Perché studiare le figure retoriche (e perché non sono un inutile esercizio di stile)
Prima o poi, a ogni insegnante arriva la fatidica domanda: “Prof, ma servono davvero?”
Risposta onesta: sì, servono eccome. E di certo non solo a scuola!
Questo file di classificazione delle figure retoriche nasce per un motivo preciso:
👉 imparare a riconoscerle per capire meglio i testi e scrivere meglio noi stessi.
Niente caccia al tesoro fine a se stessa. Qui si va al sodo.
Perché è importante saper riconoscere le figure retoriche
Le figure retoriche non sono ornamenti messi lì per bellezza.
Sono strumenti di pensiero e di espressione.
Saperle riconoscere significa:
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capire davvero ciò che un autore vuole comunicare, non solo “di cosa parla”;
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cogliere toni, emozioni, intenzioni (ironia, enfasi, drammaticità, giudizio);
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leggere un testo in modo attivo, non passivo.
Quando riconosci una metafora, un’anafora o una personificazione, stai leggendo a un livello più profondo. È la differenza tra vedere una scena e capirne il significato.
Come contribuiscono alla qualità dell’espressione
Qui viene il bello.
Chi conosce le figure retoriche:
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scrive in modo più preciso, perché sceglie le parole con intenzione;
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rende il discorso più efficace, non più lungo;
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sa colpire, chiarire, convincere.
Un testo senza figure retoriche può essere corretto, ma spesso è piatto.
Un testo che le usa bene è vivo, memorabile, incisivo.
Non a caso:
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le troviamo nei poemi epici,
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nella poesia,
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nei discorsi politici,
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nella pubblicità,
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persino nei meme (sì, anche lì: le antitesi e le iperboli non mancano mai).
Le figure retoriche non appartengono al passato: funzionano ancora perché funzionano sulla mente umana.
A cosa serve questo file
Il file che segue non è una lista da imparare a memoria come una tabellina.
È uno strumento di lavoro per:
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riconoscere le principali figure retoriche;
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distinguerle tra loro senza confusione;
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usarle come chiave di lettura dei testi e come cassetta degli attrezzi per scrivere meglio.
Tradizione solida, metodo chiaro, sguardo al futuro:
prima si riconoscono, poi si capiscono, infine — se si vuole — si usano.
Ed è lì che la lingua smette di essere solo corretta e diventa buona scrittura.
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