domenica 25 gennaio 2026

Cesare Cremonini - Mondo


 

Carlo Goldoni e l’Illuminismo veneziano: La riforma del teatro come specchio della modernità borghese


DIALOGA CON GOLDONI

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 Venezia e il Risveglio dei Lumi

Nella Venezia del XVIII secolo, il teatro non rappresentava un mero diversivo ludico, bensì il fulcro gravitazionale della vita sociale e un crocevia culturale dove l'eredità barocca, ormai esausta, incontrava le vibranti istanze dell'Illuminismo europeo. In questo contesto unico, Carlo Goldoni intuisce che il palcoscenico può trasformarsi in un formidabile strumento di comunicazione e di pedagogia civile.

La genesi della sua riforma è racchiusa nella celebre metafora dei "due libri", esposta nella Prefazione alla prima edizione delle sue commedie (1750). Goldoni afferma di aver meditato instancabilmente sul "Libro del Mondo" — l'osservazione diretta della realtà, dei vizi e dei costumi contemporanei — e sul "Libro del Teatro" — l'insieme delle tecniche sceniche necessarie per tradurre quella realtà in finzione verosimile. Questa sintesi non fu un semplice accorgimento tecnico, ma un'operazione ideologica volta a scardinare gli schemi logori della tradizione per veicolare una nuova visione dell'uomo, radicata nella modernità borghese.




Un Illuminismo Moderato: Riforma, non Rivoluzione

L'ideologia goldoniana si configura come un "Illuminismo moderato" e pragmatico. A differenza dei pensatori radicali francesi, Goldoni non mira a sovvertire l'ordine sociale, ma auspica una convivenza armoniosa e una collaborazione tra le classi. Egli guarda con ammirazione a modelli come l'Inghilterra e l'Olanda, nazioni dove la borghesia e la nobiltà coesistono produttivamente in una società laboriosa e priva di pregiudizi parassitari.

Goldoni deve tuttavia confrontarsi con la realtà politica locale: una Venezia dominata da un'oligarchia aristocratica in piena decadenza, estremamente suscettibile e pronta a censurare chiunque minacci i suoi privilegi. Per tale ragione, l'autore è costretto a una prudente diplomazia, spesso mettendo in ridicolo la nobiltà napoletana o toscana per evitare di irritare i potenti lagunari. Il suo teatro riflette i seguenti valori illuministi:

  • Concezione laica e mondana: La vita è intesa come un orizzonte di problemi quotidiani e concreti, scevra da tensioni trascendenti.

  • Filosofia pratica e "Bene Comune": L'azione umana trova giustificazione nell'onestà, nella laboriosità e nel contributo al progresso della società.

  • Sincerità vs Ipocrisia: L'esaltazione della trasparenza contro la menzogna e le vuote apparenze della vita nobiliare.

  • Critica all'autoritarismo patriarcale: Opere come I Rusteghi o Sior Todero brontolon condannano l'oppressione familiare esercitata dai padri, visti come ostacoli al progresso civile e affettivo.

Goldoni applica qui la lezione di Denis Diderot riguardo alla "condizione sociale": il carattere di un personaggio non è un'astrazione psicologica, ma è forgiato dal suo rango. Ne La Dama prudente, Goldoni spiega magistralmente come un nobile debba soffocare la propria gelosia per decoro sociale, mentre un plebeo può esprimerla liberamente; è proprio questa aderenza alla realtà sociale a creare la verosimiglianza scenica.

L’Elogio del Mercante: Dallo Spirito Settecentesco alla Cittadinanza Contemporanea

Il cuore della riforma risiede nell'elevazione del mercante da maschera buffa a "carattere" portatore di dignità etica. Goldoni opera una straordinaria operazione di recupero sul personaggio di Pantalone: lo sottrae alla tradizione della Commedia dell'Arte, dove appariva come un vecchio ridicolo e avaro, trasformandolo nel portavoce di una moralità senza tentennamenti e in un padre di famiglia saggio e assennato.

Personaggi come Ridolfo ne La bottega del caffè incarnano l'ideale dell'onestà, della fedeltà agli impegni e dello spirito d'iniziativa. Questa figura non è solo un omaggio alla borghesia veneziana, ma un ponte verso le competenze chiave per la cittadinanza del 21° secolo. La capacità di innovare, gestire il rischio con onestà e agire per il benessere collettivo è oggi, come allora, il pilastro della società civile. Goldoni insegna agli studenti che il merito personale e la trasparenza sono le uniche basi solide per un'esistenza degna di nota.



La Tecnica della Riforma: Dalla Maschera al Carattere

Il processo di riforma fu graduale e faticoso, segnato da tappe tecniche imprescindibili che segnarono il passaggio dalla "maschera" (tipo fisso) alla "tipizzazione concreta" (individuo psicologicamente definito):

  • 1738: Goldoni scrive il  Momolo Cortesan e affida alla scrittura solo la parte dell’attore protagonista.  

