passione di Cristo) e il sabato (giorno dedicato all'igiene e alla cura del corpo): dunque dieci novelle narrate in ciascuna delle dieci Giornate, per un totale di cento novelle. Va detto che la Prima Giornata è a tema libero, in quanto il giorno prima non era stato eletto un re o regina, come pure la Nona. Dioneo ottiene il privilegio di narrare sempre per ultimo (tranne la Prima Giornata), diversamente dagli altri novellatori che si succedono in ordine casuale, e di non attenersi al tema (le sue novelle avranno quasi sempre argomento erotico e licenzioso). Tranne la Prima Giornata, nelle altre il re o la regina narrano sempre per penultimi, prima di Dioneo. Altra parziale eccezione allo schema è rappresentata dalla Settima Giornata, in cui le novelle vengono raccontate nella Valle delle Donne, dove prima le ragazze e poi i giovani si erano recati a fare il bagno. Alla fine di ogni Giornata uno dei novellatori canterà una canzone.

La struttura del Decameron

Ecco quali sono i temi delle varie Giornate e chi sono i re e le regine:

Prima Giornata (mercoledì) - regina: Pampinea

Seconda Giornata (giovedì) - regina: Filomena



Terza Giornata (domenica) - regina: Neifile




Quarta Giornata (lunedì) - re: Filostrato



Quinta Giornata (martedì) - regina: Fiammetta



Sesta Giornata (mercoledì) - regina: Elissa


Settima Giornata (giovedì) - re: Dioneo



Ottava Giornata (domenica) - regina: Lauretta



Nona Giornata (lunedì) - regina: Emilia

Decima Giornata (martedì) - re: Panfilo
Tema libero

Tema: Il potere della fortuna (si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine)


Tema: Il potere dell'ingegno e dell'industria (si ragiona... 
di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse)


Tema: Gli amori infelici (si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine)


Tema: Gli amori felici (si ragiona di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse)

Tema: L'efficacia delle risposte argute (si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno)

Tema: Le beffe delle mogli ai mariti (si ragiona delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’lor mariti, senza essersene avveduti o sì)

Tema: Le beffe di qualunque genere (si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o l’uno uomo all’altro si fanno)

Tema libero

Tema: Esempi di liberalità e magnificenza (si ragiona di chi liberalmente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a fatti d’amore o d’altra cosa)


