martedì 15 settembre 2015

Perduto è tutto il tempo che in amar non si spende.

perduto-tutto-Aminta
T. Tasso, Aminta, 1573
Dal canto III della Gerusalemme Liberata: lettura di M. Arena.
G. Leopardi, Ad Angelo Mai, vv. 121-132
O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
tua mente allora, il pianto
a te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
non valse a consolarti o a sciôrre il gelo
onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
cinta l’odio e l’immondo
livor privato e de’ tiranni.
Amore, amor, di nostra vita ultimo inganno,
t’abbandonava. Ombra reale e salda
ti parve il nulla, e il mondo
inabitata piaggia.
Charles Baudelaire, Sur “Le Tasse en prison” d’Eugène Delacroix[1842], Les Fleurs du Maled.1866
Le poëte au cachot, débraillé, maladif,
Roulant un manuscrit sous son pied convulsif,
Mesure d’un regard que la terreur enflamme
L’escalier de vertige où s’abîme son âme.
Les rires enivrants dont s’emplit la prison
Vers l’étrange et l’absurde invitent sa raison;
Le Doute l’environne, et la Peur ridicule;
Hideuse et multiforme, autour de lui circule.
Ce génie enfermé dans un taudis malsain,
Ces grimaces, ces cris, ces spectres dont l’essaim
Tourbillonne, ameuté derrière son oreille,
Ce rêveur que l’horreur de son logis réveille,
Voilà bien ton emblème, Âme aux songes obscurs,
Que le Réel étouffe entre ses quatres murs!
Il poeta nella cella, cencioso, malato
pestando un manoscritto col piede convulso,
misura con sguardo acceso di terrore
la scala di vertigine dove l’anima sprofonda.
Risa inebrianti riempiono la prigione
e invitano la mente allo strano e all’assurdo,
lo circonda il Dubbio e gli circola intorno
la Paura ridicola, schifosa e multiforme.
Questo genio chiuso in una stamberga
tra smorfie, grida e sciame di spettri
turbinante tumultuoso alle sue orecchie,
questo sognatore insonne nel suo orrendo alloggio,
questo è il tuo simbolo, Anima dai sogni oscuri
soffocata tra quattro mura di Realtà!
Franco Fortini, Monologo del Tasso a Sant’AnnaDialoghi con Tasso, Bollati Boringhieri, 1999
Grazie a Dio e alla Vergine Santa. Qui non vedo
nessuno, le finestre hanno una inferriata
nuova murata, le porte catenacci
fortissimi anche se sono solo anche se
a evadere neanche penso. Ringrazio
il Signore che mi ha voluto restringere.
Mi hanno detto che il Duca vuole concedermi
di vedere persone amiche e di discutere
con loro di letteratura e di cose religiose.
È chiaro che ho paura di parlare e di sapere.
Mi dicono che il mio poema ha successo
e che nei paesi stranieri è letto e cantato.
Il dolore che ho nel petto
sarebbe più terribile quando gli ospiti se ne andassero.
WALTER SITI, La malinconia dell’infinito nella ninnananna di Tasso, “La Repubblica“, 26 gennaio 2014
Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle ?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stille un puro nembo
al’erba fresca in grembo?
Perché nel’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno ?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?
Non so se questo madrigale di Tasso sia mai stato messo in musica: sembrerebbe fatto apposta e comunque non importa, perché la musica se lo porta dietro. Il madrigale cinquecentesco è un componimento breve di endecasillabi e settenari liberamente disposti, senza divisioni strofiche. Ma qui la libertà è solo apparente: i dodici versi sono in realtà divisi, dal punto di vista della rima, in tre quartine – nella prima le rime sono alternate, nella seconda sono incrociate, nella terza baciate. Come in un campionario. Nella prima quartina i due settenari precedono gli endecasillabi, nella seconda è l’inverso, come se fossero riflessi in uno specchio; nella terza endecasillabi e settenari si cedono reciprocamente il passo. La sintassi gioca a rimpiattino con la metrica, perché le frasi sono quattro e le quartine tre; l’ottavo verso è in bilico, come rima appartiene a ciò che lo precede mentre come senso appartiene a ciò che segue. Il delicato rapporto di equilibri e squilibri si manifesta anche tra il secondo e il terzo verso, dove un nesso banale come «quelle che» è spezzato dal ritmo, e un pronome senza dignità si ritrova a rimare addirittura con le stelle. Esitazioni appena accennate e canto spiegato, pause sapientissime e mai identiche, come un respiro che prima si trattiene e poi si distende – rilanciato dalle ripetizioni («qual.. .qual.. .quai», «e perché…perché», «intorno intorno»), incantato dalle allitterazioni («stelle…cristalline stille», «s’udian…dolendo», «fur segni forse»), fino al settenario finale che è specchio di se stesso e suprema dichiarazione, «vita de la mia vita». 
