Con la morte di Augusto nel 14 d.C., Roma si trova ad affrontare un problema del tutto estraneo alla sua tradizione repubblicana: la regolamentazione della successione dinastica.
L'avvicendarsi al trono di quattro principi dalle personalità nettamente contrapposte — la diffidenza di Tiberio, l'assolutismo di Caligola, l'efficienza burocratica di Claudio e le svolte autocratiche di Nerone — consolida la forma del principato ma riduce progressivamente gli spazi di libertà democratica.
Questo mutamento politico spezza lo storico legame di collaborazione tra intellettuali e potere imperiale. Di fronte all'autorità del princeps, le figure della cultura romana si dividono in tre posizioni fondamentali:
Conformismo e adulazione: rappresentato da autori che esaltano il principe e la restaurazione morale, come Velleio Patercolo e Valerio Massimo.
La "fronda" (opposizione celata): la scelta di criticare il regime in modo indiretto e allegorico, adottata da autori come Seneca, Persio, Petronio e Fedro.
Aperto dissenso: la contestazione palese del tiranno, pagata spesso con la condanna al rogo degli scritti e la morte, come nel caso di Lucano, Cremuzio Cordo e Aufidio Basso.
In questo clima di trasformazione, l'oratoria perde la sua utilità politica nei tribunali e la retorica si ripiega nelle scuole attraverso le esercitazioni fittizie delle controversiae e delle suasoriae.
Nella produzione letteraria si supera la concinnitas (armonia e simmetria) ciceroniana per ricercare la varietas, l'espressività e un marcato gusto per il macabro e il drammatico.
Nel frattempo, lo stoicismo diventa la corrente filosofica di riferimento, fornendo sia una legittimazione dell'ordine imperiale sia una vera e propria ideologia del dissenso per difendere l'autonomia della coscienza e la libertà individuale.
Nei materiali che seguono analizzeremo insieme i testi, i protagonisti e le grandi tensioni culturali che hanno trasformato la letteratura di cinquant'anni decisivi per il mondo romano!
Nessun commento:
Posta un commento