I temi e la modernità del Decameron

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T. Stothard, Il Decameron (1887)
È nota la grande ammirazione di Boccaccio nei confronti dell'opera di Dante ed è innegabile che il Decameron presenti alcune affinità strutturali con la Commedia: il numero totale delle novelle è cento come i Canti complessivi del poema, le Giornate (e inovellatori) sono dieci come le parti in cui può essere suddiviso ogni regno dell'Oltretomba visitato da Dante, il libro si apre con un orrido cominciamento (la descrizione della peste) e la Commedia con la presentazione della selva oscura, cui segue in entrambe le opere un percorso attraverso il quale i protagonisti pongono rimedio alla situazione iniziale. Tuttavia è proprio sotto questo aspetto che il Decameron presenta una radicale differenza rispetto al poema di Dante: la risposta dei dieci giovani allo spettacolo di disfacimento e corruzione rappresentato dalla peste è di tipo terreno, non ultraterreno, in quanto l'abbandono di Firenze non è tanto una fuga per evitare il contagio, quanto piuttosto il tentativo di ricostruire il tessuto sociale e i corretti comportamenti cortesi che l'epidemia sembra aver cancellato. E infatti Boccaccio sembra poco interessato a tutto ciò che, secondo un'espressione usata dai critici, va «dal tetto in su»: la dimensione in cui si svolgono le novelle è umana, materiale, non perché lo scrittore neghi l'esistenza di Dio o svaluti l'elemento religioso, ma in quanto questi aspetti vengono respinti in una sfera dell'esistenza che va appunto dopo la morte, quando tutti saremo giudicati secondo le nostre azioni e riceveremo premi o castighi dalla giustizia divina. Prima di allora, ed è la sola cosa che Boccaccio vuole rappresentare, la vita umana si svolge su questa Terra e obbedisce a logiche prettamente materiali, per cui grande è la modernità che emerge dalle novelle e che segna un netto distacco dall'epoca di Dante, che pure risale a pochi decenni prima. Ciò è evidente anzitutto nella concezione della Fortuna, non più intelligenza angelica che governa il mondo secondo il volere divino, ma capriccio del caso che agevola o ostacola i progetti degli uomini; nell'esaltazione dell'ingegno e dell'industria, la dote grazie alla quale il mercante costruisce il proprio destino (e la stessa figura del mercante viene rivalutata, rispetto alla condanna della morale cristiana dei secc. XIII-XIV); nella rappresentazione dell'amore fisico e sensuale come qualcosa di perfettamente naturale e non peccaminoso, per cui diventa ipocrita e irrealistica la repressione del desiderio sessuale negli ambienti ecclesiastici (ciò è parte della polemica contro la Chiesa che attraversa il libro); nel gusto per la beffa verbale e di ogni tipo, in cui i più astuti prevalgono e i più ingenui vengono meritatamente gabbati, e così via. Risulta chiaro che il mondo del Decameron anticipa vari aspetti di quello che sarà di lì a poco l'Umanesimo, in cui al teocentrismo medievale si sostituirà l'antropocentrismo e l'uomo verrà esaltato come un essere dotato di intelligenza simile a quella di Dio, capace di creare la propria fortuna e il proprio destino unicamente grazie alle proprie virtù e al proprio ingegno. Il libro è la prima grande opera della nostra letteratura che prefigura la modernità e sembra aver varcato una linea che la separa definitivamente dal Medioevo, in maniera assai più decisa di quanto non facesse Petrarca negli stessi anni (per quanto anche Boccaccio, sul finire della sua vita, fosse colto da dubbi e scrupoli religiosi che lo indussero perfino a pensare di bruciare ilDecameron).

Varietà stilistica e tematica

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G. Boccaccio (an. XVIII sec.)
Da qui l'ambizione dello scrittore di rappresentare tutta la società nelle sue più varie espressioni, per cui accanto al mondo cortese e nobiliare di novelle come quella di Nastagio degli OnestiGhismunda e Federigo degli Alberighi, vi sono quelle di ambientazione più prettamente mercantile e borghese o addirittura bassa e popolare, per cui si può affermare che accanto a un mondo elevato e «tragico» ve ne sia un altro basso e «comico», in cui la beffa, erotica o meno, e l'esaltazione del potere della parola acquistano importanza predominante. Altrettanto vario e difforme lo stile narrativo e la lingua: elevata e dal periodare complesso e latineggiante nelle novelle di tema nobiliare, più popolare e gergale nelle altre, non senza una certa abilità nell'usare prestiti da volgari diversi dal toscano per caratterizzare certi pergonaggi o ambientazioni. E infatti i luoghi del Decameron riflettono la stessa varietà dei temi affrontati, poiché la geografia delle novelle spazia dalla Toscana donde l'autore è originario (FirenzeCertaldoPrato...), passando per le altre principali città italiane (Napoli,VeneziaPalermoGenova...), giungendo alle altre nazioni dell'Europa e di un Oriente storico o favoloso, cui Boccaccio è debitore anche riguardo alla tradizione novellistica. È stato osservato che lo scrittore intende, come Dante nel suo poema, dare del mondo una rappresentazione complessiva che ne esaurisca ogni aspetto, anche se la commmedia prodotta dal prosatore è «umana» e non «divina», per usare l'aggettivo che lui stesso aggiunse all'opera dantesca di cui curò un'edizione manoscritta.
Non bisogna pensare, poi, che mondo aristocratico e mondo borghese siano antitetici e in contrasto nell'opera: Boccaccio apprezzava ed esaltava i valori di cavalleria e cortesia che caratterizzavano l'ambiente nobiliare, da lui frequentato e conosciuto soprattutto a Napoli, e ciò non è mai in contraddizione con la rivalutazione della classe mercantile di cui lui stesso faceva parte. Anzi, in alcune novelle viene espressa la volontà di una conciliazione tra i due sistemi di valori e delle due classi sociali, che è il segno di una nuova modernità rispetto al tempo di Dante: Boccaccio critica la nobiltà feudale in quanto improduttiva, incline a esercitare soprusi e facile alle spese eccessive e frivole, mentre auspica che essa possa aprirsi a una logica produttiva e mercantile con benefici per tutta la società (ciò emerge soprattutto nella novella di Federigo degli Alberighi). Allo stesso modo è evidente che la prospettiva delDecameron è di tipo laico, non nel senso che l'opera sia irreligiosa ma in quanto il sistema di valori elaborato dall'autore è ormai diverso da quello su cui si reggeva la cultura medievale, per cui ad esempio non vi è alcuna traccia di quegli schemi allegorici che tanta importanza avevano nelle opere del Due-Trecento. Anche la polemica anti-ecclesiastica trae origine da questa visione laica e moderna della vita, per cui dei religiosi viene condannata l'ipocrisia e la dabbenaggine, oltre alla corruzione e ai comportamenti truffaldini.