Artigianato strepitoso per un argomento esilissimo, il semplice lamento per la «partita», cioè la partenza, della donna amata. Tutta la natura la piange: le rugiade notturne erano lacrime e i venti si aggiravano gemendo. Non c’è nient’altro, si riassume in 140 caratteri e ne avanzano pure.
Dunque aveva ragione Francesco De Sanctis a parlarne male nella sua Storia della letteratura, il Tasso lirico è molto fumo e poco arrosto? Era un poeta di corte, scriveva testi su commissione: era capace di commuoversi per la donna di un altro, non sappiamo nemmeno se questa sia davvero la sua donna. Aveva imparato le tecniche da Petrarca, ma anche dai petrarchisti più vicini a lui e da quelli lontani, spagnoli e portoghesi: il petrarchismo era diventato un passatempo di società, si faceva a gara a chi inventava la metafora più acuta, l’accostamento più sorprendente. La rugiada equivale alle lacrime della notte ma anche alle gocce di cristallo seminate dalla luna, in una competizione tra stelle e stille (“stille” che forse, per alcuni filologi, si dovrebbero leggere come “stelle” terrestri, contrapposte alle celesti), tra bianco e candido – dentro l’aria circolano le aure (o le Laure). Melodia quasi senza contenuto, vacuo sentimentalismo come sarà poi in tante canzonette napoletane? Tasso era pur sempre di Sorrento…
Ma c’è Leopardi. Leopardi sarebbe inconcepibile senza la musica della lirica tassiana, tanto l’ha saccheggiata e fatta propria. Leopardi era uno serio, di lui ci possiamo fidare: non si sarebbe fatto ingannare da una musica solo di superficie, la profondità ci dev’essere. Dov’è? Comincerei col dire che questa non è una poesia d’amore. È un paesaggio interiore, un’estroflessione di malinconia. La malinconia, diceva Freud, è il lutto per una perdita mai subita. Non importa se la donna sia sua, né dove sia andata; è Tasso che ha perso se stesso. «Vita de la mia vita» l’aveva già usato in una poesiola-omaggio di tipo pastorale: ma qui diventa davvero il nucleo più segreto di sé, l’individualità messa a rischio. Avete mai visto una poesia fatta solo di domande? E non sono forse i bambini quelli che chiedono continuamente “perché, perché”? La notte è una grande madre, nella cui buia cavità l’anima di Tasso si rifugia a piangere torti immaginari. Si autocommisera. C’è una lirica (quella sì d’amore, anzi di masochismo) in cui rivolgendosi alla donna dice «mentre soffro per voi avverto il piacere che vi procura la mia sofferenza e allora muoio anch’io di piacere». Solo nella rinuncia c’è la soddisfazione. La notte è descritta come la tradizione descriveva la donna: il candore, il manto, il grembo, l’erba, la frescura, l’aura – l’eros è recuperato ma dissolto nella natura, smaterializzato e negato.
La conoscenza approfondita di una tradizione, se chi la maneggia è bravo, può permettere di nasconderci dentro quel che non si sa di dover dire. Tasso ha avuto una vita disgraziata, sballottato di qua e di là quand’era piccolo, sempre in preda a pulsioni bipolari, vittima di deliri di persecuzione e sociopatie fino a essere rinchiuso come pazzo, o quasi. E vissuto in un periodo storico di grande incertezza per l’Italia, tra crisi economica e dominio spagnolo, in una Ferrara dove la riforma protestante aveva messo in subbuglio le coscienze più sensibili:finito il Rinascimento e prima che arrivasse la rifondazione scientifica seicentesca, sentiva la realtà materiale attraversata da brividi di dubbio – il confine tra interno ed esterno si assottigliava. Ha patito sul proprio corpo i primordi della nevrosi contemporanea, quella che ora si direbbe dissoluzione dell’io: quando progettava in grande poteva alzare delle dighe ma qui, in un madrigale da nulla, la malinconia dell’infinito sale alla gola, come una disperata e fatua ninnananna.

da Illuminationschool

giovedì 2 luglio 2015

Come risalire al nominativo dei nomi di terza declinazione


Molti studenti, che pure imparano le desinenze della terza declinazione e la sua articolazione in gruppi, incontrano e lamentano difficoltà nel risalire al nominativo singolare, con gravi conseguenze nella traduzione dei testi, fraintesi o abbandonati.
Qui di seguito alcuni suggerimenti, certamente non esaustivi, per una ricerca più veloce e sicura.