  • 1743: Goldoni scrive la sua prima commedia interamente stesa, eliminando l'improvvisazione (La donna di garbo).

  • 1750: Con Pamela nubile, l'autore arriva all'eliminazione totale delle maschere, permettendo ai volti degli attori di esprimere la profondità delle passioni.

  • 1760: Con I Rusteghi, Goldoni compie il passo più radicale: l'abolizione della figura del servo. Si tratta di una rottura epocale con la tradizione che risaliva a Plauto e Terenzio, dove il servo era la fonte primaria della comicità.


Il Conflitto delle Visioni: Goldoni vs Gozzi

La riforma incontrò resistenze feroci, incarnate da Carlo Gozzi e dalla conservatrice Accademia dei Granelleschi. Gozzi, autore di opere come il poema La Marfisa bizzarra, accusava Goldoni di aver distrutto la tradizione italiana e di utilizzare un linguaggio "impuro".

Mentre Goldoni portava in scena il realismo illuminista per affrontare i problemi del tempo, Gozzi contrapponeva le sue Fiabe teatrali, rifugiandosi in un universo magico e sovrannaturale. Per Gozzi, l'uso delle maschere serviva a escludere i problemi seri della contemporaneità; per Goldoni, il teatro era lo spazio privilegiato per affrontarli. Nonostante il successo iniziale di Gozzi presso il pubblico più nostalgico, i grandi intellettuali europei come Voltaire e Pietro Verri riconobbero in Goldoni un "pittore della natura", capace di veicolare i doveri dell'uomo attraverso l'arte.

L’Attualità di un Maestro del Realismo

Carlo Goldoni non è stato solo un innovatore tecnico; è stato un educatore civile che ha saputo affrancarsi dalla farsa per creare un "terzo genere" (il genre sérieux teorizzato anche da Diderot e Lessing), una commedia borghese capace di analizzare seriamente i conflitti umani pur mantenendo il sorriso.


Per voi studenti Goldoni rimane un maestro di straordinaria attualità. Egli ci insegna che il teatro, quando è "specchio del mondo", diventa uno strumento per comprendere i conflitti sociali e personali. La sua opera ci invita a costruire una società basata non sul privilegio di nascita, ma sulla forza della ragione, sul merito e sulla trasparenza dei rapporti umani. Goldoni ci esorta a essere, come i suoi mercanti riformati, cittadini onesti e attivi, capaci di guardare il mondo con occhio critico e cuore sincero.





sabato 17 gennaio 2026

Dagli Annales allo "Scire per causas": L' architettura ideologica nei proemi di Sallustio

Quando si incontra Sallustio per la prima volta a scuola, spesso lo si fa partendo direttamente dal testo: qualche riga del Bellum Catilinae, un proemio denso, solenne, apparentemente lontano dall’esperienza di un adolescente. Eppure Sallustio è molto più di una pagina da tradurre. È un uomo politico deluso, un intellettuale in crisi, un osservatore lucido e inquieto di una Roma che sente scivolare verso il declino.
Prima di essere uno storico, Sallustio è infatti un protagonista del suo tempo: vive gli anni convulsi della fine della repubblica, partecipa alla lotta politica, ne sperimenta le contraddizioni e le degenerazioni. Solo dopo questo fallimento dell’azione pubblica sceglie la scrittura come nuova forma di impegno civile. È da qui che nasce la sua idea di storia: non semplice registrazione dei fatti, ma strumento per interpretare il presente, denunciare la corruzione dei costumi e interrogarsi sulle cause profonde della crisi romana.
In questo quadro si colloca anche una scelta formale tutt’altro che neutra: la monografia. Sallustio non racconta “tutta” la storia di Roma, ma isola eventi esemplari — la congiura di Catilina, la guerra contro Giugurta — e li trasforma in casi emblematici, capaci di illuminare i meccanismi del potere e le fragilità della società repubblicana. Non a caso, i suoi proemi assumono il valore di veri e propri manifesti programmatici: luoghi in cui lo storico spiega il senso del suo lavoro, rivendica la dignità della scrittura storica e costruisce un forte discorso morale.
Partire da qui, dal Sallustio uomo prima che dall’autore, permette di leggere i testi con uno sguardo più consapevole: non solo come esercizi di traduzione, ma come interventi politici e culturali, ancora sorprendentemente attuali.