Relativismo morale e «boccaccesco»

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Boccaccio e i Fiorentini (min. XV sec.)
Nel libro è dunque assente una morale organica ed universalmente valida, il che non vuol dire che vi sia mancanza di un atteggiamento etico da parte dell'autore, ma che il suo giudizio sui comportamenti umani rivela un'apertura problematica che varia al variare delle diverse situazioni. Questo relativismo morale, per cui una stessa azione può essere condannata o giustificata a seconda delle circostanze in cui viene compiuta, rappresenta un'innovazione radicale rispetto al pensiero religioso dei secoli precedenti, in cui la morale era rigida e precettistica (si pensi, per fare un esempio ovvio, al poema dantesco). Boccaccio riflette sotto questo aspetto la crisi irrimediabile delle impalcature filosofiche del secolo precedente, per cui la religione e la teologia non offrono più soluzioni universalmente valide e tutto viene messo, talvolta drammaticamente, in discussione: ciò è chiaro fin dall'inizio con la descrizione della peste, che nel narratore suscita orrore e sbigottimento e le cui cause non vengono ricondotte al giusto castigo divino per i peccati commessi dagli uomini nel mondo, ma anzi viene sollevato il dubbio se la volontà divina sia responsabile di un simile flagello. La risposta della brigata di giovani, del resto, è di tipo essenzialmente sociale e umano, per cui è come se alla raffigurazione della morte e dell'Oltretomba tipica della letteratura medievale subentrasse quella della vita e del mondo terreno, in cui la realtà è troppo complessa e variegata per essere ricondotta a un unico schema.
Viene da qui la rivalutazione di quegli aspetti dell'esistenza che la tradizione precedente aveva trascurato o condannato, come la beffa e l'imbroglio con cui i personaggi talvolta si procacciano il loro guadagno (anche di tipo sessuale), e ovviamente l'eros di cui c'è una spensierata e positiva celebrazione. Il tema non è il solo né quello prevalente dell'opera, ma è innegabile che esso abbia colpito più degli altri l'attenzione dei lettori coevi e successivi, per cui ben presto si è coniato l'aggettivo «boccaccesco» che è diventato sinonimo di volgare e licenzioso: una lettura del Decameron unicamente in questa prospettiva è senz'altro riduttiva, data la varietà tematica e di ambientazione che percorre il libro, per quanto la fama di opera oscena e che rasenta in certi punti perfino la pornografia l'ha segnata per molto tempo, influenzandone in modo inevitabile la ricezione critica e la fortuna nei secoli successivi. Legato a ciò, inoltre, è anche un certo carattere «carnescialesco» dell'opera in cui l'esaltazione di valori «boccacceschi» come il sesso e il piacere trova la sua collocazione naturale: il racconto della cornice è quello di un'evasione e di una fuga dalla realtà della peste, una «vacanza» dal reale che mette al centro dell'attenzione quei temi che, normalmente, sono oggetto di censura e ipocrisia, quali ad esempio la celebrazione del corpo, della materialità, del sesso. Se la struttura del libro è, almeno per certi versi, di tipo carnevalesco (e l'elezione dei re e delle regine si rifà a quella tradizione), si comprende il fatto che Boccaccio operi volutamente una sorta di capovolgimento della realtà, in cui tutto per pochi giorni diventa lecito e non necessariamente certi comportamenti sfacciati o spregiudicati devono diventare la norma per tutti. L'opera ha una struttura aperta e irrisolta, e tale relativismo è rappresentato anche dalla molteplicità dei punti di vista dei vari narratori, di cui Boccaccio è solo uno dei tanti e non necessariamente il principale (si è parlato in proposito di «struttura poliprospettica» del Decameron).

