Credo molto nelle potenzialità dei social network e vi sto di fatto spendendo le mie migliori energie. Sono convinta che una scuola 2.0 debba affiancare a un solido studio dei contenuti una diffusione degli stessi in un formato appetibile e soprattutto vicino alle modalità di comunicazione degli studenti, che di certo al giorno d'oggi non scrivono soltanto con carta e penna, ma ricorrono spesso alla leggerezza dei bits. Qualcosa che del resto già Calvino aveva preconizzato nelle sue Lezioni Americane.

Confrontarsi con il pubblico della comunità social, ben più vasto del microcosmo classe (e potenzialmente infinito), proponendo il proprio lavoro, significa per gli studenti sviluppare ottime doti di sintesi nell'esposizione dei contenuti e mantenere buon controllo ortografico. Non solo, essi devono imparare a scrivere in modo accattivante e spigliato, così da ottenere l'attenzione dei lettori, nonché variare il registro stilistico a seconda delle diverse situazioni comunicative.

lunedì 16 novembre 2020

Dante, Paradiso XI, Introduzione




Siamo nel cielo del Sole.
Gli spiriti sapienti, presentati a Dante da san Tommaso nel canto precedente, hanno appena terminato la loro danza circolare, accompagnata da un’armonia così divina che, ha appena detto il poeta, può essere intesa solo in Paradiso, colà dove gioir s’insempra. Sull’eco di quella inesprimibile melodia si apre il nuovo canto: con una chiosa a quella gioia paradisiaca sigillata da quell’audace sillogismo (s’insempra = dura per sempre). La chiosa è il confronto, che Dante non può fare a meno di formulare, tra la gloriosa felicità di questo cielo del Sole e le passioni che affaticano gli uomini sulla terra, viste ormai con commiserazione, da una distanza siderale.
Questo sguardo di compatimento per le passioni degli uomini chiude dunque il movimento narrativo che si era propagato dal canto precedente. Ma anche il cuore del nuovo canto si lega strettamente al discorso di san Tommaso nel canto X. Infatti san Tommaso introduce l’elogio di san Francesco, che occupa il centro di questo canto, apparentemente solo per spiegare un’espressione un po’ enigmatica da lui usata nel canto precedente: u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
Incastonato in questa trama ragionativa, l’elogio del santo d’Assisi occupa, in realtà, breve spazio: settantaquattro versi (dal 43 al 117) su un canto che ne conta centotrentanove; appena più della metà.
Sono però terzine di memorabile concentrazione: anche perché san Tommaso, per celebrare la santa vita di Francesco, compie una scelta radicale, che gli permette una straordinaria forza di sintesi.
San Tommaso, o meglio Dante, quando detta questi versi ha già dietro di sé una varia, ricca e seducente leggenda francescana. Non soltanto gli scritti del santo, ma le memorie dei seguaci e le amplificazioni fantasiose degli agiografi hanno già dato vita a una vera e propria letteratura francescana, che ha già radicato fermamente il poverello d’Assisi nella immaginazione della cristianità. Ad Assisi Giotto e la sua scuola hanno affrescato, nella basilica superiore, un ciclo pittorico sulla vita di Francesco, che rappresenta un capitolo cruciale della nuova arte italiana. Tuttavia il san Francesco di Dante non è né il tenero animalista che predica agli uccelli, né il poeta incantato davanti alla creazione del Cantico delle creature, né l’asceta del bacio al lebbroso e della beatitudine trovata nell’annullamento di sé.

Dante punta dritto a una sola dimensione dell’esistenza di Francesco: la povertà.

In questo senso egli dimostra anche un formidabile intuito storico e ideologico, cogliendo benissimo il cuore della riforma francescana: costruire un movimento che riportasse dentro la Chiesa, e quindi dentro una ortodossia riconosciuta e legittimata, il pauperismo che, in tante forme diverse, e spesso eretiche o eterodosse, ribolliva in seno alla cristianità del Duecento.
Questa intuizione Dante la cala in una invenzione retorica che governa tutto il discorso di san Tommaso. Egli infatti ci rappresenta la vita di san Francesco come un lungo romanzo d’amore con una donna, che è la Povertà.
Questo è lo schermo, e insieme il mezzo metaforico, attraverso cui passa la rappresentazione della biografia del santo: dal suo distacco giovanile dalla facoltosa famiglia d’origine (visto come la scelta di corteggiare una donna sgradita alla famiglia), alla sua scelta radicale e pubblica della povertà (vista come uno sposalizio solenne con madonna Povertà), ai primi passi dell’ordine (rappresentati come il radunarsi di una corte di devoti intorno al proprio signore e alla sua dama).
E anche quando si passa a toccare succintamente gli altri appuntamenti obbligati della vita del santo, la compagnia della sposa di Francesco viene sempre sottolineata, come se si stesse descrivendo il procedere di una vita coniugale di perfetta felicità e di perfetto, reciproco amore.
Finchè anche la morte di Francesco, che volle, nelle sue ultime ore, essere posato nudo sulla nuda terra, è letta come un voler prendere congedo dal mondo nel grembo della donna amata: un voler morire tra le sue braccia, come alla conclusione di un grande romanzo d’amore.
Questo Francesco, dunque, non è quello mite, tenerissimo che la devozione popolare ci ha tramandato.  È invece un combattente, un cavaliere sempre in lotta per la sua dama, un Lancillotto cristiano. È un san Francesco di grande originalità, duro, scabro, essenziale: e non è detto che sia, per questo, meno vicino a quello vero.


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