Passo 1:

- Separare la desinenza del genitivo singolare, ottenendo il tema della parola.

- Osservare la consonante o il gruppo con cui termina il tema della parola.


Passo 2 (attenzione alle eccezioni, alcune non vengono segnalate):

1.    temi in dentale: t/d cadono e il nominativo esce in –s (lapis)

2.    temi in labiale: p/b restano e il nominativo esce in –s (plebs)

3.    temi in velare/gutturale: c/g si fondono con –s e il nominativo esce in –x (lex; ma talvolta la i del tema diventa e, codex)

4.    temi in liquida: r/l = il tema coincide col nominativo (ma con varie eccezioni)

5.    temi in nasale: m/n = nei nomi maschili e femminili cade la nasale (Cicero), nei neutri la nasale si mantiene e la vocale –i del tema diventa –e (flumen)
- nomi con –r davanti al genitivo –is: al nominativo la –r diventa –s (honos)

6.    nomi con doppia consonante al genitivo ne presentano una al nominativo.



I nomi parisillabi presentano generalmente il nominativo in –is o –es
-    genitivo civis, nominativo civis
-    genitivo caedis, nominativo caedes
ma anche
-    genitivo imbris, nominativo imber


martedì 16 giugno 2015

Ennesima lista, La tesina. dadànnnnn

Cari studenti e care studentesse che vi accingete ad affrontare la prova ESC,  Vi scrivo una lista di suggerimenti di cose da evitare nella preparazione e nella presentazione del vostro approfondimento per l’esame (volgarmente chiamato tesina)

1. Evitate argomenti banali o scontati
2. Evitate argomenti complessi o culturalmente elitari
3. Non e’ rimasta molta scelta
4. Qualcosa dovete pur scrivere
5. Evitate di scrivere tesine che voi non leggereste
6. In compenso potete leggere tranquillamente tesine che voi non scrivereste
7. Evitate di scrivere la presentazione in Klingon
8. "Piacere, sono Giovanni" non vale come presentazione
9. bortaS bIr jablu’DI’ reH QaQqu’ nay’ (vedi punto 7)
10. Vestitevi in modo appropriato (niente maschera e pinne, per intenderci)
11. Vestitevi (piu’ importante del punto 10)
12. Non parlate con il boccone in bocca durante la presentazione.
13. Evitate caratteri bianchi su sfondo bianco.
14. Evitate caratteri neri su sfondo nero.
15. Grigi su grigio, no.
16. Blu su blu, nemmeno.
17. Pero’ a questo punto dovrebbe essere chiaro il concetto, dai.
18. No, nemmeno rosso su rosso.
19. No, non sono io che non mi va bene niente, mi sembra chiara l’idea di fondo.
20. No, non ho detto fondo chiaro, non ci siamo capiti.
21. Ecco, sfondo bianco e caratteri neri. Ottimo.
22. Fermo con il 21, deciso, non lo cambiare.
23. Non siate troppo enfatici, per Diana!
24. Non siate nemmeno apodittici. Punto e basta.
25. Siate chiari. No su sfondo nero, non ricominciamo per favore.
26. Non inventatevi parole per solo scopo adaminoico.
27. Se la commissione improvvisamente aderisce alla Buona Scuola durante la presentazione, non e’ un buon segno.
28. Evitate linguaggi troppo formali.
29. Evitate linguaggi troppo informali.
30. Si, "bella li" al presidente di commissione rientra nel punto 29.
31. Spegnete il telefonino. Se suona durante la presentazione fate finta che sia una sveglia "Scusate, volevo essere sicuro di svegliarmi per l’esame"
32. Non twittate durante la presentazione (questo vale anche per i commissari)
33. Evitate di fare "tada!!!" con la bocca ogni volta che proiettate una nuova slide
34. Scrivete poco, dite molto
35. O era viceversa?
36. Non so, hai iniziato tu sta lista.
37. Noi in India abbiamo un detto.
38. State nei tempi assegnati. Se il Presidente vi fa segno con la mano non e’ per salutarvi, avete sforato.
39. Succede a volte che invece vi stia proprio salutando.
40. Rimane il dubbio se rispondere o meno
41. La 37 e’ veramente difficile
42. In generale andate nel particolare.
43. In particolare state sul generale.
44. Insomma fate come vi pare, nessun consiglio ha veramente valore se non questo: osate.
In bocca al lupo (o in culo alla balena, come preferite, l’importante e’ mai, dico mai fare le due cose contemporaneamente).