Fortuna critica del Decameron

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N. Davoli nel film 'Decameron' (1971)

Come detto, il successo dell'opera fu subito immediato e conobbe un'ampia diffusione soprattutto fra il ceto mercantile per il quale era stata espressamente concepita (più tiepida e diffidente l'accoglienza da parte del pubblico colto, almeno fino alla fine del Trecento). In età umanistica e rinascimentale (secc. XV-XVI) le cose cambiarono e il libro di Boccaccio venne rivalutato specialmente nell'ambito della cosiddetta «questione della lingua»: è noto il fatto che Pietro Bembo, il letterato veneziano autore delle Prose de la volgar lingua (1525), indicava la prosa di Boccaccio e del Decameron come modello da imitare nella lingua letteraria, accanto al Canzoniere petrarchesco come fonte per la lingua poetica. Lo spirito della Controriforma, specie dopo il Concilio di Trento del 1545-1563, individuò nelDecameron aspetti scandalosi e impudichi e perciò l'opera subì pesanti tagli dalla censura, con una prima edizione riveduta e corretta del 1573 e una successiva del 1582, che presentava addirittura dei rifacimenti (altri rimaneggiamenti ebbero ragioni linguistiche, per espungere quelle parti troppo popolari o gergali nello spirito del bembismo). Nel Seicento il libro venne poi generalmente trascurato, non solo per ragioni moralistiche ma per via della polemica anticlassicista del Barocco che rifiutava Boccaccio come modello da imitare.
Nel Settecento l'interesse per il Decameron rinacque, ma assieme a nuove polemiche per il carattere licenzioso dell'opera: Giuseppe Parini ne condannò «le infamie oscene e irreligiose» e osservò che esse «meritamente son condannate non meno dalla religione che dalla pubblica onestà» (al contrario Ugo Foscolo vide nel libro l'espressione di un atteggiamento amorale ed evasivo che sarebbe stato all'origine della crisi del Rinascimento, posizione poi ripresa anche da Francesco De Sanctis).
Nel XX sec. caddero le remore di carattere religioso o moralistico e Boccaccio apparve come modello di vita libera e spregiudicata, fonte di ispirazione per altri scrittori: fra questi è da ricordare Luigi Pirandello, che si rifece al tema della beffa erotica e alla comicità popolare in alcune delle Novelle per un anno e nelle opere di teatro, fornendo una interpretazione in senso vitalistico dell'opera dello scrittore. Più tardi sarà l'intellettuale e cineasta Pier Paolo Pasolini a seguire la stessa linea nel film Decameron(1971), in cui vengono messi in scena dieci racconti del libro fra i quali spiccano quelli di tema erotico (tre di essi sono narrati daDioneo a chiusura di altrettante Giornate): fra gli altri vi sono quelli di CiappellettoAndreuccioElisabetta e Giotto e in tutto il film è evidente una nota gioiosa e vitalistica che non sempre è presente in Boccaccio. La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l'Orso d'Argento al Festival del Cinema di Berlino.

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