Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole (Goethe). E' questo lo scopo del blog, divagare. Divagare, quindi volare, solo tra le cose belle, siano esse le parole ben messe, i pensieri, la musica o qualsiasi altra forma di arte. Qui si ama e si coltiva la bellezza che non muore.
giovedì 19 febbraio 2015
giovedì 12 febbraio 2015
Tre Parole per Tre Figure
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
carta lasciata al fine del mio gioco.
(Umberto Saba, 1946)
I poeti hanno ormai dichiarato guerra alle rime facili: cuore/amore, fiore/amore, dolore/amore e così via. Diciamocelo, allora, e una volta per tutte: è l’amore il problema, perché è lui, con quella sua desinenza così banale, a chiamare a sé l’accostamento con parole trite. Bisognerebbe dunque abolire l’amore dalle poesie come dalle canzoni: si eviterebbero così metafore sciocche e metonimie trite. O sineddochi?
Il problema della distinzione
Quando uno, riferendosi alle proprie delusioni amorose allude al cuore fa una metafora e, allo stesso tempo, una metonimia: la metonimia è una figura che designa, per esempio, la causa per l’effetto, il contenente per il contenuto («Bere un bicchiere»), l’autore per l’opera («Leggo Leopardi») e così via. È una metonimia anche dire “cuore” per “amore”: il cuore è infatti un simbolo, e in un certo senso è un contenente per il contenuto (anche se non è vero, siamo ormai tutti convinti che il cuore contenga il sentimento dell’amore).
A differenza della metonimia, di cui è parente stretta, la sineddoche designa “la parte per il tutto”: singolare per il plurale, specie per il genere e via dicendo.
E tuttavia per molti studiosi la differenza tra queste due figure retoriche è tanto sottile che non c’è. Entrambe servono per parlare di qualcosa senza nominarla direttamente. Qualcuno dice che c’è sineddoche quando i termini che usiamo hanno tra loro un rapporto di quantità, mentre c’è metonimia quando il rapporto si basa sulla qualità. Ma le cose non sono così chiare.
Ci sono per esempio casi, come la frase «Il soldo comanda e la spada lavora», in cui le parole “soldo” e “spada” possono essere sia metonimia che sineddoche: sono metonimia perché, per esempio, il soldo sta a indicare “chi ha soldi”, i ricchi; sono sineddoche perché viene usato il singolare per il plurale. Dunque, che fare? L’abbiamo detto: cominciamo a eliminare l’amore, ne guadagneremo in originalità e ci risparmieremo di dover fare troppe distinzioni.
giovedì 29 gennaio 2015
Dante, Inferno, III canto (questionario di analisi)
La porta dell'inferno
1. Perché Dante dice a Virgilio che il senso dell'iscrizione sulla porta dell'inferno gli è duro?
2. Quale definizione dà Virgilio delle anime dei dannati?
3. Spiega come appare Dante davanti alla porta dell'inferno e come si mostra Virgilio nei riguardi del discepoli.
Gli ignavi
4. Quale atmosfera, permeata di angoscia, percepisce il poeta?
5. Come vengono descritte le anime che Dante vede appena varcata la porta infernale?
6. Spiega la caratterizzazione morale che ne fa il poeta e per quale motivo si può dire che esse "costituiscono per lui e per la sua sensibilità etica un problema speciale".
7. Che cosa significa la parola "contrappasso" che caratterizza le pene dei dannati danteschi?
8. Spiega la pena del contrappasso che subiscono gli ignavi.
9. Perchè Dante non indica chiaramente nessuno dei dannati puniti in questo cerchio? E' comunque possibile individuarne qualcuno storicamente collocato?
Caronte traghettatore
10. Descrivi l'immagine fisica di Caronte e indica quali differenze si notano con il Caronte virgiliano (Eneide, VI, vv 298 e ss.).
11. Perchè Caronte non vuole traghettare Dante?
12. Con quale argomentazione Virgilio riesce a convincerlo?
Le anime dannate passano l'Acheronte
13. Descrivi l'immagine dantesca delle anime pronte a passare il fiume.
Virgilio
14. L'atteggiamento di Virgilio nei riguardi di Dante cambia a seconda della situazione.: ora è di benevolo rimprovero, ora di sollecitudine e conforto. Indica i versi di riferimento e spiega.
martedì 27 gennaio 2015
Storia di Roma per mappe - L'età dei sette re e l'ordinamento centuriato.
L'ordinamento centuriato risalirebbe al tempo del re Servio Tullio e rappresentò il passaggio da una organizzazione della popolazione romana su base aristocratica, con la distinzione tra patrizi e plebei, a una organizzazione su base censitaria, fondata sulla produttività dei singoli.
Si può dire, pur con le dovute cautele, che esso rappresenti per Roma qualcosa di simile alla riforma attuata ad Atene da Solone.
domenica 25 gennaio 2015
sabato 24 gennaio 2015
L'utilità dell'inutile
Il libro scritto dal prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria e di cui è qui raffigurata la copertina, costituisce una ricchezza che tutte le persone di cultura – e quindi quelle che sanno di non essere acculturate abbastanza – dovrebbero leggere.
Nel testo si enuncia una concezione della cultura e dell’istruzione, da me da sempre condivisa, secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola e all’università, non devono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questo deprecabile modo di pensare ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, colpendo in modo particolare i licei, al punto che un indirizzo di studi altamente formativo come il liceo classico pare addirittura a rischio di sopravvivenza. E quelli che si iscrivono ai licei preferiscono di gran lunga lo scientifico, il linguistico nella errata convinzione, non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche e sulle lingue straniere (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza delle discipline umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica.
A questo punto, però, urge fare qualche precisazione. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica, arte, ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene l'autore del libro e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino e un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il liceo classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinta come sono sempre stata che l’istruzione e la cultura non devono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico di cui dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, la presentazione di un progetto, oppure presentarsi a un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli ascoltatori o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Del resto non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante idiozie, purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso, ha proposto di togliere spazio alle discipline umanistiche e di far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo, cosa voleva intendere con quelle parole? "Cool" in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformando insomma la scuola in un luna park o una sala da giochi. E di fronte a uscite del genere c'è da ridere sì, ma per non piangere!
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