mercoledì 27 maggio 2015

Marilyn 4ever


La “Poesia a Marilyn” fu scritta poco dopo la scomparsa [dell’attrice], e più tardi venne inserita in un “cinepoema”, grande composizione fatta di immagini, versi e musica dentro un film di montaggio del 1963, “La Rabbia”. “Pasolini conosceva bene la mitologia e la applicava all’interpretazione della realtà”, interviene il professor Sandro Bernardi dell’Università di Firenze, autore del testo sul rapporto tra il poeta e l’attrice per il catalogo della mostra di Palazzo Spini Feroni. “Per lui il mito era affabulazione secolare in cui si era sedimentata l’esperienza di migliaia di anni, così di Marilyn diede una lettura mitica. Ne era affascinato, e vide nella tragedia della sua morte l’occasione per riprendere i miti della fine del mondo, riversandovi angosce contemporanee: le paure degli anni Cinquanta per le armi sempre più potenti e spietate, per la bomba atomica. Pasolini aveva il gusto della contraddizione umana. Nella “Supplica a mia madre” aveva scritto: “È dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”. Nella morte di Marilyn, il poeta vede la fine della bellezza, la sua fragilità, e l’angoscia subentra. Perché per lui bellezza è giustizia, bello e buono coincidono, kalòs kai agathòs. La morte di Marilyn è ingiusta, è smarrimento, è confusione, è perdita di senso. È il prodotto tragico del consumismo: l’amore del pubblico è avido, e la brucia. “Il successo comporta troppe lacrime ingoiate”, scrive: “Darsi al pubblico è darsi in pasto”.
Mitologica, dunque, la Marilyn di Pasolini, ma allo stesso tempo pienamente e tragicamente figlia del suo tempo: donna di origini povere, che a lui piaceva moltissimo perché si era conquistata con ironia e grazia la propria autonomia. Ma non le era stato perdonato. “È questo che nella sua vicenda umana commuove così profondamente Pasolini”, conclude Bernardi: “L’impossibilità della donna di affermarsi. La sua storia gli dice che la donna che prova a farlo finisce in ogni caso tragicamente”. V. PALERMI, “L’Espresso”, 8 giugno 2012
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P.P. PASOLINI, Sequenza di Marilyn, dal film La rabbia, 1963. Voce recitante di Giorgio Bassani. CLICCA QUI.
Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro i fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Il mondo te l’ha insegnata,
Così la tua bellezza divenne sua.
Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro
era rimasta sola la bellezza, e tu
te la sei portata dietro come un sorriso obbediente.
L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite,
il darsi agli altri, troppi allegri sguardi
che chiedono la loro pietà! Così
ti sei portata via la tua bellezza.
Sparì come un pulviscolo d’oro.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci ragazze del tuo mondo…
le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Londra.
Sparì come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.
Ma tu continuavi a essere bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal Potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
La portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
Sparì come una bianca colomba d’oro.
La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne un male mortale.
Ora i fratelli maggiori, finalmente, si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: «È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»
Ora sei tu,
quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.
da Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993
I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else but you I wanna be loved by you nobody else
but you I wanna be loved by you alone she was trapped in this! she was trapped in I wanna be loved by you nobody else but you I
wanna be loved by you alone she was drowning! smothering! I wanna be kissed by you nobody else but you I wanna be kissed by you alone she was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters she was dazzling-blond Sugar Kane girl ukulelist she was the female body she was the female buttocks, breasts she was Sugar Kane dazzling-blond girl ukulelist fleeing male saxophonists her ukulele was pursued by male saxophones she would not be able to resist! again & again & always & they loved her for it I wanna be loved by you alone it was happening again, it was happening always & forever it was happening another time I wanna be loved by you nobody else but you she was cooing & smiling into the audience strumming the ukulele they’d taught her to play & her fingers moved with surprising dexterity for one so doped & drugged & terrified even as her gorgeous kissable mouth stammered I wanna! I wanna! I wanna be loved! just another variant of the sad, sick cow but they adored her & a man was falling in love with her on screen I wanna be kissed by you alone but was this funny? was this funny? was this funny? why was this funny? why was Sugar Kane funny? why were men dressed as women funny? why were men made up as women funny? why were men staggering in high heels funny? why was Sugar