DIALOGA CON SALLUSTIO







L’evoluzione della memoria storica nell'urbe non rappresenta un mero mutamento formale, bensì una rifondazione della coscienza civile romana: il passaggio cruciale dalla nuda registrazione cronachistica alla penetrazione delle dinamiche umane e politiche. Inizialmente, la storia era confinata alla dimensione dei pontefici, una catalogazione annuale di magistrature, eventi bellici e prodigi. Tuttavia, la maturazione di una coscienza critica esigeva il superamento della superficie fenomenica per attingere ai processi profondi che governano l'organismo statale.
La tradizione arcaica affonda le radici negli Annales Maximi. Sotto l'egida del Pontefice Massimo, i fatti salienti venivano trascritti sulla tabula dealbata, esposta presso la dimora del sacerdote affinché il popolo potesse prenderne visione. Cicerone, nel De Oratore e nel De Repubblica, stigmatizza tale forma come priva di "orpello letterario", un arido elenco di nomi e date privo di qualità artistica. Questa "storiografia del calendario" subì il primo fiero attacco da parte di Catone il Censore; nelle sue Origines, egli manifestò una netta insofferenza verso i vincoli annalistici, rifiutandosi di annotare "quante volte il prezzo delle derrate sia rincarato" o le eclissi solari che facevano "schermo alla luce della luna".
La rivoluzione monografica sorge dunque come risposta scientifica a tale lacuna. Con Sempronio Asellio, influenzato dal razionalismo polibiano, si afferma il precetto dello scire per causas: non è più sufficiente riferire il "cosa", ma occorre sviscerare le intenzioni e i moventi delle imprese. Per Asellio, limitarsi alla cronologia significava "contar favole ai bambini", non scrivere storia. Questo mutamento metodologico, che trasforma la storiografia in una disamina dei processi invisibili, trova nei proemi di Sallustio la sua massima e più raffinata espressione programmatica.
Il proemio del "De Catilinae Coniuratione": la crisi dell'anima e dello Stato
Sallustio opera una complessa legittimazione della propria scelta di vita nel proemio della sua prima monografia, trasformando la rinuncia al negotium politico in una missione intellettuale superiore. In un'epoca di naufragio dei valori repubblicani, lo storico non si limita a narrare un evento, ma analizza la patologia morale di Roma, elevando la propria biografia a paradigma della decadenza collettiva.
L'architettura del proemio poggia su un dualismo antropologico di chiara impronta platonica. Sallustio asserisce che "nostra omnis vis in animo et corpore sita est": poiché l'anima è destinata al comando e il corpo all'ubbidienza, le attività dell'ingegno sono intrinsecamente superiori alla forza bruta. Se la nostra esistenza è per sua natura "di breve respiro", l'unico modo per proiettarsi nell'immortalità è la virtus intellettuale. In tal modo, il lavoro dello storico non è un ripiego, ma una forma di servizio alla Res Publica che eguaglia, se non supera, le glorie del campo di battaglia.
Attraverso una sofferta confessione autobiografica, Sallustio descrive la propria giovinezza travolta dalla mala ambitio e dalla corruzione del foro, un ambiente dominato da audacia, largitio e avaritia. Il suo ritiro non è inertia (pigrizia), ma l'approdo a un bonum otium: un'attività intellettuale libera da speranze, timori e passioni partitiche, condizione sine qua non per la veridicità del racconto (quam verissime). La scelta della congiura di Catilina è giustificata dalla sceleris novitas (la singolarità del delitto): un crimine memorabile non per l'estensione militare, ma per il pericolo estremo e inedito arrecato allo Stato. In questo contesto, Sallustio introduce il celebre "ritratto paradossale" del protagonista, definito "alieni adpetens, sui profusus" (bramoso dell'altrui, prodigo del proprio), incarnazione vivente di un'anima audace e depravata che riflette lo squilibrio dell'intera città.