Kane funny, was Sugar Kane the supreme female impersonator? was this funny? why was this funny? why is female funny? why were people going to laugh at Sugar Kane & fall in love with Sugar Kane? why, another time? why would Sugar Kane Kovalchick girl ukulelist be such a box office success in America ? why dazzling-blond girl ukulelist alcoholic Sugar Kane Kovalchick a success? why Some Like It Hot a masterpiece? why Monroe’s masterpiece? why Monroe’s most commercial movie? why did they love her? why when her life was in shreds like clawed silk? why when her life was in pieces like smashed glass? why when her insides had bled out? why when her insides had been scooped out? why when she carried poison in her womb? why when her head was ringing with pain? her mouth stinging with red ants ? why when everybody on the set of the film hated her? resented her? feared her? why when she was drowning before their eyes? I wanna be loved by you hoop boopie do! why was Sugar Kane Kovalchick of Sweet Sue’s Society Syncopaters so seductive? I wanna be kissed by nobody else but you I wanna! I wanna! I wanna be loved by you alone but why? why was Marilyn so funny? why did the world adore Marilyn? who despised herself? was that why? why did the world love Marilyn? why when Marilyn had killed her baby? why when Marilyn had killed her babies? why did the world want to fuck Marilyn?  why did the world want to fuck fuck fuck Marilyn? why did the world want to jam itself to the bloody hilt like a great tumescent sword in Marilyn? was it a riddle? was it a warning? was it j ust another joke? I wanna be loved by you ” hoop boopie do nobody else but you nobody else but you nobody else… Da Joyce Carol Oates, Blonde, 2000
“In un mondo alternativo terribilmente bello e malinconico, Jack Kerouac si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise. Marilyn Monroe fa la commessa in una libreria. Il tirannico Arthur Miller si è comprato una casa sulla cascata dove vive con sua moglie, la triste e bellissima Norma Jeane. Qualche conto sembra in effetti non tornare. Norma e Marilyn non dovrebbero ad esempio essere la stessa meravigliosa ragazza, colei che illuminò i desideri di milioni di persone accendendo una luce nelle stanze più buie degli animi maschili?
Ambientato durante gli anni Cinquanta – reinventati in modo da diventare tra i più veri e struggenti mai raccontati – Lo spazio sfinito è popolato dai personaggi del nostro immaginario collettivo (oltre a Kerouac, Marilyn e Miller c’è Neal Cassady, e il giovane Holden…), i quali però, attraverso le loro vicende di solitudine, desiderio, amicizie infrante, cuori spezzati e vite da ritrovare, si rivelano paurosamente simili a noi.
Questo di Pincio è uno dei romanzi più intensi e commoventi degli ultimi anni, nelle pagine del quale tutto ciò che credevamo di conoscere mostra il suo lato più intimo e nascosto e ci parla più vicino di quanto non sia mai accaduto: date una maschera a uno scrittore, a un’attrice di Hollywood, al mondo intero, e finalmente vi dirà la verità”.

Andy Warhol, Marilyn, 1967. “In August 1962, Andy Warhol began to produce paintings using the screenprinting process. He recalls, “The rubber-stamp method I’d been using to repeat images suddenly seemed too homemade; I wanted something stronger that gave more of an assembly-line effect. With silkscreening you pick a photograph, blow it up, transfer it in glue onto silk, and then roll ink across it so the ink goes through the silk but not through the glue. That way you get the same image, slightly different each time. It all sounds so simple—quick and chancy. I was thrilled with it. My first experiments with screens were heads of Troy Donahue and Warren Beatty, and then when Marilyn Monroe happened to die that month (August 1962), I got the idea to make screens of her beautiful face.” (Andy Warhol, Popism, 1980). FONTE: Moma, N.Y.


Mimmo Rotella, Marilyn, décollage, 1963

Esplora il Museo del Prado senza muoverti da casa!

Hai sempre sognato di passeggiare tra i corridoi di uno dei musei più importanti al mondo?  Oggi  puoi farlo con un click. Il Museo del Prad...