Il proemio del "Bellum Iugurthinum": la superbia nobilitatis
Se nel Catilina l'indagine partiva dall'eccezionalità del crimine individuale, nel proemio del Bellum Iugurthinum il focus si sposta sulla rottura sistemica dell'equilibrio politico. Qui, Sallustio non si limita a narrare una guerra periferica, ma individua in essa il momento genetico della crisi che avrebbe condotto alle guerre civili.
La scelta del tema è motivata da una duplice ragione: la natura "grande, sanguinosa e di alterne vicende" del conflitto numidico e, soprattutto, il fatto che allora per la prima volta si osò sfidare la superbia nobilitatis. Sallustio trasforma l'evento bellico in un'indagine clinica sulla libido dominandi (brama di potere) della classe dirigente. La guerra contro Giugurta diviene il palcoscenico di una "contesa che sconvolse ogni legge divina ed umana", dove la corruzione dei generali romani, disposti a svendere l'onore dello Stato per l'oro del re numida, palesa lo stato terminale della moralità senatoria.
Il problema storico è dunque sussunto nel problema morale: la nobiltà ha trasformato la propria dignità in abuso, innescando una reazione che ha distrutto le fondamenta della concordia. Il proemio prepara così il lettore a comprendere come la malattia del potere, nata dalla tracotanza dei pochi, abbia infettato l'intero corpo sociale, portando al furore delle discordie civili che "solo la guerra e la devastazione dell'Italia" poterono troncare.
Sintesi comparativa: temi ricorrenti e architettura morale
I proemi sallustiani costituiscono un dittico unitario, un manifesto della visione storiografica intesa come diagnosi etica. In entrambi, la storia funge da specchio critico del presente, dove il mutamento dei regimi politici è sempre preceduto da un collasso interiore dei costumi.
Elemento di Confronto
De Catilinae Coniuratione
Bellum Iugurthinum
Motivazione Soggettiva
Difesa dell'imparzialità e del bonum otium dopo la mala ambitio.
Celebrazione della Virtus dell'ingegno contro la decadenza dei tempi.
Focus Storico
Singolarità del crimine (sceleris novitas) e minaccia immediata.
Conflitto di classe e sfida alla superbia nobilitatis.
Obiettivo Morale
Denuncia della corruzione individuale e dei vizi della giovinezza.
Critica alla corruzione sistemica e alla libido dominandi.
Debito Filosofico
Dualismo antropologico (anima/corpo) di matrice platonica.
Etica del comando e critica alla tracotanza delle gentes.
Perno centrale di questa architettura è la teoria del Metus Hostilis (il timore del nemico), che individua nel 146 a.C. — l'anno della distruzione di Cartagine — lo spartiacque fatale della storia romana. Sallustio evidenzia come la scomparsa della rivale punica abbia rimosso i freni inibitori del mos maiorum. Senza il timore esterno che garantiva la concordia, la prosperità si è rivelata più "perniciosa" dell'avversità. Il mos maiorum è letteralmente "naufragato", lasciando spazio a una cupiditas e a una ambitio che hanno agito come una pestilenza, trasformando il governo più giusto e buono della terra in uno spietato esercizio di arbitrio.
Il rapporto con i modelli: Tucidide, Polibio e la reazione a Cicerone
Sallustio fonde magistralmente il razionalismo scientifico della storiografia greca con la gravità del moralismo romano. Il debito verso Tucidide è evidente nella predilezione per i momenti di crisi e nell'uso strutturale dei discorsi, che non sono mai esornativi, ma finalizzati a far "assistere" il lettore al dibattito politico in atto.
Un esempio insuperabile di questa tecnica è il "Manifesto dell'Homo Novus" pronunciato da Mario nel Bellum Iugurthinum. Sallustio, egli stesso homo novus originario dei municipi, proietta in Mario la propria visione: il contrasto tra la nobiltà che vanta un "curriculum di statue" (imagines) e il nuovo uomo che esibisce il proprio "curriculum di cicatrici" (ferite ricevute in pieno petto). È la vittoria della prassi sulla teoria, della virtus acquisita sul campo contro il privilegio ereditato.
Al contempo, lo stile sallustiano — caratterizzato da brevitas, arcaismi e una studiata inconcinnitas (asimmetria) — è una risposta deliberata alla critica di Cicerone. Se l'Arpinate lamentava la rozzezza degli storici arcaici, Sallustio crea un linguaggio "difficile" ed elevato che si contrappone alla concinnitas ciceroniana. Attraverso questo stile asciutto e spezzato, egli comunica l'urgenza della crisi e la durezza della verità storica, superando la linearità dei commentarii cesariani per approdare a una forma di storiografia tragica e drammatica, dove il ritratto interiore conta più della manovra militare.
La storiografia come medicina politica
L'eredità di Sallustio risiede nell'aver elevato la storia a strumento diagnostico, una "medicina politica" per un organismo repubblicano ormai in agonia. Nonostante il cupo pessimismo che pervade le sue opere — alimentato dal fallimento delle riforme cesariane e dall'orrore delle liste di proscrizione — egli intravide una flebile speranza nell'integrità degli homines novi e dei municipi italiani.
Provenendo egli stesso da Amiterno, Sallustio riconobbe in quella "rusticità" non ancora corrotta dall'urbanum otium la possibile linfa per rigenerare lo Stato. La sua modernità risiede nella comprensione che la storia non è una successione casuale di eventi, ma un processo governato da cause morali e psicologiche. La decadenza di Roma, per Sallustio, non fu un destino ineluttabile, ma la conseguenza del tradimento di quel rigore etico che aveva reso grande la città. In un mondo che scivolava verso il potere del singolo e il Principato, Sallustio rimane il testimone lucido del naufragio di un'epoca, convinto che solo la comprensione delle cause morali possa offrire, se non una cura, almeno una consapevolezza del male.

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